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Il “cuore di seta” di Shi Yang: storia di un emigrato Made in China a Milano

Intervista all'autore del libro "Cuore di Seta", Shi Yang Shi, che racconta la sua storia dall'infanzia spensierata da Jinan all'Italia

Shin Yang Shi, autore del libro "Un cuore di seta"

"Il titolo rispecchia sia l'antica bellezza del made in China, sia il know how degli italiani nell'esportare la bellezza nel mondo", ci racconta Shi, che si definisce cinese e italiano: "Sento che l'italianità mi appartiene e tanto la cinesità. Mi abitano profondamente dentro". E sullo ius soli dice: "Io sono per lo Ius soli, ma ancora di più per ius culturae"

Cuore di Seta di Shi Yang Shi edito da Mondadori, è una storia italiana Made in China, dove l’autore racconta il suo viaggio, la sua emigrazione, passando da un’infanzia spensierata dalle terre di Jinan, a una nuova vita in Italia, a Milano. Shi Yang Shi arriva in Italia da clandestino con la madre dal nord della Cina nel 1990 e dal 2006 è cittadino italiano. Si laurea nel 2016 alla Bocconi, nella sua vita ha fatto mille lavori, dal lavapiatti al venditore ambulante, dal traduttore simultaneo per le Iene in tv, dal mediatore culturale all’attore per il cinema e il teatro. Per la Voce di New York ecco la conversazione con l’autore.

Cuore di Seta: una storia italiana Made in China. Cominciamo dal titolo?

“Volentieri! Il titolo rispecchia sia l’antica bellezza del made in China sia il know how degli Italiani nell’esportare la bellezza nel mondo, ma soprattutto pone l’accento su quel seme che è dentro ognuno di noi e che dovremmo, soprattutto durante  l’adolescenza, curare ogni giorno con amore, acqua e fiducia per concime. Se dovesse succedere che “la vita ti tradisce “, si piange, si va dall’analista, si prega e si fa pace con se stessi, ricucendoci il cuore a pezzi, magari col filo di seta! Il colore lo scegli tu…”.

Due mondi diversi. Da emigrato a cittadino italiano: come è andata e perché hai scelto l’Italia?

“Io non ho scelto! L’hanno scelta i miei, più o meno consapevolmente, e io semplicemente non mi sono opposto. Avevo 11 anni e arrivai clandestino con mia madre, passando per Francoforte. Perché i miei hanno scelto l’Italia? Fascinazione verso la prosperità del mondo occidentale, possibilità familiare perché eravamo una famiglia cinese benestante, desiderio di libertà…cose che quando siamo arrivati, abbiamo trovato più o meno a pezzi, anche loro…”.

Ti definisci così: “Io sono cinese e sono italiano”. Perché?

“Perché gli altri vedono solo la tua buccia, di “banana” ( termine dispregiativo cinese per dire che sei “ giallo fuori e bianco dentro “) o la tua faccia da cinese o “cinesino”, io sento invece che l’italianità mi appartiene e tanto anche la cinesità. Mi abitano profondamente dentro e il passaporto italiano ha cambiato “solo” alcune relazioni, seppure importanti, con la burocrazia e con diritti e doveri da cittadino”.

Cosa ti piace dell’Italia e cosa non ti piace?

“Mi piace la consapevolezza che qui c’è una manipolazione strisciante, anche se fondamentalmente vivo in un paese libero ancora non toccato dall’Isis, ma dal softpower cinese, sì. Non mi piace dover essere anche social per poter esistere come artista. Non mi piace che l’Italia non scommetta sistematicamente sui tanti talenti giovani compresi quelli multicolor come il mio . Mi piace la pizza quella non spessa, la Capricciosa magari! Mi piace il rapporto col potere dell’italiano, quando osa scherzare, spiazzare, provocare, ma non mi piace quando sputa nel piatto in cui mangia, il lamento italiano insomma… Potrei andare avanti per ore…la tagliamo qui?

Shi Yang Shi a teatro

Direi di sì. Dalla Cina di Mao, Pechino, la Grande Muraglia Cinese ai giorni nostri: cosa hai portato con te?

“Nello spettacolo Arlechino, traduttore e traditore di due padroni, grazie alla regia di Pezzoli e ai sette anni di teatro indipendente al Compost di Prato, finito nel 2016, ho riallacciato profondamente le relazioni con le mie origini, sia storiche sia culturali, economiche e politiche, andando a studiare prima e a raccontare poi. Per esempio il conflitto stile “partigiani/fascisti” tra mio nonno materno, che pur essendo profondamente comunista subì le peggiori torture nella Rivoluzione Culturale di Mao, e dall’altra parte della barricata mio padre, che da 19enne guardia rossa maoista, denunciò e denigrò i “nemici della Rivoluzione” perché aveva l’ideale di uguaglianza tra i popoli. Ho grande rispetto per la mia terra d’origine e per adesso Spiritualità e Mercato sono i due temi che mi attraggono verso di esso”.

Voltiamo pagina. In Italia la bagarre sulla legge “Ius Soli” sul diritto alla cittadinanza per chi è figlio di stranieri ma è nato in Italia. L’Italia è anche il Paese dove l’emigrato è lo straniero da combattere. Come lo commenti?

“Io sono per lo Ius soli ma ancora di più per ius culturae. “Fatta l’Italia bisogna ora fare gli italiani” diceva Mazzini… e oggi, come sono diventati gli italiani? Chi li racconta? Hanno gli stessi diritti? Conoscono davvero le proprie origini, compresa la storia degli italiani? Noi delle seconde generazioni, mica abbiamo i nonni o i genitori che ce lo raccontano? E quelli degli italiani italiani quanto trasmettono ancora il valore del sacrificio verso i figli raccontando come erano negli ’50, ’60, ’70? Mi alleo con gli italiani che vogliono comprendere le ragioni degli altri, nemici o poco amici che siano. Quindi, zero bandiera Anti- No- Ius Soli, ma convinto del fatto che il mio ius culturae non me lo toglie nessuno, né dalla parte cinese né dalla parte italiana. Co – Ius?

Ci sta. A Milano qualche mese fa passeggiavo in Via Paolo Sarpi, nel cuore della city. Ho ritrovato China Town tra ravioli (buonissimi tra l’altro), lanterne rosse, negozi import export, locande e ritrovi milanesi-cinesi, perfettamente integrati. Le bandiere e i simboli della Cina, in ogni angolo. Milano come New York?

“Sai, a New York, ci sono stato col Teatro Metastasio per Anima Buona di Sichuan all’Asian Society e mi piacque sia l’abbondante offerta nel cibo sia per i pugliesi o i siciliani di Little Italy a fianco a China Town, che facevano la processione con qualche santo, non mi ricordo quale. Di questo mix culturale vedrei una possibilità specifica per quello  italo-cinese a Milano, anche perché Italia e Cina sono entrambe nazioni di antica memoria culturale nel mondo. La posta in gioco sarebbe molto più alta di ciò che vediamo oggi e non saprei quanto ora quest’integrazione sia già a buon punto, a parte il fatto che è appena nata Gioia, figlia di una Banana come me e di un pugliese puro sangue. A New York, sempre in quella zona, fui scioccato da un piccolo esercito di topi in quella zona, scusami se non sono così Fan degli Usa né di China Town a NYC, con rispetto parlando. Le bandierine che hai visto erano quelli del Milan e dell’Inter…entrambi in mano al capitalismo cinese…”.

Anche il calcio è cambiato. L’America di Trump che sembra segnare il definitivo declino americano. Pensi che il XXI secolo sarà quello cinese? Ma la Cina, senza democrazia e libertà d’espressione, che secolo ci darebbe?

“Qualche giorno fa, in diretta La7 per Tagadà, mi fece impressione il video della nipotina di Trump che chiama nonna e nonno i coniugi Xi e Peng la cantante. Mi sono chiesto se ci fosse un segnale di ambiguità nella comunicazione all’interno della sfumatura della lingua cinese perché alle mie orecchie suonò un pochino ruffiano. Sulla politica cinese vorrei risponderti osservando che quando è morto il premio Nobel per la pace cinese Liu Xiaobo, non mi sembra si siano levate grandi voci di protesta da parte di nessuna delle potenze mondiali. E dall’altra parte, se comunque questa Cina conviene a tutti perché è il mercato più importante, perché è il Dragone risvegliato con cui devi per forza fare i conti, altrettanto ho fiducia che i cinesi abbiano nel Dna dei 5000 anni la capacità di interpretare a loro modo e nel medio periodo la “democrazia occidentale”, piena comunque di punti deboli nel momento presente, e magari dare una via nuova al mondo? Chissà spero di non sbagliarmi…”.

Per chiudere…un detto cinese?

“Posso dartene uno tibetano del Lama Gangchen e un altro brasil-tibetano del lama Michel, entrambi mie guide spirituali senza i quali non sarei riuscito a scrivere questo libro: 1) Fare ogni giorno una cosa buona in più ed una non buona in meno (del Lama Gangchen ). 2) Obiettivo alto, impegno costante, aspettative basse (del Lama Michel )”.

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