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Il libro dei costumi che tutti dovremmo leggere

"Le avventure di re Pausole", racconto satirico scritto tanto tempo fa da Pierre Louys e perché serve rileggerlo

La coercizione maschile è costantemente esercitata in tutti i ceti sociali e culturali, solo in modi diversi. Se nei paesi arabi la donna non è libera nemmeno di uscire a capo scoperto e andare dove le pare, nella nostra evoluta società occidentale i ricatti e i sensi di colpa somministrati subdolamente alle donne nelle famiglie sono all’ordine del giorno sino a che il problema si cronicizza è ci scappa il morto

“Il re usciva sempre senza guardie. Era convinto che l’amore è un sentimento perpetuo. La corte di giustizia, che teneva ogni giorno sotto un ciliegio dei suoi giardini, era riuscita a far accettare a tutti il suo arbitrato inappellabile, ma liberamente consentito. A forza di semplificare il Libro dei Costumi, lasciato dai suoi predecessori, Pausole era giunto a promulgare un codice che conteneva due soli articoli, e che aveva almeno il pregio di parlare al cuore del suo popolo. Eccolo nel suo testo completo: primo, non nuocere al tuo vicino; secondo, fai quello che ti pare”.

Pierre Louys, vissuto a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, ha scritto il racconto satirico Le avventure di re Pausole (Edizioni clandestine) che ha ancora molto da insegnarci. Trifeme è un regno che si affaccia sul Mediterraneo, eppure “non appare in nessuna carta geografica, d’intesa con tutti gli Stati del mondo di ignorarlo. D’accordo sono pure tutte le agenzie viaggi, per allontanare i forestieri da un paese veramente delizioso, perché libero dagli Statuti che disciplinano le altre nazioni”.

Il sovrano era più incline ad accondiscendere alle proprie debolezze che a governare e risolveva spesso le questioni procrastinando o elargendo qualche elemosina alla bisogna. Il costume delle donne di Trifeme consisteva in un foulard in testa e delle pantofole ai piedi, il rimanente del corpo era nudo. Il re aveva 365 mogli, una per ogni giorno dell’anno, e le teneva segregate nei suoi giardini, sotto l’occhio vigile di un controllore. Ma un giorno la sua bellissima figlia Alina si innamora di un attore e fugge. Il re, riluttante a cambiare il tran tran delle sue pacifiche giornate, è costretto a salire sul suo mulo e mettersi alla ricerca. Scoprirà i bisogni del suo popolo e i subdoli interessi dei suoi consiglieri. Alina accondiscenderà a tornare a casa a condizione di poter essere libera. Il padre accetterà: “Ti amo abbastanza da farti più felice di me”. Ma deciderà di abdicare: “Ritorno da un viaggio segreto durante il quale ho imparato molto. Mi è parso che intorno a me vi fossero esseri meno felici perché meno liberi. Mi è sembrato che in un territorio dove si contano cento focolari, avrei potuto, senza grave danno, fare eccezione per uno solo: il mio”.

Ho sintetizzato le parole del re però, avendole estrapolate, le ho virgolettate. Ma non è questo il punto. Quello che questo racconto mostra è l’animo umano. Siamo sempre pronti a scusare noi stessi, mai gli altri. Concediamo a noi una libertà che non ammettiamo possano godere gli altri. Se stiamo bene, pensiamo che tutti stiano bene; in verità non vogliamo vedere chi sta male e nemmeno concepiamo che qualcuno possa non avere i soldi per fare la spesa. E ancora: gli uomini pensano che le donne, mogli e figlie, abbiano il sesso degli angeli e si accontentino di quello che il padre padrone padreterno decide per loro, in cambio di una vita nel benessere.

La coercizione maschile è costantemente esercitata in tutti i ceti sociali e culturali, solo in modi diversi. Se nei paesi arabi la donna non è libera nemmeno di uscire a capo scoperto e andare dove le pare, nella nostra evoluta società occidentale i ricatti e i sensi di colpa somministrati subdolamente alle donne nelle famiglie sono all’ordine del giorno sino a che – è cronaca quotidiana – il problema si cronicizza è ci scappa il morto.

I racconti morali sono sempre meno crudi della realtà, ironizzano e mostrano dove sta l’errore: nel non voler trattare il tuo simile come te stesso. Il riuscire ad ottenere una posizione sociale di superiorità genera la convinzione di essere superiori. E da qui iniziano tutti i mali: soppresso il senso del rispetto, si arriva sino alla dittatura e alla guerra.

Se re Pausole infine si pente dimostrando di essere stato in buona fede, alla storia non sono passati despoti in buona fede. E’ stato il re Vittorio Emanuele III a firmare nel 1938 le leggi razziali, che Mussolini annunciava il 18 settembre in piazza Unità a Trieste davanti al sindaco ebreo Salem. Nello stesso anno iniziava la pubblicazione della rivista “La difesa della razza”, la cui antologia a cura di Valentina Pisanty è stata pubblicata da Bompiani nel 2006. Ma quanti politici l’avranno letta?

Posto che cambiar parere è dei saggi, meglio è non farselo cambiare da qualche consigliere, bensì dall’analisi della realtà. Come fa infine Pausole. Il Paese ideale non esiste, ma di aspiranti Pausole sono pieni i partiti.  

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