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“Che farò senza Euridice!”: nel buio, con l’affascinante pendolo di Carmelo Fucarino

Presentato al Palazzo Riso di Palermo l'ultimo romanzo del professore siciliano che, aiutato dai miti antichi, si misura ancora col suo tempo

di Giovanni Pepi

La presentazione al Palazzo Riso di Palermo di "Che farò senza Euridice!". Primo a sinistra, l'autore Carmelo Fucarino

In "Che farò senza Euridice!" si incontrano atmosfere sataniche, pulsioni mistiche, cavalli alati, nereidi e delfini, roghi fumanti e streghe nere, paesaggi incantati e fiabeschi con miriade di stelle, terre scure e mura dorate, sei fuori dal mondo e in altri mondi. Ma, per effetto del pendolo di cui dice il poeta-critico Aldo Gerbino, questo romanzo ha rimandi continui, ripetuti alle cose di oggi

L’ultimo romanzo di Carmelo Fucarino, Che farò senza Euridice!, intanto affascina per i contrasti. E’ semplice ma molteplice. Lineare ma complicato. E trova il suo ordine assoluto in un disordine convulso. Partecipo alla sua presentazione nel museo di Palazzo Riso, spazio eccellente della cultura palermitana, ben diretto da Valeria Li Vigni. È semplice perché muove da un pretesto scarno, quasi banale. Un ascensore che si blocca e fa precipitare il protagonista, Paolo, in un buio pieno. Un buio che diventa metafora, come avverte subito Gabriella Maggio, del Circolo dei lettori, una discesa negli inferi. Comincia da qui il viaggio negli angoli visibili e nascosti lungo i percorsi di una esistenza tormentata. E il racconto vola, di pagina in pagina diventa fertile, gustoso, ora divertente ora inquietante, ma che sempre ti attrae, ti cattura, ti rapisce.

Non sono un critico. Vengo invitato da Fucarino (bontà sua) a coordinare critici autorevolissimi. Sono un giornalista cui piace la lettura. Così metto subito, sul tavolo del dibattito, le due ragioni che credo inducano a leggere questo bel romanzo. La prima è nella scrittura, nel modello narrativo che Fucarino sceglie, nella cifra del suo stile. Una scrittura che assale, a cascata, rapida e sulfurea. Il tocco sui concetti è sempre leggero, e si scompone in passaggi brevi e veloci. Ma ciascuno induce alla riflessione lenta, al pensiero. Ti fermi su un rigo, sei costretto ad andare avanti. Ma inseguendo il ritmo frenetico della narrazione, ti accorgi, d’un tratto, che devi tornare indietro: qualcosa è sfuggito, ti ha fatto perdere il senso di quanto stai leggendo. Lo pensa anche Aldo Gerbino, poeta e critico letterario, che giustamente ritrova in questa prosa i caratteri del pendolo e del caleidoscopio, perché il racconto oscilla tra territori e spazi diversi, compone e ricompone equilibri e atmosfere che rapidamente si scompongono. Si è ad una narrazione abbagliante, inondante, che ti avvince con oscurità e bagliori. Chi partecipa al dibattito se ne accorge subito, ascoltando Laura Efrikian che dà voce alle prime pagine del romanzo.

Carmelo Fucarino

La seconda ragione per leggerlo è nella visibile attualità. Carmelo Fucarino è uomo di lettere. Ha una conoscenza profonda dei classici. E si vede. Si muove come un pesce nell’acqua delle tragedie classiche e dei grandi miti, Orfeo ed Euridice, Amore e Psiche, Virgilio e Apuleio … Continuamente incontri atmosfere sataniche, pulsioni mistiche, cavalli alati, nereidi e delfini, roghi fumanti e streghe nere, paesaggi incantati e fiabeschi con miriade di stelle, terre scure e mura dorate, sei fuori dal mondo e in altri mondi. Ma, per effetto del pendolo di cui dice Gerbino, questo romanzo ha rimandi continui, ripetuti alle cose di oggi.

Carmelo Fucarino si misura con il suo tempo. Non gli volta le spalle. Lo osserva, lo studia, lo contesta, lo ama, lo odia, remando contro la corrente dei luoghi comuni. Nei dialoghi, di cui il libro è ricco, c’è l’insorgere degli sceicchi nello spazio globale e le loro ricchezze straripanti, il vittimismo degli ebrei anche “quando attaccano per primi”, l’Occidente ancorato al dollaro in modo malfermo, le deformazioni del mondo negli anni ottanta, la crisi del consumismo, il crollo energetico, l’insicurezza che si diffonde, le antiche certezze che crollano, le disfunzioni della sanità pubblica. Poi, scendendo dal mondo all’isola, i guasti della sicilitudine, gli eccessi dell’antimafia, la tendenza vacua al conformismo dell’anticonformismo, la Sicilia talora o spesso ridotta ad “asfittico e ingenuo folclore, a provincia delle diversità “. Per risalire alle incognite del futuro tecnologico, l’uomo che sconoscerà il sonno, i robot che si sostituiranno all’uomo. Fucarino annota pure i piccoli dettagli della vita, delle mode e dei gusti. Scrive, per esempio, con una ironia non disgiunta da ferocia: “Lo champagne tanto volgare… fa kitsch la villa alla plebea Côte d’Azur di statali e pensionati “ o della corsa al benessere del corpo, dell’ossessione di pratiche dimagranti, della differente efficacia di diete e massaggi, vibratori e palestre.

L’entrata di Palazzo Riso, a Palermo

È uomo del suo tempo Fucarino. Vuole ribadirlo con un paradosso. Alla fine del dibattito. Dice: “Questo libro è concepito e scritto nell’ 81. Si parla di Craxi. Giuro non ho cambiato nulla. Siamo ancora lì…” Non ha cambiato nulla. E perché avrebbe dovuto? Da Craxi a Berlusconi fino a Renzi siamo, in questa Italia, alla politica che rischia l’irrilevanza schiacciandosi nel potere senza visione, con feudi grandi e piccoli che si formano e si trasformano. Sì, è uomo del suo tempo Fucarino ed è un tempo, il nostro, in cui fa bene leggere libri come questo. Biagio Balistreri, direttore editoriale di “SC”, spiega che la decisione di pubblicarlo è quasi una sfida, almeno questo mi pare. Chiunque lo leggerà non potrà che dargli ragione.

 

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