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Per un giusto (seppur tardivo) risarcimento a Giovannino Guareschi

Tra gli scrittori italiani più letti del mondo, la sua inflessibilità e non condizionabilità lo condannarono all'emarginato in patria

Giovannino Guareschi legge "Il Candido".

Chissà se la città di Cervia dedicherà mai almeno una targa a Giovannino Guareschi, scrittore italiano noto e apprezzato in tutto il mondo. Famoso per la saga di don Camillo e Peppone, Guareschi ebbe in realtà una vita e una carriera particolarmente complicate, nelle quali mai rinnegò il suo pensiero, e il suo essere "bastian contrario" gli causò varie disavventure

Si potrebbe, si dovrebbe, cominciare con un “piccolo” simbolico gesto, carico tuttavia di significato: porre almeno una targa in quella Cervia che tanto amava, nella piccola galleria che collega la piazza Garibaldi con via Roma che “scende” fino al mare. Una targa dedicata a Giovannino Guareschi, che la mattina del 22 luglio 1968 muore colpito da infarto, appena sessantenne, nella sua casa al mare in viale Bellucci. C’è già una targa che ricorda i soggiorni estivi di Grazia Deledda, perché non una per il babbo di don Camillo e Peppone? Magari con una delle sue famose, paradossali, parole d’ordine: “Non muoio neppure se m’ammazzano”. Ci facciano un pensierino, il sindaco di Cervia e la sua giunta.

Guareschi è tra gli scrittori italiani più letti nel mondo: oltre 20 milioni di copie dei suoi libri sono stati venduti; e si continuano a vendere, tradotti in decine di lingue. I film su don Camillo e Peppone, ispirati ai suoi racconti continuano a spopolare, e ciclicamente proposti in televisione sono premiati da invidiabili indici d’ascolto. E’ anche grazie a questi due personaggi se due attori di calibro come Fernandel e Gino Cervi sono entrati nel cuore di milioni di persone…

Giovannino nasce a Fontanelle di Roccabianca, un tiro di schioppo da Parma. Una piccola beffa del destino nascere il 1 maggio (del 1908) per uno che per tutta la vita irride la sinistra, i suoi riti, i suoi miti. Sanguigno, ironico, un dire sempre e comunque “pane al pane, cretino al cretino” non poteva che pasticciare, fin da sempre, con carta, inchiostri, piombo di tipografia. Comincia con “La Gazzetta di Parma”. Sbarca poi a Milano, il vecchio Rizzoli lo prende con sé, intuendone le doti; collabora con il “Bertoldo”, rivista umoristica fucina di grandi, futuri talenti: Marcello Marchesi, Walter Molino, Giacinto “Giaci” Mondaini, Federico Fellini, Saul Steinberg, Achille Campanile, Leo Longanesi, Mino Maccari… Direttore de “Il Bertoldo” è prima Cesare Zavattini, poi arriva Giovanni Mosca. Il settimanale vende fino a 600mila copie.

La prima disavventura vera è del 1942: gli viene comunicata la notizia, non vera, che il fratello, militare nell’Armir, è morto in Russia. Non ci vede più dal dolore e dalla rabbia, e parte una raffica di insulti nei confronti di Mussolini. Zelante, qualcuno lo denuncia alla polizia. Segue arresto e condanna a tornare sotto le armi: artiglieria. Dopo l’8 settembre, l’ordine è di passare al servizio della Repubblica Sociale Italiana; risponde che non ci pensa neppure: lui monarchico arci-convinto, non rinnega il giuramento di fedeltà al re.

Una fedeltà pagata con due anni di deportazione nei lager nazisti: prima Polonia, poi Germania. Il suo primo libro di successo, “Diario clandestino”, è la narrazione di quella prigionia:  “Non abbiamo vissuto come i bruti. Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, con un passato e un avvenire”. Quando finalmente torna in Italia, pesa appena quaranta chili.

Fonda il “Candido”, settimanale non solo di feroce satira. Fa anche giornalismo d’inchiesta. Assieme a “La settimana Incom” di Lamberto Sechi, denuncia gli omicidi politici compiuti dai partigiani comunisti nel cosiddetto “triangolo della morte”: “Noi chiamammo poco tempo fa l’Emilia ‘Messico d’Italia’”, scrive. “Ma ciò è ingiusto perché piuttosto si deve dire che il Messico è l’Emilia d’America. Cose terribili succedono a Castelfranco Emilia e gente ci manda lettere piene di terrore elencando assassinii. Quarantadue persone sono già state soppresse misteriosamente per cause di politica o di vendetta, in uno spazio di pochi chilometri quadrati, in piena pianura. E la gente sa, ma non parla perché ha paura”.

Sono anche i giorni della durissima campagna per impedire che i comunisti conquistino la maggioranza.   Indimenticabili  le sue vignette contro i «trinariciuti»:  la terza narice, spiega, “fa defluire la materia cerebrale e fa entrare direttamente nel cervello le direttive del partito”. Piu’ di uno storico attribuisce a Guareschi e al “Candido” il merito della vittoria democristiana alle elezioni del ’48.

Famosi i suoi slogan dell’epoca: “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”. E i manifesti: come quello che raffigura lo scheletro di un soldato italiano morto in un campo di prigionia sovietico dalla cui bocca escono queste parole: “Mamma, cento mila prigionieri italiani non sono tornati dalla Russia. Votagli contro anche per me”. Celeberrime le vignette intitolate: “Obbedienza cieca, pronta, assoluta”, dove sbeffeggia i militanti comunisti che prendono alla lettera le direttive che arrivava dall’alto, nonostante i chiari errori di stampa, poi corretti con la frase “Contrordine compagni!”. Per la celebre prima vignetta del compagno con tre narici, Togliatti lo insulta con l’appellativo di “tre volte idiota moltiplicato per tre”; durante un comizio a La Spezia rincara la dose:  “l’uomo più cretino del mondo”.

Sempre ne1948 il primo romanzo su don Camillo e Peppone: il via a una saga ventennale in 346 puntate e cinque film conosciuta in tutto il mondo. È la sua creazione più nota: don Camillo, “robusto” parroco, ha come antagonista l’agguerrito sindaco Peppone; le vicende si svolgono in un paesino immaginario della bassa padana emiliana, Ponteratto, citato solo nel primo racconto della serie. Negli altri racconti viene sostituito con un più generico “borgo”; i film tratti dall’opera di Guareschi sono invece girati a Brescello e Boretto, che diventa per tutto il mondo noto come “il paese di Don Camillo”.

Fernandel e Gino Cervi nei panni di don Camillo e Peppone.

Continua incappare in guai provocati dal suo non avere peli sulla lingua, dal suo carattere fumino. Una querela gli arriva nel 1950,  dall’allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Carlo Manzoni disegna una vignetta che riporta un’etichetta del vino Nebbiolo prodotto nelle terre della famiglia Einaudi, con la scritta “presidente”. Guareschi, direttore responsabile, colpevole di averla pubblicata, è condannato a otto mesi, con la condizionale.

Poi arriva il “caso” De Gasperi. Enrico De Toma, ex ufficiale repubblichino, aveva ricevuto da Mussolini l’incarico di mettere al sicuro in Svizzera una copia di un suo carteggio riservato; De Toma vende i documenti a Rizzoli. Il settimanale “Oggi”  inizia a pubblicare le carte, ma dopo tre settimane, la pubblicazione viene improvvisamente interrotta. Guareschi vuole ficcare il naso in quelle carte. Scopre due lettere di De Gasperi inviate da Roma al colonnello inglese Bonham Carter a Salerno: si sollecita il bombardamento della periferia della capitale per spingere la popolazione a ribellarsi ai tedeschi.

Un falso, secondo quanto stabiliscono i giudici. Una fake news di allora, “fabbricata” ad arte dai servizi della Repubblica Sociale. Autentiche, ribatte Guareschi fino all’ultimo. Condannato a un anno e due mesi, rinuncia all’Appello: “Mi avete condannato alla prigione? Ci vado”. Ci resta ben 409 giorni: perché alla condanna del processo De Gasperi si aggiunge quella del processo Einaudi. De Gasperi per primo si rammarica del fatto che l’autore di “Mondo piccolo” sia in galera. Non c’e’ nulla da fare. Guareschi, caparbio, rinuncia anche alla domanda di grazia. Beneficia solo di sei mesi di “libertà vigilata”, per “buona condotta”.

Quando esce non è più lo stesso. Provato nel fisico e nel morale, ha perso molto del suo mordente e del suo “spirito” di bastian contrario. I giornali di un tempo gli rifiutano la collaborazione, “Candido” ha chiuso; si rifugia nel “Borghese”, che da Leo Longanesi e pasto nelle mani di Mario Tedeschi, senatore del Movimento Sociale; e scrive per “La Notte”, quotidiano della sera di Nino Nutrizio. Cura anche una rubrica televisiva per il settimanale “Oggi”.

Sempre in quegli anni – non lo sanno in molti – realizza un film, “La Rabbia”, diviso in due parti: la prima curata da Pier Paolo Pasolini (e qui continuano a rincorrersi i cosiddetti ‘paradossi’) e la seconda da Guareschi: una sorta di documentario montato con materiale di repertorio. “Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza, dall’angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?”, è  la domanda. Il film viene travolto dalle polemiche. Pasolini ritira la firma, il film, rapidamente tolto dalla circolazione è dimenticato dai più.

Sempre nei primi anni Sessanta Papa Giovanni XXIII, che si dice tenesse nel comodino vicino al letto i libri di Guareschi, gli chiede di collaborare alla stesura del nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica. Lo scrittore declina: “Non sono  degno di tale onore”. E si arriva al 22 luglio 1968; Guareschi è in vacanza a Cervia. Fa una vita tranquilla, passeggiate in bicicletta, contempla il mare Adriatico. Traditore arriva  un infarto che lo stronca. Ai funerali in pochissimi:  Nutrizio; Baldassarre Molossi, direttore della “Gazzetta di Parma”, il suo primo giornale; Enzo Ferrari; Carlo Manzoni; Mosca, Enzo Biagi, suo amico da sempre e che mai lo rinnega; Angelo Tonna, sindaco socialista di Fontanelle di Roccabianca. La Rai liquida la cosa in pochi secondi; i giornali relegano  notizie e servizi nelle pagine interne, l’«Unità» si distingue per un corsivo velenoso: scrive di “melanconico tramonto dello scrittore che non era mai nato”.

Emarginato in Italia, sdoganato all’estero. La rivista americana “Life” lo definisce  “il più abile ed efficace propagandista anticomunista in Europa”. Una vita all’insegna dei paradossi. Per dire: e’ monarchico, non vuole aderire alla Repubblica Sociale, finisce nei lager, ma per anni la sinistra lo guarda con sufficienza, considerandolo un fascista. Aiuta De Gasperi a vincere le elezioni del 1948, ma finisce in carcere per una querela dello statista democristiano… vende in tutto il mondo milioni di copie dei libri con le storie dei  ‘duelli’  tra il prete don Camillo e il sindaco comunista Peppone; e’ teorico di un linguaggio semplice e lineare, alla portata di tutti, composto da un vocabolario di 250 parole al massimo; ma la cultura ufficiale lo snobba, proprio per suo esser semplice e comprensibile…

Oggi ci sarebbe spazio per questo “bastian contrario” per vocazione? Difficile immaginarlo in questo confuso, rabbioso, volgare Maelstrom in cui si è ridotto il Paese. Fondamentalmente anarchico ma anche profondamente conservatore; sicuramente anticomunista, cattolico, forse un Papa come Francesco non gli garberebbe. Radicale? Ma sì, anche se di sicuro con Marco Pannella avrebbe litigato mille volte al giorno a sangue. Avrebbe certamente detestato Matteo Renzi, ma anche difficile immaginarlo in compagnia di Matteo Salvini o Beppe Grillo; men che mai con Luigi Di Maio. E Berlusconi lo avrebbe apprezzato come imprenditore, meno come politico; e non avrebbe barattato un’unghia del “suo” Peppone con tutta la baracca del PD… dunque? Guareschi era un compiaciuto rompiscatole, aveva in uggia il potere. Oggi sicuramente inviterebbe a non fare branco, non importa di quale colore; non condizionato, non condizionabile: tenero e burbero, inflessibile nei valori, per lui contava la persona, e se ne infischiava delle ideologie. Una stretta di mano, guardarsi negli occhi, e la parola d’onore. Uomo d’altri tempi. Speriamo futuri.

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