Cerca

LibriLibri

Commenti: Vai ai commenti

La vecchiaia: aggiungere vita ai giorni e non giorni alla vita

Nel suo libro "La vita e i giorni", Enzo Bianchi riflette sul duro mestiere di vivere, e di raccontare ciò che si è vissuto

Persona anziana (Luciano / Flickr.com).

“Cosa mi ha ispirato a raccontarmi in un libro?”, si chiede Bianchi e si risponde: “Le paure. Che ne sarà della mia consapevolezza, della mia mente? Cosa mi succederà, quali malattie, dolori, solitudine attraverserò?”

“La vita non è quella che si vive ma quella che si racconta”. Enrico Maria Marquez ha scritto che abbiamo dentro di noi questo potere di trasformazione: dal vissuto all’interpretazione del vissuto.

Poter raccontare è uno dei vantaggi della vecchiaia. Magari uno ha questo desiderio da sempre, ma arriva a un’età che sente il bisogno di raccontarsi, magari per capire chi è stato. E comprendere che qualcosa di eterno nella propria vita l’ha vissuto: l’amore.

Qualche tempo fa ho ascoltato Enzo Bianchi, priore di Bose, che presentava il suo libro “La vita e i giorni”, edito dal Mulino, spiegando come aggiungere vita ai giorni e non giorni alla vita.

“Cosa mi ha ispirato a raccontarmi in un libro?”, si chiede Bianchi e si risponde: “Le paure. Che ne sarà della mia consapevolezza, della mia mente? Cosa mi succederà, quali malattie, dolori, solitudine attraverserò?”

I De senectute sono stati scritti in ogni epoca. Per parlare della vecchiaia bisogna attraversarla, aver fatto esperienza di questa stagione della vita. Bianchi afferma: “Se non ho vissuto, non scrivo nulla”. Appunta quello che vive giorno per giorno. E si domanda: “Sei davvero soddisfatto, poco tormentato, per quello che hai fatto nel corso della tua vita? È forse la prima domanda che uno si pone, una domanda pungente, ed io cerco di svestirmi del mio pudore. Sono molto contento della mia vita. L’ultima parola che dirò essendo credente: ringrazio il Signore per quello che mi ha dato. Ho avuto un’infanzia penosa, un’adolescenza piena di amicizia, che è l’avventura più straordinaria che mi rinnova il desiderio di vivere. Perché ho amato, sono stato amato e sono amato. Per questo sono contento di quello che ho fatto, non per il livello di grandezza, ma perché ho fondato una comunità”.

Bianchi ricorda agli amici la luce di Santorini, i giri nel Mediterraneo e si sente vivo, pieno di forza. Ricordare è rivivere e scrivere è poter rileggere in ogni momento quello che abbiamo attraversato. “Questo libro è una meditazione sulla vita, piuttosto che sull’abbandono della vita, benché sia conscio del limite temporale che mi sta davanti. Sono cristiano, ma dirvi che credo con certezza che di là c’è qualcosa, non lo credo molto, credo che ci sia Lui, Gesù Cristo. E ho tanta paura della morte”.

E osserva: “Come era diversa nella comunità della famiglia contadina la figura del vecchio, così centrale e non infastidente. Se guardo indietro, ho cercato tutta la vita l’umanità, ho cercato di ascoltare. Da bambino mio mamma mi ripeteva: Enzo, impara ad ascoltare. E questo insegnamento mi fa ancora ascoltare i vecchi che incontro al supermercato. Soprattutto al Nord sono isolati: mi dicono che i figli gli danno una stretta di mano, poi scappano subito. Si sentono soli, sono tristi. La solitudine è la mancanza di parole rivolte, senso di anticamera nell’attesa della fine. Non si aggiunge così vita ai giorni. Bisogna abbandonare la dimensione della tristezza e raccogliere le forze: altrimenti roviniamo tutto ciò che abbiamo fatto prima. Bisogna anche comprendere che la vita va vissuta altrimenti, con altri ritmi. Oggi faccio le passeggiate, mai fatte da giovane, ma posso avere un rapporto straordinario con gli alberi. Abbraccio una quercia di 700 anni e mi sembra che lei abbracci me. Bisogna muoversi per avere altri orizzonti e vedere che c’è ancora tanta vita. Tanta capacità di stupirsi. Io sono un monaco, ma gli affetti non sono meno forti. È un duro mestiere la vita, ma attenzione abbiamo delle possibilità. Le ragioni di vivere ci vengono dagli altri, dalle relazioni, si trasmette quello che si ha dentro di sé”.

“L’idea di lasciare la presa è come accettare che la vita sia stata incompiuta. L’incompiutezza è qualcosa che ci tocca in profondità. Mia madre è morta che avevo otto anni. Era malata e mi diceva: non ti vedo nel futuro, non so se studierai, me ne vado e non ho compiuto niente. Eppure Dio ha detto: non sta a te compiere l’opera, ma non sottrarti all’opera che ti è stata data, al destino. La cosa più difficile da accettare è l’incompiuto. Bisogna aver il coraggio qualche volta di dire no, non porto a termine, do le dimissioni. Lasciare la presa è un esercizio che dà libertà interiore. E aiuta gli altri ad occupare gli spazi. Per non credersi un dio”.

A proposito di...

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter