Cerca

LibriLibri

Commenti: Vai ai commenti

“A rincorrere il vento”: in un libro il caleidoscopio culturale del ’68

Intervista a Erica Arosio, autrice del volume, edito da Morellini Editore, a quattro mani con il giornalista Giorgio Maimone

Giorgio Maimone ed Erica Arosio (foto Gianmarco Chieregato).

"Scrivo di Milano perché la conosco, perché è la mia città e mi piace. È l’unica città italiana di respiro europeo. Alla stregua di Los Angeles, New York, Parigi, Londra, Milano è perfetta come location nell’oscurità metropolitana", racconta l'autrice

“A rincorrere il vento”, caro Sessantotto, un elogio dedicato agli anni della trasformazione in Italia. Libro scritto a quattro mani da Giorgio Maimone ed Erica Arosio. Milano, il ’68: un caleidoscopio di emozioni con la cultura, la musica, il cinema e le inevitabili rivoluzioni sociali che  scardinarono quegli anni ed il Sessantotto ha portato con sé.  Il libro edito Morellini Editore è scritto a quattro mani da Giorgio Maimone, giornalista Caporedattore de Il Sole 24 Ore (per 30 anni scrittore ha diretto la prima radio libera milanese, canale 96, ed ha fondato e dirige il portale della canzone d’autore la Brigata Lolli) e da Erica Arosio, giornalista critica cinematografica, oggi scrittrice.

Il rapporto con la scrittura è un processo creativo ed emozionale individuale: come si fa a scrivere a quattro mani con una altra persona diversa che non sei tu? Questa esperienza con  Giorgio Maimone, è stata stimolante complementare arricchente? Avete mai discusso o litigato per difendere una idea un personaggio o un aggettivo?
“Ho scritto da sola per anni. Ho scritto da sola in quasi 40 anni di vita nei giornali (ho iniziato durante il primo anno di università). Nella mia vita non ho fatto altro che scrivere, la scrittura è stata il mio unico amatissimo lavoro. La collaborazione con Giorgio non è stata preventivata, è capitata. Amici, abbiamo iniziato a parlare di libri, mi ha dato una mano nella revisione del mio primo romanzo, L’uomo sbagliato. L’editrice, Cristina Lupoli Dalai che poi mi ha pubblicato per La tartaruga, mi aveva chiesto di “dare più miele al lettore”. Di dire, di più, di sciogliere la scrittura. Così l’ho fatto interfacciandomi con Giorgio. Poi una sera gli ho raccontato una trama che avevo in mente e abbiamo iniziato a parlarne, così, in modo naturale e la storia prendeva forma.  A un certo punto ci siamo detti: perché non scriverla assieme? Ha funzionato. Abbiamo continuato, i romanzi scritti a quattro mani sono ormai una decina. Lavoriamo senza discutere più di tanto, ricerche e costruzione condivisi, scrittura separati, a grandi linee dividendoci i capitoli, revisioni condivisa con letture a voce alta e molto rimaneggiamento, anche per valutare i calibri, i pesi, guardando il libro dall’esterno. Liti vere e proprie no, ci fidiamo uno dell’altro, ci stimiamo, diamo per scontata la buona fede reciproca. Siamo generosi, ciascuno dei due mette nella Factory quello che ha, senza stare a pensare a quello che sta facendo l’altro. Credo che solo così si possa lavorare bene in due”.

Hai sempre avuto le idee chiare. Un tuo prof. ti di definiva “eclettica e sufficientemente superficiale per fare la giornalista”: tu che cosa diresti oggi a quel prof.quanto c’è ancora di quella bambina nella Erica di oggi?
“Di quella Erica non bambina, ma fiammeggiante rivoluzionaria adolescente quindicenne è rimasto molto, tutto l’entusiasmo e tutta la curiosità. Si sono aggiunti chili e rughe che però pazienza. In fondo chi può negare che gli anni sia sempre meglio compierli che non compierli?”.

Ho incontrato Cristina Comencini, la quale, parlando della assenza della separazione dall’oggetto amato nel suo libro Einaudi  DA SOLI, mi spiegava come la sua generazione avesse superato l’obbligo di stare insieme secondo certi ruoli fissi che comportavano dei sacrifici. Questo bastarsi da soli è una conquista di libertà indiscutibile che se portata all’eccesso ci rende davvero impossibile concepire un rapporto d’amore totalizzante? O lo facciamo rendere possibile e far vivere nella scrittura come una sorta di sublimazione?
“Sto bene da sola, ma non coltivo la solitudine, mi piace molto stare con gli altri, Sono una di quelle che durante un viaggio in treno ben difficilmente non scambia qualche parola e in genere ben più di una col vicino. Ho sempre usato la scrittura per comunicare con gli altri, per trasmettere le mie passioni. Avendo fatto la giornalista a lungo e avendo lavorato nel caos delle redazioni non ho neanche bisogno della solitudine per “creare”. Anzi, trovo stimolante pensare e inventare in giro, sui mezzi pubblici, camminando per strada. Credo che la nostra generazione più che la solitudine abbia aspirato e realizzato l’indipendenza. Mi piace dire che io non accudisco e non voglio essere accudita. In verità questa indipendenza che può essere scambiata a volte per durezza l’ho ereditata da mia madre .Nella mia famiglia ciascuno doveva occuparsi di se stesso. Ma in compenso i miei genitori mi hanno dato con l’esempio, con un’educazione brusca, ma fortemente presente la sicurezza di potercela fare. Bastava impegnarsi e le cose funzionavano.  Se qualcosa non va, la colpa è tua. Poca indulgenza, forse, ma anche il regalo alla fine di una grande forza:.

Tutti i tuoi romanzi (tranne uno)  sono ambientati a Milano: è una città che funziona più di altre nell’economia della stesura di un romanzo giallo? Milano è forse la nuova capitale del giallo?
“Scrivo di Milano perché la conosco, perché è la mia città e mi piace. È l’unica città italiana di respiro europeo. Alla stregua di Los Angeles, New York, Parigi, Londra, Milano è perfetta come location nell’oscurità metropolitana. Inoltre il giallo è diventato genere di punta passando da letteratura di serie B a letteratura main stream. Anche per uno scrittore alle prime armi stare nelle regole del giallo aiuta: ti costringe in argini, devi seguire un percorso, avere una trama stringente, inventare meccanismi di suspence, il famoso turn page”.

Una domanda su “L’uomo sbagliato” il tuo libro di punta. Come riconoscerlo questo uomo sbagliato? Istruzioni per l’uso. Molte donne te ne sarebbero grate.
“Un uomo è quello sbagliato quando pensi di poterlo cambiare. Perché evidentemente ha delle cose che non ti stanno bene. Ecco, sappiate che un uomo può cambiare, ma solo in peggio. Quindi, o vi rassegnate a tollerare quello che di lui non vi piace (e all’orizzonte si delinea il masochismo femminile) oppure – meglio – cercatene uno che vi vada bene. Non è necessario essere precipitose, gli uomini non si rivelano immediatamente. Dategli il tempo di farsi conoscere, ascoltatelo. Poi, però decidete. Una notte passata a discutere va bene, ragionare su dieci problemi pure, ma mai permettetegli di rovinarvi la vita”.

Il cinema insieme alla musica ed i viaggi una tua passione. L’ultimo Festival di Venezia ha visto trionfare esempi di donne forti unite penso a “Roma” di Cuaron e “La Favorita”  il film del regista greco Lanthimos in cui gli uomini sono di sfondo o peggio ancora in sono vili, vigliacchi, meschini per regista messicano. Quale è la tua opinione degli uomini nei tuoi romanzi?
“Gli uomini mi piacciono e mi incuriosiscono e, se devo fare un bilancio di quelli incontrati finora, è positivo. Forse perché li ho selezionati, istintivamente, a monte. Noi donne abbiamo la tendenza a mentire a noi stesse, perché in realtà lo capiamo molto in fretta com’è fatto un uomo, solo che, di fronte ai difetti, non riusciamo a mollare e testardamente teniamo la posizione. Grosso errore. Se un uomo è vile, bugiardo, noioso, geloso, incapace di essere solidale e chissà cos’altro, se il rapporto con lui invece di darvi energia, ve ne toglie, be’, quello è un rapporto sbagliato, quello è un uomo da non frequentare”.

Mi è piaciuta la dicotomia tra carne carnalità il pragmatismo la passione il sesso e le nuvole la tua componente romantica sognatrice più emozionale. Come sono presenti queste due chiave di lettura sinergiche e mai disgiunte nella New York in Carne e Nuvole.
“In carne e nuvole ci sono vari riferimenti a New York, in particolare in due racconti che amo molto, Amour, storia di un serial killer che vaga la notte per le vie della città e Il guidatore, che racconta di un uomo che per una delusione d’amore si è relegato nella subway: guida la metro e vive in un locale che ha scovato lì sotto. Unica compagnia i libri che impara a memoria. La New York di carne e nuvole è quella più cinematografica, che adoro. E’ la New York dei romanzi noir di Jim Thompson. La prima volta che sono atterrata a New York, andando poi verso Manhattan sono stata praticamente colta dalla sindrome di Stendhal alla vista dello skyline: era esattamente come nei film. Ho adorato le strade dove non arrivava la luce, i palazzi di mattoni rossi. Ogni angolo era lo spezzone di un film. Alla vita si è mescolato il cinema e la letteratura. Per osmosi passa molto, moltissimo, dallo schermo ai libri e viceversa, passando per la carne della vita reale”.

Vorrei chiederti un luogo del cuore, una immagine legata alla tua prima volta a New York.
“Lo Skyline come dicevo. E Il Waldorf Astoria Hotel. Per un caso fortuito ho dormito lì la mia prima notte newyorkese, nel 1981. In aereo avevo iniziato a chiacchierare con una giovane donna. Quando sono atterrata l’amico che doveva ospitarmi non c’era (l’avrei recuperato solo il giorno successivo) così quell’occasionale conoscenza mi ha detto che non c’erano problemi potevo dormire nella sua stanza. Un lusso al di là dell’immaginabile. Ma come poteva permettersi una stanza così, visto che, dai suoi racconti, non era una ragazza ricca. Be’, aveva fatto i suoi conti (me lo ha raccontato poi, quando ci siamo risentite a Milano). Mi ha spiegato che lei prendeva sempre u  hotel lussuosissimo perché poi le cose succedevano. Nel senso che la sera, al bar dell’hotel ha conosciuto un uomo e con lui è partita per una vacanza ai Caraibi. Succedeva anche questo. A conti fatti meglio la mia, come prima volta a New York. Me la sono girata tutta, Bronx compreso. Ho camminato per il quartiere degli ebrei ortodossi con un amico che faceva la guida a New York, sono stata a vedere un musical con l’amico di un amico che ne era lo scenografo, ho dormito una notte in un house boat sull’Hudson, ho visto Rocky Horror picture show in Downtown tornano poi a piedi con il mio gruppo di amici fino alla 60esima dove dormivo. Adoro New York. Adoro Manhattan. E il monologo stupendo del film di Woody Allen avrei voluto scriverlo io”.

Oltre che a Dio (eventualmente se credi) alla mamma e a te stessa c’è un grazie che non hai mai detto e che vorresti dire?
“In realtà ho sempre ringraziato quando era giusto farlo.  Ai miei professori, come a molti direttori e caporedattori oltre che a tanti amici e fidanzati dico semplicemente grazie. Ciascuna persona che ho conosciuto, ciascuna persona che mi è stata vicina, mi ha dato quello che ha fatto di me quella che sono oggi. Ma chi voglio ringraziare soprattutto sono i miei due figli, Mimosa e Leone. Sono molto riservati e non amano che io parli di loro. Vi dico solo che li frequenterei e li vorrei come amici anche se non fossero i miei figli. Li adoro e mi emoziona guardarli: un giovane uomo e una giovane donna pieni di passioni che amano la vita”.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter