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Aleksandr Solzenicyn, il Premio Nobel che svela gli orrori del Gulag all’Occidente

Che cosa resta, oggi, di Solzenicyn, tra i più grandi scrittori del Novecento?

Aleksandr Solzenicyn (Wikipedia).

Si sta parlando di uno dei più grandi scrittori del ‘900, non solo russi. Un artista difficile da comprendere, e profondamente intriso di “cultura” e spirito russo. Non concede nulla al comunismo, ma rifiuta di considerarlo una “naturale” filiazione della società russa zarista. Piuttosto lo ritiene un frutto dell’Occidente, erede legittimo della rivoluzione francese del 1789

Definirlo grande scrittore è, al tempo stesso, esatto e riduttivo. La fluviale opera di Aleksandr Solzenicyn va al di là dell’indiscutibile valore letterario che lo colloca nella grande tradizione dei Lev Tolstoj e dei Fedor Dostoevskij. Con la sua opera, la sua stessa vita, incarna valori alti, nobili: indipendenza, autonomia di pensiero, il coraggio di chi lotta per la libertà. Anche se oggi forse è molto meno letto e conosciuto di solo vent’anni fa, Solzenicyn ha un peso e un’influenza enorme nella cultura occidentale: per la prima volta, da diretto testimone-vittima, svela la natura e la meccanica del regime comunista sovietico, ne mette in luce gli aspetti totalitari, racconta l’orrore e la “quotidianità” del gulag.

Nasce l’11 dicembre di cent’anni fa a Kislovodsk. Famiglia agiata di kulaki, tutte le proprietà di famiglia vengono espropriate. A 23 anni il primo arresto: in una lettera privata, intercettata, critica Stalin. Si guadagna così otto anni di gulag, in Siberia. Di nascosto scrive, la notte, al lume di una candela; è così che nasce “Una giornata di Ivan Denissovic”: è il racconto “ordinario” di una giornata, appunto, in un gulag sovietico di un detenuto politico negli anni Cinquanta. L’idea base di questo lungo racconto è mostrare come pure in un inferno di gelo, crudeltà e oppressione si possa conservare dignità e fierezza del proprio essere. Il racconto viene pubblicato il 18 novembre 1962 sulla rivista letteraria “Novyi Mir” diretta dall’amico Aleksandr Tvardovskij: approfitta del clima di destalinizzazione in corso, delle timidissime aperture concesse da Nikita Chruscev, per far conoscere autori come, appunto, Solzenicyn e Eugeni Evtusenko.

Dura poco. Chruscev viene “pensionato”, subentra Leonid Breznev, lo stesso Tvardoskij, duramente attaccato dall’Unione degli scrittori sovietici, si dimette dalla direzione della rivista.

Solzenicyn continua a scrivere. Ecco “Divisione Cancro”, e il monumentale “Arcipelago gulag”: non sono solo la testimonianza della personale esperienza dell’autore; sono anche il meticoloso racconto del calvario di 227 ex prigionieri perseguitati dal regime comunista; si descrive nel dettaglio la vita nei campi di lavoro, gli interrogatori, le rivolte dei prigionieri, le spietate repressioni. In Unione Sovietica naturalmente vengono censurati. Circolano pochissime copie, dattiloscritte da volontari, e passate di mano in mano. Pubblicati in Occidente, aprono gli occhi sulla realtà sovietica un po’ ovunque, in Francia, in Regno Unito, nei paesi scandinavi e in Germania, negli Stati Uniti. In Italia scatta la consegna del silenzio. La stampa progressista e di sinistra si occupa di “Arcipelago gulag” solo per stroncarlo. L’unico esponente della sinistra italiana che dà ampio risalto all’opera, è Bettino Craxi, che scrive sul giornale del Partito Socialista “l’Avanti!”, una lunga recensione riconoscendone valore e importanza.

Nel 1970 Solzenicyn viene insignito del premio Nobel per la letteratura. Non lo ritira; teme che una volta uscito dalla Russia il regime sovietico non gli consenta più di tornare, e tenga in ostaggio moglie e figli. Perseguitato, è colpevole di un reato tipico dei regimi totalitari: quello di raccontare la storia, tenere viva la memoria, difenderla dall’usura del tempo, dalle manipolazioni del potere.

Avversario del comunismo, non si riconosce neppure nei regimi liberali. Ritiene anzi che il comunismo sia figlio della rivoluzione francese, dell’Occidente.

Quattro anni dopo viene espulso, prima “deportato” nella Germania dell’Est; poi può espatriare in Occidente. Finalmente ritira il premio: pronuncia un memorabile discorso, parla a nome dei milioni di donne e uomini annientati nei gulag del comunismo realizzato. A Roma incontra Giovanni Paolo II. Con il papa polacco parla a lungo, senza traduttori. Karol Wojtyla gli confida di essersi spesso ispirato a lui, di aver meditato a lungo sui suoi libri. Si trasferisce prima in Svizzera, poi negli Stati Uniti, ma rifiuta di integrarsi in quella società; a malapena apprende qualche parola di inglese.

Nel 1994, dopo la caduta del sistema sovietico, torna in Russia. Atterra simbolicamente a Kolyma, uno dei più spaventosi gulag sovietici. Poi in treno un interminabile viaggio da Vladivostock a Mosca.  Sei anni dopo si riconcilia con il suo amato paese, dal quale è stato a lungo perseguitato, e accetta di incontrare Vladimir Putin. Il 3 agosto 2008 un infarto lo stronca, a 89 anni.

Cosa resta oggi di Solzenicyn?

Si sta parlando di uno dei più grandi scrittori del ‘900, non solo russi. Un artista difficile da comprendere, e profondamente intriso di “cultura” e spirito russo. Non concede nulla al comunismo, ma rifiuta di considerarlo una “naturale” filiazione della società russa zarista. Piuttosto lo ritiene un frutto dell’Occidente, erede legittimo della rivoluzione francese del 1789. Non si riconosce, e anzi condanna, le società liberali occidentali. Il suo pensiero si richiama a Dostoevskij, “cantore” di quella che, pur consapevoli di procedere a colpi d’accetta, si può definire l’idea di una specificità russa; una eccezionalità data soprattutto dalla religione ortodossa, una “visione” di paese con funzione salvifica delle migliori tradizioni occidentali, una Mosca che viene vista come una terza Roma. Una sorta di moderna teocrazia.

Visione politica certamente discutibile; ma non è qui da ricercare l’importanza del “messaggio” di Solzenicyn, piuttosto nella visione reale di quello che è stato in Russia (e non solo in Russia), il comunismo.

Questo l’elemento fondamentale: un’ideologia intrisa di elementi e dati criminali, in nome della quale si sono perseguitati e oppressi e uccisi milioni di persone. Ma resta anche il monito, lanciato in occasione di un suo celebre discorso ad Harvard, dell’8 giugno 1978. Un monito, un allarme che non necessariamente va condiviso in toto; ma su cui è utile comunque riflettere:

Nella società occidentale di oggi è avvertibile uno squilibrio fra la libertà di fare il bene e la libertà di fare il male. Un uomo politico che voglia realizzare, nell’interesse del suo paese, una qualche opera importante, si trova costretto a procedere a passi prudenti e perfino timidi, assillato da migliaia di critiche affrettate (e irresponsabili) e bersagliato com’è dalla stampa e dal Parlamento. Deve giustificare ogni passo che fa e dimostrarne l’assoluta rettitudine. Di fatto è escluso che un uomo fuori dall’ordinario, un grande uomo che si riprometta di prendere delle iniziative insolite e inattese, possa mai dimostrare ciò di cui è capace: riceverebbe tanti di quegli sgambetti da doverci rinunciare fin dall’inizio. Ed è così che col pretesto di controllo democratico si assicura il trionfo della mediocrità.

 

Per contro è cosa facilissima scalzare l’autorità dell’Amministrazione, e in tutti i paesi occidentali i poteri pubblici sono considerevolmente indeboliti. La difesa dei diritti del singolo giunge a tali eccessi che la stessa società si trova disarmata davanti a certi suoi membri: è giunto decisamente il momento per l’Occidente di affermare non tanto i diritti della gente, quanto i suoi doveri.

 

Al contrario la libertà di fare il bene, la libertà di distruggere, la libertà dell’irresponsabilità, ha visto aprirsi davanti a sé vasti campi d’azione. La società si è rivelata scarsamente difesa contro gli abissi del decadimento umano, per esempio contro ‘utilizzazione della libertà per esercitare una violenza morale sulla gioventù: si pretende che il fatto di poter proporre film pieni di pornografia, di crimini o di satanismo costituisca anch’esso una libertà, il cui contrappeso teorico è la libertà per i giovani di non andarli a vedere. Così la vita basata sul giuridismo si rivela incapace di difendere perfino se stessa contro il male e se ne lascia poco a poco divorare.

 

E che dire degli oscuri spazi in cui si muove la criminalità vera e propria? L’ampiezza dei limiti giuridici (specialmente in America) costituisce per l’individuo non solo un incoraggiamento a esercitare la sua libertà ma anche un incoraggiamento a commettere certi crimini, poiché offre al criminale la possibilità di sfuggire al castigo o di beneficiare di un’immeritata indulgenza, grazie magari al sostegno di un migliaio di voci che si leveranno in suo favore. E quando in un paese i poteri pubblici affrontano con durezza il terrorismo e si prefiggono di sradicarlo, l’opinione pubblica li accusa immediatamente di aver calpestato i diritti civili dei banditi. Ci sono al riguardo numerosi esempi.

 

La libertà non ha così deviato verso il male in un colpo solo, c’è stata un’evoluzione graduale, ma credo si possa affermare che il punto di partenza sia stato la filantropica concezione umanistica per la quale l’uomo, padrone del mondo, non porta in sé alcun germe del male, e tutto ciò che vi è di viziato nella nostra esistenza deriva unicamente da sistemi sociali erronei che è importante appunto correggere. Che strano però: l’Occidente, dove le condizioni sociali sono le migliori, presenta una criminalità indiscutibilmente elevata e decisamente più forte nel nell’Unione Sovietica, con tutta la sua miseria e il disprezzo della legge. (Da noi, nei campi di lavoro, ci sono moltissimi detenuti definiti comuni, che in realtà, nella stragrande maggioranza, non sono affatto criminali, ma gente che ha cercato di difendersi con mezzi non giuridici contro uno Stato senza legge)

 

Anche la stampa (uso il termine “stampa” per designare tutti i mass media) gode naturalmente della massima libertà. Ma come la usa?

 

Lo sappiamo già: guardandosi bene dall’oltrepassare i limiti giuridici ma senza alcuna vera responsabilità morale se snatura i fatti e deforma le proporzioni. Un giornalista e il suo giornale sono veramente responsabili davanti ai loro lettori o davanti alla storia? Se, fornendo informazioni false o conclusioni erronee, capita loro di indurre in errore l’opinione pubblica o addirittura di far compiere un passo falso a tutto lo Stato, li si vede mai dichiarare pubblicamente la loro colpa? No, naturalmente, perché questo nuocerebbe alle vendite. In casi del genere lo Stato può anche lasciarci le penne, ma il giornalista ne esce sempre pulito. Anzi, potete giurarci che si metterà a scrivere con rinnovato sussiego il contrario di ciò che affermava prima.

 

La necessità di dare una informazione immediata e che insieme appaia autorevole costringe a riempire le lacune con delle congetture, a riportare voci e supposizioni che in seguito non verranno mai smentite e si sedimenteranno nella memoria delle masse. Quanti giudizi affrettati, temerari, presuntuosi ed erronei confondono ogni giorno il cervello di lettori e ascoltatori e vi si fissano! la stampa ha il potere di contraffare l’opinione pubblica e anche quello di pervertirla. Così, la vediamo coronare i terroristi del lauro di Erostato, svelare perfino i segreti della difesa del proprio paese, violare impunemente la vita privata delle celebrità al grido «Tutti hanno il diritto di sapere tutto» (slogan menzognero per un secolo di menzogna, perché assai al di sopra di questo diritto ce n’è un altro, perduto oggigiorno: il diritto per l’uomo di non sapere, di non ingombrare la sua anima divina di pettegolezzi, chiacchiere, oziose futilità. Chi lavora veramente, chi ha la vita colma, non ha affatto bisogno di questo fiume pletorico di informazioni abbrutenti).

 

È nella stampa che si manifestano, più che altrove, quella superficialità e quella fretta che costituiscono la malattia mentale del XX secolo. Penetrare in profondità i problemi è controindicato, non è nella sua natura, essa si limita ad afferrare al volo qualche elemento di effetto.

 

E, con tutto questo, la stampa è diventata la forza più importante degli Stati occidentali, essa supera per potenza i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Ma chiediamoci un momento: in virtù di quale legge è stata eletta e a chi rende conto del suo operato? Se nell’Est comunista un giornalista viene apertamente designato dall’alto come ogni altro funzionario statale, chi sono gli elettori cui i giornalisti occidentali devono invece la posizione di potere che occupano? E per quanto tempo la occupano? E con quale mandato?

 

E infine c’è un altro tratto inatteso per un uomo che proviene dall’Est totalitario, dove la stampa è rigidamente unificata: se si considera la stampa occidentale nel suo insieme, si scopre che anch’essa presenta degli orientamenti uniformi, nella stessa direzione (quella del vento del secolo), dei giudizi mantenuti entro determinati limiti accettati da tutti e forse anche degli interessi corporativi comuni, e tutto ciò ha per risultato non la concorrenza ma una certa unificazione. E se la stampa gode di una libertà senza freno, non si può dire altrettanto dei suoi lettori: infatti i giornali danno rilievo risonanza soltanto a quelle opinioni che non sono troppo in contraddizione con quelle dei giornali stessi e della tendenza generale della stampa di cui si è detto.

 

In Occidente, anche senza bisogno della censura, viene operata una puntigliosa selezione che separa le idee alla moda da quelle che non lo sono, e benché queste ultime non vengano colpite da alcun esplicito divieto, non hanno la possibilità di esprimersi veramente né nella stampa periodica, né in un libro, né da alcuna cattedra universitaria. Lo spirito dei vostri ricercatori è sì libero, giuridicamente, ma in realtà impedito dagli idoli del pensiero alla moda. Senza che ci sia, come all’Est, un’aperta violenza, quella selezione operata dalla mode, questa necessità di conformare ogni cosa a dei modelli standardizzati, impediscono ai pensatori più originali e indipendenti di apportare il loro contributo alla vita pubblica e determinano il manifestarsi di un pericoloso spirito gregario che è di ostacolo a qualsiasi sviluppo degno di questo nome. Da quando sono in America, ho ricevuto lettere da persone straordinariamente intelligenti, ad esempio da un certo professore di un college sperduto in una remota provincia, che potrebbe davvero fare molto per rinnovare e salvare il suo paese: ma il paese non potrà mai sentirlo perché i media non lo appoggiano. Ed è così che i pregiudizi si radicano nelle masse, che la cecità colpisce un intero paese, con conseguenze che nel nostro secolo dinamico possono risultare assai pericolose.

 

Prendiamo ad esempio l’illusoria rappresentazione che si ha dell’attuale situazione del mondo: essa forma attorno alle teste una corazza così dura che nessuna delle voci che ci provengono da 17 paesi dell’Europa dell’Est e dell’Asia orientale riesce ad attraversarla, in attesa che l’implacabile maglio degli eventi la faccia volare in mille pezzi.

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