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“Autismi”, le piccole e grandi patologie dell’umano in 16 racconti

Recensione del libro di Giacomo Sartori, edito da Miraggi edizioni

La copertina del libro "Autismi".

Le piccole o grandi patologie che attraversano questi sedici racconti, che hanno per protagonista l’alter ego dello scrittore (o solo alcuni dei tanti possibili) sono, a  tutti gli effetti, degli autismi. Se preferite, sono delle tare, delle macchie, delle crepe (Céline diceva che la scrittura è una tara, che consiste nell’incapacità di lasciare in pace la vita, di prenderla così com’è). A volte potremmo definirle illuminazioni. Altre volte fraintendimenti o abbagli, che generano situazioni divertenti, grottesche. Non sono, in ogni modo, autismi invalidanti...

L’ultima recensione dell’anno la voglio dedicare ad un autore italiano di cui ci siamo già occupati altre volte, Giacomo Sartori, e alla sua raccolta di racconti, Autismi. Forse voi non sapete che il racconto è un genere particolarmente detestato dagli editori in Italia: dice la leggenda metropolitana che non venda, e uno si chiede come mai allora tanti autori di racconti siano continuamente ristampati in edizioni economiche. Ma tant’è, il pregiudizio è duro da abbattere. Per fortuna esistono piccoli editori come questo Miraggi edizioni, che ha pubblicato il volume in questione. Ed esiste una pattuglia di lettori curiosi anche all’estero, prova ne è che alcuni testi della raccolta (pubblicati in origine su “NazioneIndiana”, e poi rivisti) sono stati pubblicati anche negli Usa, fra le altre dalla “Massachusetts Revue” (grazie alla traduzione di Frederika Randall).

L’autismo è un disturbo di origine neurobiologica che porta la persona a sviluppare comportamenti, diciamo così, “anomali”, ripetitivi o ossessivi, che spesso compromettono la comunicazione e la vita sociale.  Chi scrive in passato ha lavorato con persone affette da autismo e ne ha ricavato la seguente impressione: molti di quei comportamenti, disturbi o sintomi non sono poi abissalmente diversi da quelli di tutte le altre persone, solo che sono enormemente amplificati. Ad esempio: tutti siamo affetti da qualche genere di ossessione, chi più, chi meno, ma riusciamo a gestirla, e così ogni mattina ci infiliamo i nostri vestiti puliti, la nostra maschera, ed usciamo nell’arena sociale. Di solito funziona, e la facciamo franca. Viviamo la nostra vita, lavorativa, familiare, relazionale e quant’altro, e raramente lasciamo trasparire all’esterno il tumulto che ci portiamo dentro. Ogni mattina lucidiamo il nostro specchio, togliamo le macchie più vistose, e siamo pronti per una nuova entrata in scena, per una nuova rappresentazione. Le persone affette da autismo no, perché i loro deficit sono più evidenti, più totalizzanti, e più debilitanti.

E qui mi fermo, per non correre il rischio di dire qualche corbelleria sul piano medico-scientifico. Perché questa lunga premessa? Beh, perché il titolo della raccolta di Sartori non è scelto a caso, evidentemente. Le piccole o grandi patologie che attraversano questi sedici racconti, che hanno per protagonista l’alter ego dello scrittore (o solo alcuni dei tanti possibili) sono, a  tutti gli effetti, degli autismi. Se preferite, sono delle tare, delle macchie, delle crepe (Céline diceva che la scrittura è una tara, che consiste nell’incapacità di lasciare in pace la vita, di prenderla così com’è). A volte potremmo definirle illuminazioni. Altre volte fraintendimenti o abbagli, che generano situazioni divertenti, grottesche. Non sono, in ogni modo, autismi invalidanti. Sono quel genere di “piccoli autismi” con i quali, come dicevo, molti di noi convivono, in qualche modo. Ma che qui vengono espressi con una voce singolarmente efficace, precisa, la voce di uno scrittore che padroneggia un sapere esatto,  un sapere tecnico, un sapere “utile”, quello dell’agronomo (proprio a questa professione è dedicato uno dei racconti, Il mio lavoro).

Questa voce, questo io narrante, questa facoltà parallela, che cammina accanto all’autore e l’accompagna, per riprendere l’esergo di Marguerite Duras, racconta di un banale malessere scambiato per infarto, di una città natale, chiusa fra i monti, terribile e matrigna, di parenti la cui esistenza sembra fatta per amplificare in Sartori o nel suo alter-ego, la percezione della propria solitudine, di un organo riproduttivo indisciplinato, degli stratagemmi del proprio editore per scansare le conversazioni imbarazzanti e così via.

E la voce che abbiamo imparato a conoscere anche in altre opere, compreso l’irriverente Sono dio, storia tragicomica di un innamoramento divino per una mortale un poco imbarazzante. Una voce caustica, sarcastica, dolorosa. Non è difficile immaginare perché Sartori abbia trovato una seconda patria in Francia, precisamente a Parigi: letterariamente parlando, la sua è una voce molto francese, ricorda l’humor nero, la vis polemica di certi scrittori d’oltralpe, quel loro mettere alla berlina le convenzioni sociali, deridendole, schernendole. La lotta, si sa, è impari. Ma bisogna pur combatterla, con le armi di cui si dispone. Per uno scrittore “autistico”, la più difficile, la più maliziosa, la più sorprendente è quella della lingua. Con una trama ridotta all’osso, questi pezzi di monologo interiore, questi ritratti, queste stanze di vita quotidiana ci restituiscono lo sguardo acido di uno degli scrittori più anomali della narrativa italiana.

Giacomo Sartori, Autismi, Miraggi edizioni, 2018.

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