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“Il libro? È un messaggio lanciato in una bottiglia”: conversazione con Alain Elkann

In occasione della presentazione del suo ultimo libro, "Anita", a Verona, con il giornalista e autore nato a New York abbiamo parlato di scrittura...

Un momento della presentazione del libro di Alain Elkann (al centro).

“Dietro a un libro ci vuole sempre un manico, qualcosa che lo tiene in piedi. Il romanzo è poi come una casa, si costruisce mattone dopo mattone e i lettori sono come gli abitanti della casa”, ci racconta

Ascoltare Alain Elkann è ipnotico. Ti porta con sé attraverso le sue parole: calibrate, appassionate, tenui, intense. Sono le parole con cui racconta la sua ultima fatica letteraria : “Anita”, un romanzo uscito per Bompiani. Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione del libro insieme al Prof. Fabio Finotti della Penn University, organizzata dall’Associazione Italia Stati Uniti di Verona presso la Società Letteraria della città scaligera. Non è stata solo una “chiacchierata” sul libro ma sul mestiere e l’immaginazione dello scrittore.

Alain Elkann, nato a New York, racconta, con la sua storia, una vita tra  Italia e Stati Uniti. È Presidente della FIAC, Foundation for Italian Art & Culture con sede a New York dal 2003. Cosa fa FIAC? Promuove la conoscenza delle tradizioni culturali ed artistiche italiane dal periodo classico a quello moderno negli Stati Uniti. Finanzia il restauro di opere d’arte italiane che vengono esposte poi negli Stati Uniti, come “Il ritratto della vecchia” del Giorgione che dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia arriva al Cincinnati Art Museum, Ohio fino al 5 maggio 2019 e poi al Wadsworth Atheneum Art Museum, Connecticut fino al 4 agosto, 2019. Oppure “La visitazione” del Pontormo al J. Paul Getty Museum, fino al 28  Aprile 2019.

Ma torniamo ad “Anita”.

Il libro tratta due temi: l’amore e la morte, accomunate da una riflessione intrecciata, O meglio, come ci dice l’autore: “la scelta in vita del dopo vita”. Non tratta il mistero della morte, ma la possibilità di agire su di essa fin tanto che si è in vita, cioè scegliere se essere sepolti oppure cremati. Il tutto si tesse con una storia di amore tardiva del protagonista Milan, che si fa chiamare Misha, con Anita. Ma la storia di amore “vera” è quella immaginata, ciò che sarebbe stato se Misha avesse incontrato Anita da giovane.

Si tratta di un libro poetico, non necessariamente triste ma attraversato dalla tenerezza dei ricordi. Sicuramente ironico, perché la morte la racconti così: con dolore o con ironia. Milan è un personaggio polifonico, concentra tante voci, tante facce, tante possibilità alla ricerca di qualcosa oltre se stesso: “Ho nostalgia di una vita vissuta tutta la giornata dove tutto è ancora possibile. Una vita dove speri sempre che ti succeda qualcosa d’imprevisto, dove sogni altre vite immaginarie, dove soffri perché aspetti un messaggio, una risposta, una chiamata, un appuntamento. Un personaggio disposto a lasciare una sola vita per la possibilità di averne molte”.

Come si incrociano allora amore e morte? La risposta di Elkann è, fino ad un certo punto,  spiazzante: “Mah…”. Tuttavia chiarisce, citando lo scrittore Lucentini: “Dietro a un libro ci vuole sempre un manico, qualcosa che lo tiene in piedi. Il romanzo è poi come una casa, si costruisce mattone dopo mattone e i lettori sono come gli abitanti della casa”. “Il libro parla, attraverso Misha e Anita, di come morire. Anita vuole essere cremata mentre lui seppellito. Lei crede che la sua anima trasmigrerà in altre anime. Lui crede che la sua anima non andrà da nessuna parte”. Tutto parte però dalla morte della matrigna di Misha e sul fatto che la sorella eredita le tombe a Parigi e quindi sarà costretto a chiederle il permesso per poter avere il suo spazio. La cosa però non gli va giù, anche nella certezza di avere quel consenso.

“Tutto nella morte è immaginario, non sappiamo niente, però il dove lo possiamo decidere”, sintetizza.

Ma le scelte di cui ci parla Elkann riguardano anche la forma del romanzo. Come si riconosce quando è finito? Quando si è finito di raccontare? “ Lo sento fisicamente. Picasso in un suo disegno, prova a migliorarlo fino a che si accorge che lo rovina a forza di migliorarlo. L’arte del nostro mestiere è capire quando smettere, trovare il momento giusto e spesso succede per noia”’, e continua: “come racconta Hemingway si inizia a scrivere in qualsiasi momento, ma dentro la scrittura si sta poco. È un esercizio di grande astrazione e concentrazione ma se la tua attenzione cede vuol dire che devi smettere”. Che cos’è allora un libro? Elkann risponde: “è un messaggio lanciato in una bottiglia e il bello è che diventa ‘proprietà’ di chi li legge e poi scrivere libri è una forma di ordine”.

Per scrivere poi basta poco materiale; una penna e un po’ di carta: “Per me scrivere è solo penna e quaderno”. Si può fare ovunque e sempre. Ricorda il suo desiderio di intervistare Marcello Mastroianni, che gli rispondeva sempre: “quando sarò vecchio”. Fin quando una mattina a Parigi riceve una telefonata: “Facciamo colazione insieme?”. S’incontrano per l’intervista, Elkann non si era portato niente ma chiedendo al cameriere e a qualche cliente riesce a fare finalmente quell’intervista. Probabilmente l’ultima del grande Marcello.

Ma alla fine di tutto una domanda resta e gli viene posta, se preferisce essere cremato o sepolto. Alain Elkann risponde senza dubbio la seconda. La percezione è che il corpo rimanga ancora più a lungo, non sia immediatamente trasformato in ceneri.

Ma ciò che più rimane da questo incontro è quanto la scrittura, autodisciplinata come Elkann la definisce, è la forma più penetrante della nostra immaginazione che offriamo a chi legge. Un dono che non ha bisogno di reciprocità, di restituzione se non quello di far circolare le idee, le passioni, la vita.

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