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La ricetta della felicità di José “Pepe” Mujica nel libro di Frank Iodice

Intervista all'autore di "Breve Dialogo sulla Felicità", nato dal viaggio in Uruguay alla scoperta della vita dell'ormai ex Presidente più povero del mondo

José "Pepe" Mujica (Wikipedia.

"Dopo aver ascoltato il discorso di José Mujica alle Nazioni Unite nel 2012, ho deciso di partire per incontrarlo. Non sapevo ancora che tipo di libro avrei scritto. Lo chiamavo “saggio sulla felicità”, e in parte lo è. L’ho scritto in spagnolo, s’intitolava Breve diálogo sobre la felicidad, e l’ho pubblicato sulla rivista della Biblioteca Nazionale, a Montevideo. Quando ero lì, ho capito che non mi bastava la testimonianza del politico e ho cercato di approfondire la vicenda umana e il passato romanzesco del “Pepe”. Ho intervistato anziani del suo quartiere che lo hanno conosciuto, gente di tutti i tipi, cercavo una storia, le storie io le trovo così", ci racconta Iodice

Breve Dialogo sulla Felicità è un opera letteraria dello scrittore Frank Iodice. Dopo una pausa dal lavoro, Frank decide di staccare la spina dalle consuetudini quotidiane, si arma di bagagli e parte alla volta di Montevideo con il suo immancabile quaderno bianco tra le mani. Il viaggio in Uruguay dura diversi mesi, alla ricerca di dettagli, ispirazioni e spunti curiosi per la realizzazione di un saggio sulla vita dell’ormai ex Capo di Stato Josè “Pepe” Mujica, senatore della Repubblica e capo di stato dal 2010 al 2015, definito “il Presidente più povero del mondo” per la piccola quota di stipendio che tratteneva per se (800 euro circa). In merito a questa scelta, Mujica dichiarava che il quantitativo di denaro gli era sufficiente, dato che molti suoi connazionali vivono con molto meno.

San Carlos.

Mujica è rimasto in possesso di un unico bene: il suo storico Volkswagen Beetle azzurro dell’87. Nel 2014, gli sono stati offerti persino un milione di dollari per quella macchina ma ‘Pepe’ ha rifiutato categoricamente la cifra. Nel 2018, Mujica ha lasciato il suo incarico rifiutando la pensione da senatore. Frank Iodice arriva a Montevideo con una valigia piena di idee, un taccuino dalla copertina ingiallita e una penna stilografica nera. L’Uruguay è una terra lontana ma con tante storie da raccontare. Le sue scarpe si poggiano sul suono arso dal sole e i suoi occhi osservano colori e sfumature. Un sole cocente picchiava sulla sua testa, aggravando il peso del bagaglio sulle spalle e una secchezza delle fauci in continua progressione. La statua del Generale Artigas, Liberatore del Paese, dominava la piazza e con la sua posa statuaria, fiera e immobile, indicava un ottimo punto ristoro lungo le arcate di Palacio Salvo, luogo in cui era situato il bar di Manuel, un gentile signore barbuto che amava leggere il suo giornale sotto l’imponente quadro di Zitarosso, famoso cantautore uruguayano.

Ciudad Vieja Rambla

Frank amava trascorrere il suo tempo in un noto ritrovo di intellettuali uruguayani e argentini. Le pareti in legno, i tavolini ben disposti e le cameriere sempre gentili e pronte a servire un altro caffè bollente, trasformavano il fragore circostante in parole che improvvisamente si materializzavano all’interno del taccuino. Montevideo è una città dalle mille sfaccettature, da un lato è possibile ammirare la bellezza dei murales che raffigurano il tango, simbolo indiscusso del paese, come contraltare invece ci sono furgoni inutilizzati e arrugginiti che riempiono la città. Frank ha trascorso alcuni mesi nei cantegriles, vivendo a stretto contatto con le famiglie del posto con l’intento di valorizzare l’interazione culturale. Nel suo libro ha raccontato proprio di un incontro avvenuto in modo casuale all’interno di un bar alle spalle di Plaza Indipendencia. Tavoli in legno che sorreggono il peso del tempo, l’odore del caffè imbevibile che riempie il bicchiere sporco rotto e macchiato. Uomini dalla barba incolta, con un cappello a cilindro in testa e un bicchiere di Grampamiel sempre tra le mani, che anestetizza le labbra corrose dal sigaro mentre da lontano si arenano le sedie al suolo, consumate dal tempo, dalla sporcizia e arse dalla calura. Un signore entra in un bar, tiene un quaderno tra quelle mani scavate e pietrificate. Due perfetti sconosciuti, anagraficamente e culturalmente agli antipodi, iniziano a parlare intensamente guardandosi negli occhi. Da un lato un giovane barista intento a pulire i tavoli di un bar semivuoto, con un pianoforte colmo di polvere e in disuso da tempo immemore, dall’altro lato un uomo con un caffè imbevibile tra le mani che apre interessanti spunti di riflessione sulla vita e solidi scambi generazionali che si disperdono in aria come i pappagalli o i colombi, mentre il cuore pulsa di rivoluzione.

Abbiamo intervistato lo scrittore Frank Iodice, che in questo periodo sta lavorando all’imminente uscita del nuovo libro intitolato ‘I Disinnamorati’ per Eretica edizioni. Ricordiamo inoltre che dall’esperienza in Uruguay  e dal libro ‘Breve dialogo sulla felicità’ è nata l’iniziativa sostenuta dall’associazione culturale Articoli Liberi, inoltre dal 2014 ha tenuto conferenze nelle scuole e nelle università italiane e statunitensi, e distribuito gratuitamente il testo in lingua italiana, spagnola e inglese in oltre 10.000 copie.

Come nasce il libro Breve dialogo sulla felicità?

“Dopo aver ascoltato il discorso di José Mujica alle Nazioni Unite nel 2012, ho deciso di partire per incontrarlo. Non sapevo ancora che tipo di libro avrei scritto. Lo chiamavo “saggio sulla felicità”, e in parte lo è. L’ho scritto in spagnolo, s’intitolava Breve diálogo sobre la felicidad, e l’ho pubblicato sulla rivista della Biblioteca Nazionale, a Montevideo. Quando ero lì, ho capito che non mi bastava la testimonianza del politico e ho cercato di approfondire la vicenda umana e il passato romanzesco del “Pepe”. Ho intervistato anziani del suo quartiere che lo hanno conosciuto, gente di tutti i tipi, cercavo una storia, le storie io le trovo così”. 

Raccontami un po’ del tuo viaggio in Uruguay, dei luoghi che ti hanno ispirato per la realizzazione del libro e ciò che ti ha lasciato questa esperienza…

“L’Uruguay mi ha ricordato l’infanzia trascorsa con la parte della mia famiglia emigrata in Sud America. Parlare la lingua ti aiuta a integrarti. Ho vissuto con una famiglia dei cantegriles, mi hanno ospitato in cambio di poco: compravo io da mangiare e cucinavo per tutti. La povertà di quei posti la senti tutta, non risparmia nessuno spettatore. Le collinette verdi che in realtà sono cumuli di immondizia ricoperti dal terreno, la puzza della plastica sciolta al sole, o le lamiere con cui si costruiscono i tetti e sotto le quali il freddo d’inverno e il calore in estate diventano insopportabili, sono tutte immagini che ho raccontato nel libro. Se ne parla poco in TV, forse non frutta”.

Colonia del Sacramento

Cosa ha rappresentato e rappresenta per te Josè “Pepe” Mujica? Cosa rappresenta per il popolo uruguayano?

“Ad essere schietti spesso si rischia di essere considerati ambigui. Pepe Mujica è amato e odiato, il popolo uruguayano è diviso, molti lo venerano per il suo anticonformismo, come si venerava Maradona nei vicoli di Napoli, ma molti criticano le sue scelte e alcune sue dichiarazioni superficiali come è successo di recente, quando ha detto: “Se arrivano i carri armati in Venezuela, basta scansarsi”. Dopo si è spiegato, era una battuta fuori luogo, ma detta così ha fatto infuriare tutti i giornalisti del paese. Al di là della sua visione politica, io mi sono lasciato affascinare dalla sua filosofia di vita, quella che lui a sua volta ha appreso dagli antichi pensatori, Seneca, Epicuro, e dagli Aymara, riassunta nelle parole che hanno fatto il giro del mondo: “povero non è colui che possiede poco, ma colui che desidera infinitamente di più”. Una lezione morale per noialtri consumisti e un modello da proporre alle nuove generazioni. Una filosofia simile a quelle orientali, la buddista per esempio, una ricerca di felicità in questo mondo e non in altri immaginari”.

Cosa ti ha colpito maggiormente dell’Uruguay a livello socio/politico?

“L’Uruguay era considerato la piccola Svizzera sudamericana perché sin da inizio secolo si è distinto sia per la sua economia, basata sulle proprie risorse, risorse abbondanti, sia per le dinamiche politiche, sociali e culturali. Le donne brasiliane e argentine passavano la frontiera per abortire in ospedale legalmente e non essere costrette a rivolgersi a macellai improvvisati in bettole clandestine. Negli Anni ’30, a Montevideo, si è trasferita tutta la borghesia catalana, hanno costruito teatri rinomati ancora oggi, come il Solís, centri culturali, bar letterari, come il Café Brasilero, in cui i più grandi scrittori sudamericani si sono ispirati per le proprie storie, Onetti, Benedetti, Galeano, e prima ancora, Horacio Quiroga, poco tradotto in italiano. Ma si è trasferita lì anche parte della borghesia nazista. Sono stato in un caffè una volta, L’Oro del Rhin, in calle Convención, in cui fino a vent’anni fa potevano entrare solo “i bianchi””.

Colonia del Sacramento

Nel tuo libro si parla di rivoluzione. Cosa significa oggi essere rivoluzionari?

“Non c’è rivoluzione se non c’è reazione. Per stimolare e coltivare questo sentimento di reazione io conosco solo un metodo: leggere. Questo libro è un elogio alla lettura, la lettura che ha salvato Mujica dalla pazzia quando era rinchiuso nei calabozos, oltre ad essere una testimonianza di uno dei più grandi rivoluzionari della storia politica sudamericana. Anche se la sua rivoluzione resta su un piano culturale e filosofico secondo me e non ha avuto impatti socio-politici come altre rivoluzioni. Ne hanno avuto le lotte dei Tupamaros, cui ha preso parte durante la dittatura militare, lotte che hanno lasciato morti, distruzione e povertà sulla loro scia. Mujica stesso ha ammesso di “non poter obbligare il suo popolo a pensarla come lui”. Sicuramente il suo pensiero ha influenzato intellettuali su tutti i livelli, e ha destato l’interesse di politici di ogni paese. Beppe Grillo pur di incontrarlo gli ha dato appuntamento in un salone di bellezza! E tornando al mio campo, in pochi anni, c’è stata una vera ondata di libri sulla felicità, una moda nata più che altro per fare soldi. Ma non è una novità. Oggi tutto è strumentalizzato e mercificato, cose e persone, fatti e parole. Non ti lasciano neanche più la libertà di essere un rivoluzionario, di pensarla a modo tuo, e trovano la maniera di trasformarti in un portachiavi. Secondo George Orwell, dire la verità in un’epoca in cui la menzogna collettiva ci sta divorando è “il più grosso atto rivoluzionario”. Io sono partito con un volo di sola andata, con 200 euro in tasca e un bagaglio a mano. E sono andato a cercare quella verità per provare a trasformarla in letteratura. Mi sono ribellato alle logiche di mercato rifiutandomi di pubblicare e mettere in vendita il testo e lo distribuisco gratuitamente, perché la letteratura, alla fine, è ribellione per stare bene, non costruzione per far stare bene”.

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