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Il “canto libero” di Lucio Battisti nel libro di Donato Zoppo

Intervista all'autore del volume “Il nostro caro Lucio – Storie, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana” edito da Hoepli

La copertina del libro dio Donato Zoppo su Lucio Battisti.

Il tuo ricordo più intimo di Battisti? "Primavera 1989, gita delle medie, pullman diretto a Vienna. La prof. di educazione artistica passa una cassetta all'autista, che la infila e per un attimo, pochi secondi che almeno a me, tredicenne, sembravano un eternità, la voce di Lucio Battisti non suona familiare e rassicurante come in Acqua azzurra acqua chiara o La canzone del sole. La cassetta era L'apparenza..."

“Il nostro caro Lucio – Storie, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana”, è un libro scritto da Donato Zoppo, edito da Hoepli.  Zoppo ci racconta in modo dettagliato la storia di Lucio Battisti, uno dei più importanti musicisti italiani che attraverso una continua ricerca nella musica, uno studio e un percorso di vita sempre in divenire, è riuscito a mettere su nastro una produzione che mirava alla qualità e alla perfezione. La rivoluzione politica e culturale del ’68 ha portato ad un cambiamento storico radicale. Dalla California all’Europa, si mobilitarono tanti giovani in piazza per contestare le questioni sociali con l’obiettivo  di ottenere prospettive di vita migliori. Le contestazioni erano delle vere e proprie marce per ottenere i diritti civili contro le discriminazioni razziali e le oppressioni sociali.

Nel 1962, usciva “Love Me Do” dei Beatles, nell’agosto di quello stesso anno invece moriva per overdose a Los Angeles, in una stanza della sua casa di Brentwood, l’attrice trentaseienne Marilyn Monroe. Mentre il mondo intero era in piena Beatles-mania e contemporaneamente asciugava le lacrime la prematura morte della bellissima attrice americana, in Italia anche la musica stava cambiando. Nel 1962, a Napoli, c’erano una vita notturna che poteva fare invidia alle famose notti della Capitale. La mattina la vita scorreva frenetica, gli uomini lavoravano al mercato o in ufficio, le donne si prendevano cura della prole e badavano alla casa. Al calar della sera, invece, tutto assumeva un colore diverso e la città si riempiva di luci, colori e musica. C’erano molti night lungo le strade principali, in cui si esibivano piccole orchestre di balli e rock n roll che venivano ingaggiate per riscaldare il pubblico presente in sala, nell’attesa che il clima diventasse ‘lussurioso’. Lucio Battisti, giovanissimo, faceva parte di una band di punta di quel periodo; i Mattatori. Viene notato a Roma e la sua bravura non passa di certo inosservata. Capelli ricci, pantaloni attillati tipici dell’epoca, camicia aperta dai colori sgargianti, chitarra sempre in mano e tante canzoni da suonare per incendiare il pubblico in sala. L’esordio artistico di Lucio Battisti in quegli ambienti, in quell’Italia dei primi anni 60 ma soprattutto in quelle atmosfere piene di passione per una musica viscerale ed energica.

La rivoluzione di Battisti è stata quella di riuscire a sposare perfettamente il suo timbro di voce con ritmiche e stili diversi, attraverso una costante ricerca di se stesso e una musica che è diventata quanto più possibile aderente al periodo storico in cui è stata prodotta. Il libro di Donato Zoppo racconta dell’amore di Lucio Battisti per la musica e degli inizi, spalla a spalla sui palchi di tutta Italia con i grandi della musica italiana dell’epoca. La vita di Lucio Battisti cambia improvvisamente con il trasferimento a Milano, una città tanto grande e ricca di opportunità quanto dispersiva e piena di insidie. Furono diverse, infatti, le delusioni che raccolse  in quel periodo. Importante e decisivo l’incontro con Mogol, che ha portato Battisti ad ottenere un enorme successo, consolidando la collaborazione del duo artistico Battisti-Mogol, con la pubblicazione di brani di enorme successo commerciale come “Canzone del sole” o “Giardini di Marzo”, solo per citarne un paio e la partecipazione al Cantagiro e Sanremo. Un percorso che negli anni ’70 lo porta a collaborazioni importanti, come per esempio quella con Mina e all’incisione di dischi assolutamente innovativi per l’epoca come “Anima Latina”, con sonorità ricercate e sperimentali. Finita la collaborazione con Mogol, la successiva collaborazione con Pasquale Panella lo ha portato alla realizzazione di autentici capolavori come “Don Giovanni” o “Hegel”, autentici capolavori di surrealismo sperimentale nella scrittura e nella composizione, talvolta capiti e apprezzati, talvolta fin troppo sottovalutati. Lucio Battisti era tutto questo. Un artista a 360° che riusciva a raccontare e raccontarsi con la musica e che oggi si racconta attraverso la penna di autori come Donato Zoppo, che provano a delineare il confine tra il genio e l’artista.   

Abbiamo intervistato Donato Zoppo, autore del libro.

Quando hai deciso di scrivere il libro e perché?

È stata una proposta di Hoepli, che da qualche anno ha questa splendida collana musicale diretta da Ezio Guaitamacchi, col quale collaboro da quasi un ventennio. Impossibile rifiutare! Anche perchè avevo già scritto un libro su Battisti nel 2011 – “Amore, libertà e censura”. Il 1971 di Lucio Battisti (Aereostella) – ma era una monografia specifica sul tema della censura subita nel 1971 per il disco Amore e non amore, così mi è rimasta la voglia di ampliare lo sguardo, lavorando a una vera e propria biografia. Il nostro caro Lucio è andato benissimo, un grande successo che lo ha fatto diventare anche uno spettacolo tra narrazione e musica, lo stiamo portando in giro in luoghi mirati con ottimi responsi.

Lucio Battisti nasce artisticamente nel 1962, in un periodo in piena Beatlesmania e Marilyn Monroe moriva nella sua casa a Los Angeles. Parliamo di eventi che hanno avuto un eco a livello internazionale. Quanto pensi che abbiano influito sulla musica di Battisti?

Battisti era del 1943, nel pieno degli anni ’60 era un ventenne, impossibile pensare fosse del tutto alieno al contesto sociopolitico dell’epoca. È anche importante sottolineare che la sua passione per la musica era totalizzante, non aveva altri interessi, era un ascoltatore vorace, maniacale, aggiornatissimo: se da un lato questa sua voracità musicale lo assorbiva in maniera tale da farlo essere preparatissimo, dall’altro credo lo abbia penalizzato in termini di coscienza storica e culturale, non era un De André o un Gaber, per intenderci. Però, per citare il 1962, nella stessa giornata del 5 ottobre i Beatles lanciavano Love Me do e nelle sale arrivava Agente 007 – Licenza di uccidere, insomma nasceva la cultura pop dei Sixties, e sicuramente Battisti ne era immerso e influenzato.

La vita artistica di Lucio Battisti cambia a Milano. Cosa succede?

Musicalmente e discograficamente parlando, Battisti è una creatura milanese. L’incontro con i Campioni, il complesso per eccellenza nell’epoca dei night, avviene a Roma ma il gruppo ha sede a Milano; l’amicizia con Pietruccio dei Dik Dik, la partnership con Mogol e l’ingresso in Ricordi avvengono a Milano. Era la città dell’editoria e della discografia, era inevitabile che Lucio si trasferisse lì, e nonostante le difficoltà iniziali Milano gli portò un gran bene. Qualche anno avrebbe scoperto la Brianza, credo che quel tipo di ambiente gli ricordasse un po’ un certo clima defilato alla Poggio Bustone, il suo paese natale nel quale aveva vissuto solo per quattro anni ma che inevitabilmente segnò il suo carattere introverso e riservato.

Come nasce la collaborazione con Mogol?

Roby Matano, il cantante dei Campioni, che ho ampiamente intervistato come tanti musicisti che hanno lavorato con Battisti, prese a cuore le sorti del ragazzo, esortandolo a scrivere le proprie canzoni e portandolo in tutte le edizioni e le case discografiche a caccia di un contratto. Dopo vari giri, dopo tante delusioni, grazie alla talent scout francese Christine Leroux arriva alla Ricordi, da Giulio Rapetti. Nel 1965 Mogol era già Mogol, era un autore affermato, una figura prestigiosa e ammirata, che accolse Battisti con gentilezza e apprezzò l’umiltà del ragazzo. Pian piano la coppia si affiatò e nacquero le prime canzoni, nelle quali Mogol credeva moltissimo: non bisogna sottovalutare che Rapetti minacciò le dimissioni dalla Ricordi se non avessero consentito a Battisti di debuttare come cantante. Fu così che nell’estate del 1966 vide la luce il primo singolo Dolce di giorno/Per una lira.

Come nasce la collaborazione con Panella?

L’incontro con Pasquale Panella avvenne in un momento storico e artistico completamente diverso dal precedente. Stavolta era Battisti ad essere Battisti. Era il numero uno in Italia, e con una forza tale da potersi permettere di demolire il proprio mito, di distruggere il suo patrimonio di canzoni, allo scopo di intraprendere un nuovo percorso, più avventuroso, ricercato, talvolta provocatorio. Per il pop d’avanguardia che aveva in mente, i testi di Panella erano perfetti, come quelli di Mogol nel decennio precedente. La differenza però era nel metodo compositivo: se il canzoniere mogolbattistiano nasceva grazie a quella misteriosa alchimia per la quale Rapetti scriveva il testo solo dopo aver ascoltato la musica di Lucio – “il testo va tirato fuori dalla musica, c’è già”, diceva Mogol -, nella fase successiva Battisti compone sulla base delle poesie inviategli da Panella. Cambia tutto, nella struttura della forma-canzone, nel rapporto tra strofe, incisi e ritornelli, nel senso finale dell’operazione.

Cosa ha rappresentato per te Lucio Battisti?

Il mio orizzonte, e ancor prima la mia provenienza e il mio imprinting, è prettamente rock. A Battisti sono arrivato in un secondo momento, sono nato e cresciuto con Beatles e Stones, Led Zeppelin e King Crimson, Bob Dylan e Genesis. Battisti però rappresenta una sorta di trait d’union tra le sonorità angloamericane che prediligo e la canzone italiana che riveste per me una posizione altrettanto importante. Inoltre è stato un esempio: ha saputo tutelare la sua integrità artistica con grande coerenza, anche in maniera estrema ritirandosi, praticando il silenzio, scegliendo l’Assenza. Ecco, il Grande Assente ha messo al centro la musica e solo questa: da ammirare.

Qual è il tuo ricordo più intimo e personale legato a Lucio Battisti?

Primavera 1989, gita delle medie, pullman diretto a Vienna. La prof. di educazione artistica passa una cassetta all’autista, che la infila e per un attimo, pochi secondi che almeno a me, tredicenne, sembravano un eternità, la voce di Lucio Battisti non suona familiare e rassicurante come in Acqua azzurra acqua chiara o La canzone del sole. La cassetta era L’apparenza. Neanche il tempo di arrivare al presunto ritornello e la scolaresca – i miei compagni di classe che in massa non capivano una mazza – pretesero il cambio del nastro. La prof con sommo dispiacere mise dentro Jovanotti, epoca La mia moto: agghiacciante. Così ho scoperto il Battisti panelliano – e il Panella battistiano – e lo ricordo con piacere e curiosità ancora oggi. È un ricordo che mi offre un invito: andare ad ascoltare o riascoltare i dischi con Panella, che sono preziosi itinerari di continua sorpresa e scoperta.

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