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Eroi e nuovi mostri. Antichi miti e fiabe ci aiutano a riconoscerli 

Bambini sempre più soli e indifesi davanti agli smartphone? Dovremmo riprendere quel vecchio libro di fiabe e leggerne qualche pagina ai nostri figli

di Virna Chessari

Foto di Luca Torregrossa

“Papà, non devo avere paura? Non capisco cosa ci sia da ridere”. La nuova versione animata, riuscitissima ed esilarante, della famiglia Addams di Greg Tiernan e Conrad Vernon, oltre che divertire può anche farci riflettere su quanto labile sia nelle storie moderne, rispetto agli antichi miti e fiabe, il confine fra bene e male, eroi e antieroi. Un umorismo, il nostro, che va spiegato a un bambino che può ritrovarsi smarrito di fronte a un mondo capovolto, con mostri che dovrebbero incutere timore e invece suscitano simpatia. Il lieto fine, ad esempio, trasforma in maniera forse un po’ troppo repentina Margaux Needler, la cattiva di turno, nell’allegra compagna dello zio Fester, realizzando davvero, seppure in altra forma, l’Assimilation, perseguita sin dall’inizio dall’imprenditrice immobiliare senza scrupoli. La sovrapposizione di buoni e cattivi, dai tratti non riconoscibili, ritorna spesso nel grande schermo. Basti citare alcuni degli esempi più recenti, come Maleficent, una signora del male in crisi identitaria, o Joker, dal profondo spessore psicologico, più una vittima che un carnefice. Una società complessa l’odierna, velocemente mutevole anche nelle sue verità e punti di vista, valori e disvalori. Bambini sempre più soli e indifesi davanti a smartphone e tablet, che li divertono e ammaliano senza lesinare loro tempo e attenzioni, piccole dita che scorrono nel variegato impasto digitale che mescola suoni e colori, buoni e cattivi. Nelle trasposizioni filmiche la trama delle fiabe è sempre più esile, impeccabile e accurata, invece, la rappresentazione grafica di scenari e personaggi, sottratti alla fantasia evocativa del racconto e riproposti, veri e reali, di fronte ai nostri occhi assuefatti alle immagini.

Nulla a che vedere con le antiche storie narrate di fronte a un focolare che si perdono nella notte dei tempi. Pericoli e ostacoli da superare là fuori, astuzia e pazienza da affinare per riuscirvi ma anche solidarietà, amicizia, fiducia. Verità secolari da tramandare, insegnamenti da impartire. Padri e figli, famiglia e comunità, intrattenimento e ascolto. Un ruolo educativo a cui noi adulti, anello indispensabile nella catena della conoscenza e della trasmissione di valori e tradizioni, non possiamo sottrarci. Perché è facile dimenticare, chi siamo, da dove veniamo, i nostri progressi e gli errori commessi. Dovremmo forse fermarci un po’ di più, riprendere tra le mani quel vecchio libro di fiabe impolverato e leggerne qualche pagina ai nostri figli, guardandoli ogni tanto negli occhi, chiarire i dubbi e le domande di chi si affaccia alla vita e non ne conosce ancora pericoli e frustrazioni. Un tempo che ci connetterà ai nostri avi e ci renderà per un attimo immortali. E allora perché non riscoprire vecchie saghe a cui una determinata cultura affida le proprie ansie e paure da riconoscere ed esorcizzare, valori e disvalori da distinguere per orientarsi meglio nel cammino non sempre lineare della nostra vita, complessa ma dalla trama avvincente?

Vi propongo la lettura di Irish Folk and Fairy Tales di Gordon Jarvie, in cui bene e male, sacro e profano, reale e magico sono fortemente delineati. Tanti i protagonisti: fate e folletti, terrificanti streghe, sirene, orchi assassini, giganti orribili solo a guardarsi, spiriti maligni, esseri mostruosi ma anche forze benefiche, improbabili aiutanti, impavidi e astuti eroi che riescono ad arricchirsi e cambiare il loro status sociale, sposando ad esempio una bella principessa. Folclore e magia, religione e credenze popolari, esseri e animali fatati, luoghi stregati. Ogni elemento ha la propria funzione e caratteristica, il ruolo preciso di eroe, antieroe, aiutante, oggetto magico. Non vi è sempre un lieto fine. Con la vita e il sacro non si scherza neanche nelle più incredibili delle avventure; chi sbaglia paga, quasi sempre, chi è animato da buoni propositi è spesso ricompensato. Un destino che accomuna categorie sociali molto diverse tra loro, nobili e popolani, re, contadini e pescatori.

Tra tutti voglio soffermarmi su Finn, figlio del glorioso Cool, “Captain of the Fians”, campione di lealtà. Vestito poveramente e seguito da compagni di viaggio “diversi”, scelti in virtù del loro straordinario talento che riesce a valorizzare al momento opportuno, presta i propri servigi a chi si trova in difficoltà, lasciando il segno. Dotato di straordinarie capacità strategiche, pianifica azioni e interventi riuscendo a sconfiggere, dominare e ricacciare nel loro mondo, entrandovi ed esplorandolo, le forze oscure che minacciano il nostro. In una delle sue mirabili avventure restituisce al re e alla regina i tre figli rapiti da un orribile mostro, dalle braccia lunghe e scarne che si insinuano silenziose e veloci. Aiutato dai suoi eccezionali compagni scova la dimora del gigante, rivestita di viscida e scivolosa pelle di anguilla, sottrae i figli del re alla mostruosa creatura dal grande occhio (una sorta di Polifemo irlandese). Ritornato vittorioso al cospetto del re che vorrebbe ricompensarlo con metà del suo regno risponde: “La migliore ricompensa è avere mantenuto la parola data”.

Non semplici racconti dunque, ma verità da trasmettere che richiedono ascolto, tempo, lettori e interlocutori, utili a riconoscere i nuovi mostri, veri e presunti eroi.

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