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Generazione Vintage: storia di ragazzi disposti a lottare per quello in cui credono

Nel racconto autentico di Giusy Africano la storia struggente di Marco e dei ragazzi degli anni '90, gli ultimi in cui si frequentavano le piazze invece che i social

di Raffaele Zoppo

Quella che racconto è ‘la bellezza’ di una storia dolorosa ma anche di speranze, di sogni, di strade battute e di cambiamento attraverso una serie di eventi prima e dopo la dipartita di Marco, il protagonista del romanzo. Una storia di quartiere, lontana dalla mondanità, dove i ragazzi nascono e crescono, affrontano di petto i problemi che possono sorgere in casa, a scuola e sulle strade.

Una storia speciale nella sua normalità, una storia di vita e di dolore, un canto dell’anima che affonda le sue radici in un’altra epoca così lontanissima da noi, ma anche così vicina, perché in fondo, le inquietudini giovanili, l’umana crescita, le esperienze di vita, i sogni e le speranze dei ragazzi, sono da sempre uguali, generazione dopo generazione.

Questo è il toccante racconto scritto dalla siciliana Giusy Africano, ‘Generazione vintage’, edito da Bonfirraro; una storia viva, intrisa d’amore e di passioni, una storia fresca com’è l’età dell’adolescenza, la storia vera di un ragazzo speciale nel suo essere normale, e quella della sua generazione, con i loro sogni, le loro speranze, i loro progetti esistenziali.

Marco è il protagonista di questo delicato, ma duro, racconto di vita, un ragazzo “spontaneo, generoso, sensibile, dolce, amabile seduttore che aveva avuto atteggiamenti di ascolto e di disponibilità verso gli altri, disponibilità che l’aveva penalizzato”; un ragazzo che ha saputo lasciare nelle vite di chi lo ha conosciuto tanti preziosi frammenti di sé, che brillano ancora, anche quando la morte lo ha strappato via da questo mondo; sono frammenti a cui tutti si sono aggrappati, scoprendo che quella sua tragica, fatale, fine non ha lasciato solo dolorosi vuoti, ma anche tanti ricordi vivi, che possono lenire ogni sofferenza umana.

E, tra le pagine di questa storia, i “ricordi, quasi flash luminosi” iniziano proprio “a riaffiorare e a scorrere come fotogrammi” di una adolescenza vissuta pienamente, con le sue difficoltà, con le sue contraddizioni, le sue gioie, le tante prime esperienze fatte, le tante speranze coltivate.

Il lettore si troverà così immerso negli anni ’90, anni che ci appaiono così lontani, anni in cui i ragazzi ancora frequentavano le vie e le piazze del quartiere, e non quelle virtuali dei social, come accade oggi, dove esisteva ancora il piacere di chiacchierare guardandosi negli occhi, e non solo attraverso le chat di un cellulare; ma sono anni neanche poi, così distanti da quelli che stiamo vivendo ora, per inquietudini, preoccupazioni, ansie verso un futuro che appare sempre quasi come un miraggio.

Marco e i suoi amici stanno crescendo, iniziano a frequentare le superiori, iniziano a maturare come uomini affrontando la vita e le sue meravigliose prove.

E il racconto è tutto racchiuso in questi suoi brevi anni di vita, prima che un destino beffardo e tragico lo strappasse via, all’alba dei suoi diciotto anni, proprio quando la vita si schiude al futuro pieno di aspettative e hai tanti, troppi, sogni ancora da realizzare.

Sono pagine dense della sua vita, e quella dei suoi amici, immersi in una società che stava iniziando a mutare: una società già troppo conformista, dove conta molto più apparire per sentirsi accettato, dove l’abito firmato identifica il proprio status sociale, dove chi non segue le mode e i modelli imposti rischia di finire ai margini della società.

La scuola diventa per loro, il primo banco di prova sociale, con il quale confrontarsi per cercare il proprio spazio; esperienze significative, queste prime vissute, dove è sufficiente indossare un vestito non di tendenza, dove l’appartenere a una famiglia agiata piuttosto che non, dove il semplice canone di bellezza, diventa una discriminante troppo difficile da sopportare, facendoti apparire diverso, bullizzato, ghettizzato dal gruppo. Proprio come accadeva ieri, accade anche oggi.

Ma Marco è differente da molti suoi coetanei, lui scorge l’anima delle persone piuttosto che l’aspetto esteriore, lui si sforza di creare ponti di dialogo che uniscono gli individui, andando oltre le differenze, viste sempre come un arricchimento e non come un problema.

Marco è “un ragazzo audace che si era battuto per tutto quello in cui credeva. Ribelle a tutto ciò che di borghese, programmato, meditato” appariva; i ragazzi della generazione vintage, sono così pieni di vita, lottano per ciò in cui credono, anche commettendo errori, com’è normale che sia in una età così acerba come la loro, ma lo fanno con forza e con vigore, sospinti dalla voglia di cambiare il mondo, migliorandolo.

Lo hanno fatto quando hanno protestato contro le condizioni della scuola pubblica, occupando il loro istituto e portando avanti una battaglia piena di ideali positivi, anche se all’inizio erano in pochi a sostenerla pienamente.

Marco lo ha fatto quando ha rotto i muri della diffidenza che i suoi coetanei avevano tirato su verso due ragazzi venuti dal Marocco.

Anche per Marco e i suoi amici quel contatto con una cultura diversa diventò, ogni giorno di più, un’esperienza sempre più importante. Una somma di due culture che si confrontavano arricchendosi e che avrebbero lasciato il segno, permettendo loro di crescere e anche di diventare più sensibili e più solidali.

In loro non vedevano, infatti, due stranieri, ma due ragazzi simili a tutti gli altri, con culture differenti, ma con gli stessi sogni, le stesse speranze e le stesse loro voglie. Con caparbietà, con ostinazione, Marco ha affrontato la paura del diverso che nutriva l’animo dei suoi amici, riuscendo a vincerla.

Non come accade oggi, dove i millenials sembrano sempre, invece, più chiusi nei loro microcosmi, così pieni di paure e di rabbia che sfocia poi, nel razzismo più becero.

La generazione vintage sembra avere una maggiore sensibilità, una maturità più profonda dei loro anni, e una capacità empatica di entrare in sintonia con l’altro, di capirlo visceralmente, e di aiutarlo con parole e gesti di grande umanità, anche se nella società stava comunque crescendo un egoismo sempre più ottuso.

Giusy Africano tesse, così, un racconto intenso e toccante, intrecciando meravigliosamente le vite di questi ragazzi con gli avvenimenti più significativi di quegli anni, con i suoi umori e i suoi respiri.

Loro scopriranno il dolore della guerra, attraverso la televisione, guardando le immagini di lontani conflitti bellici che, allora, devastavano l’Iraq e i Paesi balcanici, proprio loro che non conoscevano quella bruttezza se non attraverso i racconti dei loro nonni o dei loro genitori.

È una sofferenza questa, che sconvolge le menti di questi ragazzi, li induce a profonde riflessioni, a capire quanto sia importante il dono prezioso della vita e quanto si è fortunati a non essere costretti a vivere tali tragedie.

Riflessioni, queste, che stridono oggi, che sembriamo, invece, una società assuefatta alla violenza e al dolore, dove neanche più un nuovo conflitto bellico, come quello che coinvolge il popolo curdo, suscita così forti emozioni, dove non sembriamo più neanche provare profonda empatia per i tanti ragazzi, per i tanti giovani che vivono dentro i conflitti, mentre il loro unico desiderio è quello di respirare la pace.

Una società, la nostra, così lontana da quella vintage, dove episodi di razzismo sembrano non scalfire le nostre ataviche paure, e dove l’egoismo ci ha spinti a porci al centro di tutto, ignorando l’altro, i suoi bisogni, le sue difficoltà.

E attraverso questo intenso racconto possiamo capire veramente quanto la nostra società attuale abbia dimenticato quei suoi preziosi valori fondanti, perdendo la bussola con cui orientarsi, e per questo ci appare più smarrita, persa, confusa.

Marco e i suoi coetanei avevano dentro di loro valori importanti che gli hanno trasmesso le loro famiglie, e grazie a essi sono stati capaci di affrontare le sfide che la vita gli poneva davanti, con coraggio, forza e lealtà.

Marco e la sua generazione non sono eroi di un’epoca lontana, ma piccoli, grandi esempi di quella straordinaria umanità che la società attuale sta smarrendo sempre più.

E se il buio di oggi ci fa così paura, basterebbe allora recuperare i ricordi in bianco e nero di quella straordinaria generazione vintage, per trovare nuove energie, nuove voglie di cambiare il mondo, riscoprendo quella luce che illuminò il cammino dei ragazzi degli anni ’90.

Non bisogna perdere mai la speranza anche se la nostra realtà, oggi, ci appare come “un intreccio di fili non connessi, disordinati, senza un disegno e senza significato“.

Proprio come ci ha insegnato la meravigliosa generazione vintage.

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