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Il giorno che Salvini gridò “la pacchia è finita” e il povero Soumalia Sacko fu ucciso

Intervista a Bianca Stancanelli, autrice del libro "La Pacchia – vita di Soumalia Sacko, nato in Mali, ucciso in Italia", sulla tragica fine di un immigrato

Soumalia Sacko nella foto della carta d'identità

“Scrivo di un uomo che non esiste più, di un luogo che non esiste più, di un’ingiustizia che dura”.

Sono queste le parole che introducono La Pacchia – vita di Soumalia Sacko, nato in Mali, ucciso in Italia (Zolfo Editore), di Bianca Stancanelli, giornalista e scrittrice siciliana, che esordisce come cronista al quotidiano L’Ora di Palermo, occupandosi di mafia e politica, successivamente si trasferisce a Roma, dove lavora come inviata speciale per il settimanale Panorama. Il suo nuovo libro ci racconta la storia di tre uomini che camminano lungo una strada che attraversa la campagna calabrese. Era un pomeriggio di primavera, il sole riusciva a filtrare i propri raggi attraverso le foglie dorate appese agli alberi, il cinguettio degli uccellini spezzava il silenzio dei campi. Non era un giorno come tutti gli altri; era il 2 giugno, la Festa della Repubblica. Quella stessa Repubblica Italiana fondata sul lavoro che viene contemplata nella Costituzione italiana. I tre uomini continuano il loro percorso, tra le poche autovetture che sfrecciano, sollevando polvere tra gli ulivi incolti. Quei tre uomini stanno cercando delle lamiere che possano servire per costruire una baracca. Vivono in condizioni precarie, nella morsa del freddo e di un sistema che si scontra con l’indifferenza di una società che si ostina a non voler capire fino a dove possa spingersi lo sfruttamento a cui sono costretti a sottostare pur di poter sopravvivere. Si muore di freddo, di fame, di povertà. Non siamo in Africa, non ci troviamo in quei paesi dove manca la civilizzazione, non siamo “a casa loro” come molti politici hanno imparato a recitare. No. Siamo in Italia, il bel paese tanto decantato dai politicanti, che continuano a parlare in TV di progresso, crescita e sviluppo. Quel paese che si mostra innovativo sui grandi schermi, tra un selfie e l’altro, tra una partecipazione televisiva e uno scontro sui social network. Era la Festa della Repubblica e un giovane africano veniva brutalmente ucciso con un colpo di fucile alla testa.

Si chiamava Soumalia Sacko. Aveva solamente 29 anni, era originario del Mali. Qualcuno gli ha sparato, comodamente, da seduto. Perché, in questo paese, si spara anche da seduti. Si, proprio così. Ci sono alcuni individui che prendono la mira e sparano anche da una sedia, da un divano o da una poltrona. Soumalia è stato ucciso proprio così, nella comodità del suo carnefice. Non ha avuto nessuna pietà per il giovane Soumalia. Nessuna esitazione. Ottocento chilometri più avanti da quell’orribile omicidio, c’è un’Italia in festa che plaude la Repubblica Italiana, con Matteo Salvini appena nominato ministro dell’Interno, armato di microfono che urla: “La pacchia è finita!”. Il neoministro parla di migranti, punta il dito contro gli irregolari, i clandestini e nel suo ventaglio include “a casa loro”. Soumalia, invece, giace lì, a faccia in giù, con il sangue che gli schizza dalla testa, gli occhi sbarrati, la faccia schiacciata al suolo, in attesa che qualcuno venga a raccogliere le sue spoglie e consegnargli, almeno, un degno riposo.

Bianca Stancanelli

Noi abbiamo intervistato Bianca Stancanelli, giornalista e autrice del libro.

“La Pacchia” è un libro che ci racconta la storia di Soumaila Sacko, un giovane migrante che insieme ad altri connazionali voleva recuperare delle lamiere per costruire delle baracche per i migranti che vivono una condizione di sfruttamento nell’entroterra calabrese. Perché ha deciso di scrivere questa storia?

“Per due ragioni. La prima è che non volevo che venisse dimenticata, sepolta come una delle tante storie che emozionano sul momento e viene poi superata da altre storie, altre emozioni. La seconda è che non mi sembrava giusto che l’unica cosa che avremmo ricordato di Soumaila fosse che l’avevano ucciso. Per questo ho voluto ricostruire le tracce dei suoi quattro anni di vita italiana, dal momento del suo sbarco a Taranto, nel giugno del 2014, alla sua morte, nel giugno del 2018: i documenti della richiesta d’asilo, la decisione sul suo permesso di soggiorno, i referti ospedalieri, il suo estratto conto dell’Inps, le sue foto. E quel che potevo rintracciare della sua vita di prima, in Mali. Volevo scrivere un ritratto di Soumaila da vivo”.

Chi era Soumaila Sacko?

“Era un giovane africano, contadino nelle terre inaridite del Mali occidentale, che all’età di venticinque anni, dovendo mantenere una moglie e una bambina e avendo anche il carico della famiglia d’origine, si era messo in viaggio verso l’Europa per cercare una vita migliore. Era un uomo che, nei suoi quattro anni di esperienza italiana, aveva sopportato la vergogna di una vita in baracca, la fatica dello sfruttamento per poter mandare i soldi a casa. Un uomo che, per pudore, alla famiglia non aveva inviato le foto della sua miseria, ma un suo ritratto allegro e ben vestito, in un negozio di sneakers, con la scritta Sono famosso!”

Cosa l’ha colpita di questa storia?

“Mi ha colpito la terribile coincidenza tra l’agonia di quest’uomo, fucilato perché aveva preso quattro vecchie lamiere (letteralmente, quattro lamiere, non una di più) in una fornace abbandonata e avvelenata, e la sparata elettorale di Matteo Salvini, quel suo proclamare, da ministro, che la pacchia, per gli immigrati, era finita”.

Com’era strutturata la vita di Soumaila in Italia? Che cosa faceva?

“Faceva il bracciante; lavorava senza orario e senza regole per un salario di 20/25 euro al giorno. Senza contratto e senza neppure la certezza di essere pagato: quando è stato ucciso, era in attesa che gli saldassero il dovuto per l’ultimo lavoro che aveva avuto, in un’azienda per l’inscatolamento degli agrumi”.

Quali sono le condizioni dei migranti sfruttati in Italia e nella Piana di Gioia Tauro?

“In un suo saggio recente, Luca Ricolfi, un sociologo che non può certo considerarsi un pericoloso agitatore sociale, ha scritto che l’Italia è “una società signorile di massa” le cui fortune riposano sullo sfruttamento di una “infrastruttura paraschiavistica” che è in larghissima maggioranza composta da immigrati. Per il solo settore agricolo, Ricolfi ipotizza che gli “ipersfruttati” (così li definisce) siano almeno 200.000 persone. Nella piana di Gioia Tauro sono almeno tremila i soli braccianti africani reclutati, per lo più in nero, per la raccolta degli agrumi, da ottobre a marzo. Solo una ridicola minoranza riesce ad affittare una casa. Poco meno di cinquecento di loro abitano nella tendopoli realizzata dalla Protezione civile; un centinaio vivono in container. Gli altri devono arrangiarsi cercando rifugio in casolari abbandonati, garage, capannoni industriali in rovina. Quasi nessuno ha un contratto in regola; per trovare lavoro vanno al mattino lungo le rotonde delle strade o si affidano ai caporali”.

Soumaila, nel suo piccolo, era molto attivo nel garantire ai suoi fratelli i diritti essenziali. Ce ne parla?

“Soumaila aveva fondato, con alcuni suoi amici, una Associazione maliani che, a dispetto del nome, riuniva africani di molti paesi e serviva, soprattutto, a dare una mano ai tanti che restavano senza riparo dopo i frequenti incendi nella baraccopoli di San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro. Aveva anche cominciato a lavorare, al fianco di Drame Madihieri – l’amico che era con lui nel momento del suo assassinio -, nel Coordinamento dei braccianti voluto dall’Usb, l’Unione sindacale di base. Aveva partecipato ad assemblee, a manifestazioni, a cortei. Era l’inizio di un impegno, molto difficile in un’area soggiogata dalla ‘ndrangheta e dove la proprietà della terra è sminuzzata tra migliaia di piccoli proprietari”.

Colpisce molto il modo in cui è stato ucciso Soumaila. Come procede il processo a carico di colui che lo ha ucciso?

“Procede, purtroppo, lentamente, con non più di un’udienza al mese. La sentenza, a giudizio degli avvocati, non arriverà prima della prossima estate, a due anni dall’assassinio – e sarà soltanto il primo grado. Il passo della giustizia, nel Mezzogiorno e non solo, è lento, per mancanza di strutture, di giudici, di mezzi”.

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