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“Una visita al Bates Motel”: piccole e grandi avventure di un lettore volenteroso

Di giochi e di altre seduzioni è infinitamente ricco il libro di Guido Vitiello "Una visita al Bates Motel”: racconto bello, bellissimo

La copertina del libro

L’ho comprato subito, appena uscito: Una visita al Bates Motel, Adelphi, di Guido Vitiello. E subito l’ho letto: la prima volta. Moto lineare, verso un libro atteso. Da una didascalia, da un titolo ad un motto, da un’illustrazione ad un poster, ad un paesaggio, ad un affresco, quei nomi: Hitchcock, Psycho che, con ignara confidenza, m’ero immaginato familiari, si arricchivano, si complicavano, e così, sembrando però negarsi a quella spontanea e semplice idea.

E tuttavia, nonostante l’immediato squadernarsi di una bravura sontuosa, che presto suggeriva cauta umiltà, le parole, le immagini, rimanevano entro un’orbita di simpatia, di spiazzante ma accattivante nascondimento: si annunciava uno gioco seduttivo.

La copetina del libro

Il problema, come in ogni seduzione che si rispetti, era captarne il codice invisibile: senza di che, mi sarei presto scoperto quale una Bovary dopo il ballo alla Vaubyessard: prima l’entusiasmo, poi lo scorno.

Ben disposto al cimento, mi armavo perciò alla ricerca del codice: miti e misteri greci ed egizi, poesia trobadorica, bric à brac vittoriani, scultura neoclassica, anfratti shakespeariani, pittura del Cinque, Sei, Sette, Otto e Novecento, psicologia (e forse psichiatria), “geografia e storia” hollywoodiana (e, sul finire, anche archeologia): dov’era la piega giusta, nella quale acquattarmi, in vigile attesa che il gioco mi prendesse per mano?

Mi volgevo ai miei volenterosi dorsi librarii, piuttosto storici, devotamente politici, vanamente giuridici, dilettosamente letterari, e mi sentivo in verità piuttosto goffo: a un passo dall’essere fulminato nella mia troppo audace audacia. Mi stavo incartando.

Fortunatamente, c’è la sfortuna. E una tuttora interminata sequela di “insanità stagional-familiari” (tralascio il catalogo), è calata a sottrarmi da quella un po’ torpida e molto piacevole incertezza. Un mese di antibiotici, e poi un altro, da una figlia a un figlio e dall’uno all’altra: e, naturalmente, da loro a noi (i genitori, intendo).

Arrivo a Natale, e riprendo, quasi dimentico di quell’iniziale smarrimento, che pur mi “molceva il core”. Torno al gioco. Rileggo. Stavolta, ri-comincio a farlo pensando di saltare il caleidoscopio delle pitture: il saggio (nomen provvisorio e stretto, come per tutte le opere di genio) infatti, lo accennavo prima, scorre su due piani paralleli e coordinati: la parola e l’immagine. Che sia votato ad un film potrebbe apparire l’ovvia spiegazione, ma nulla è ovvio in questa “visita”; il “coordinamento” c’è, ma è libero, vario, magnetico. In effetti, si rilevava improvvido, questo tentativo di fingermi strumentalmente ed autodidatticamente iconoclasta. Quelle meraviglie erano altrettante carezze: come resistervi?

La “visita”, schivata la bizzarra scorciatoia, torna ad aprirsi, illuminata da quel duplice registro, e, come a premiare una saggia remissività, si volge in una sorta di sinfonia sinestetica, in chiave di noir. Un intrico fatto delle civetterie iniziatiche sparse da Hitchcock, che tuttavia l’esegeta Vitiello riesce ad appianare, al tempo stesso che ce lo fa scrutare con occhio cupido e concentrato: sicché, il mistero traspare all’immaginazione prima che ordinarsi, svelarsi e piegarsi alla logica di una pur sferzante maestria narrativo-esplicativa.

A questo punto, c’ero quasi, secondo me. E mi sentivo lieto di poter scorgere l’armonia di reticenze unite ad allusioni, di scarti improvvisi dove pareva si dovesse intravedere una pausa, il colore a velare il bianco e nero.

Ma non era ancora finita (la “lunga stagione invernale”). Un altro mese e rotti di andante groviglio farmacologico e di parasanità autogestita (no Tata, anche lei “caduta”; no Nonni), e le più recenti conquiste sembravano anch’esse perdute. Terza lettura. E stavolta capisco, credo. Saranno state le lunghe meditazioni notturne sul senso della perdurante gracilità della specie. Non so. Fatto sì è, che ho idealmente pigiato reset.

Non occorreva svelare codici nascosti, né più o meno ansiosi andirivieni dalla libreria; il gioco, la seduzione, ci sono e rimangono tutt’interi: ma quei paragrafi, che parevano uno scrigno splendido quanto geloso di sé, si rivelavano invece, come dire, all inclusive. Faceva tutto Guido Vitiello. Avevo il tesoro e la sua chiave, per gentile longanimità di un moderno Sapiente.

Allora, in uno di quei momenti in cui natura(m) usque recurret, e ci si ritrova come si è, senza nemmeno badarci, forse spinto da quella scoperta, mi sono messo a fare come curiosamente faccio (ignoro se il bibliopatologo possegga una congruente nosografia) di fronte a libri di cui non so nulla; e di cui però intendo, con intima disposizione, omaggiare l’Autore altrove già ammirato: comincio a scorrere le note.

L’effetto è quello di una spirituale stretta di mano: e non perché i titoli che possa eventualmente riconoscere, come almeno già scorsi, stabiliscano una qualche facile “chimica”; in ogni caso, sarebbero solo assonanze variamente casuali; ma perché la schiera e la maestà di un “Apparato” dicono della dedizione, dell’ampiezza, della intelligenza dello studio che vi si dona: mesi, anni, di assidue prove, autocassazioni, delusioni, speranze, sono lì a dirvi che state per accostarvi ad un’Opera dell’intelletto, ad un frutto di sincera e profonda dedizione al Bello: il più alto di cui un uomo possa rendere partecipe un altro.

Ed ecco che, quando “ho visto le note”, la tensione è scomparsa. Sul piede di una quasi cameratesca agnizione della fatica, mi sono figurato quei fotogrammi scanditi, fermati millimetro per millimetro, alla benedettina ricerca di ogni particolare, di ogni traccia che svelasse “l’amore metafisico”; vale a dire, “l’oggetto misterioso” del sornione regista-demiurgo, e “mistagogo”, ed “evenemeristico” e varie altre qualità-maschere con cui il maieuta Vitiello mirabilmente intrama la “visita”. E mi sono sentito finalmente disposto ad un apprendimento che era sempre stato lì, disponibile e amichevole. Solo che io non l’avevo capito.

Giunto quasi alle soglie della Primavera, ero pronto alla lettura vis a vis del “Bates Motel”. Ed è stato davvero magnifico.

A campione, solo una fra le impressioni, letteralmente “ricevute”. Cammin facendo, compare un quadro; anzi, un dito, che da quel quadro si staglia.

“Susanna e i vecchioni”, 1617. Guercino (Museo del Prado)

Il quadro è del Guercino (“Susanna e i vecchioni”), e il dito è di uno di due uomini, due vecchi, intenti ad uno stupro, fortunatamente rimasto incompiuto, a scapito di una bella e giovane donna. Viene fatto notare che, rivolto allo sguardo di chi osserva, quel dito indice sembra introdurre un netto segno di ammonizione, e di ricercata complicità: guarda, tu che sei lì di fronte a noi e, se ti piace lo spettacolo, godine pure la tua parte, ma in silenzio.

A rimarcare l’ambiguità di quel richiamo, leggiamo –mon semblamble, mon frère!- che dai Fiori del Male viene rapsodicamente preso a glossare quel particolare, a sancire un’insuperabile comunanza nell’umana corruzione, nella sordida concupiscenza: sei, anche in questo, “mio simile, fratello!”, tu, che ora guardi e taci.

E’ sempre consigliabile astenersi da pretese interpretative univoche e, soprattutto, “olistico-riassuntive”. E tuttavia, l’Autore, di poliedrica sensibilità artistica e civile, in due sue altre opere, aveva definito un perimetro estetico ed etico che pare autorizzarne una, in particolare (l’unica, peraltro, che, lo confesso, può forse scusare questo mio azzardo, su un terreno di così sublime distanza dalle mie più ordinarie vicissitudini corsive).    

In “Justice Machine” (dove i Tribunali, a mitigarne l’umana nequizia, sono sostituiti da un sorteggio meccanizzato), la curatela e Post-fazione avevano attraversato la sopravvenuta impossibilità della Difesa e, dunque, del Processo Penale, come rassegnate nella resa-distopìa di un Avvocato di grido (ma, in effetti, solo un disperato e lucido precorrimento): venendo così a confermare e riproporre la necessità profonda del noli iudicare, già filigrana sofferta e trasfusa nell’altra opera qui evocata, la non casualmente omonima: “Non Giudicate, conversazioni con i veterani del garantismo”.

L’antico consiglio evangelico è assunto a cifra spirituale, e sola giustificazione, di un mai eccessivo discernimento; perché la finitezza del giudizio, e delle connesse categorie di “colpa” e di “alterità” -ecco “il vademecum etico-estetico-civile”- quasi si impongono ad ogni coscienza che voglia resistere alle suggestioni di sempre micidiali palingenesi umane.

Perciò, il pur intenso e denso rimando dalla pittura alla poesia, colto, attraverso un aereo movimento sui secoli, nell’apparente rarefazione di una ricerca squisitamente esoterica, si può risolvere in un perenne e agile dittico della schietta fraternità: che, senza perdere nulla della sua complessa bellezza, e nulla, soprattutto, della sua originaria e umana “peccaminosità”, scandisce la costanza civile e letteraria di Vitiello: prontamente riconoscibile e chiarificatrice.

Il male e il bene, l’amore e la morte (forse questo è un possibile sbocco, dal labirinto eremeneutico disteso fra cinepresa e spettatore, e finemente decifrato), sono nel nostro sguardo, sono il nostro sguardo: degli occhi, del cuore, della ragione.

Di altri giochi, di altre seduzioni, è infinitamente ricco questo prezioso “Bates Motel”: per ogni diverso lettore, per ogni diverso estro. E’ un libro bello, bellissimo, che può solo farvi piacere leggere. Sfogliandone le pagine, semplicemente (il resto, se vorrete, verrà).

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