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Letteratura: malattie, pandemie e le loro cure come riflessi dei nostri pensieri

Attraverso un curioso personaggio inventato negli anni 70 lo scrittore Kurt Vonnegut ipotizza un nesso tra patologie e la perdita della nostra umanità

di Luca Bufano

Nella foto, Charlie Chaplin nella scena finale de Il Grande Dittatore

Kilgore Trout, bizzarro e poliedrico autore di romanzi di fantascienza, è un personaggio creato dalla penna di Kurt Vonnegut che è anche un medico e scienziato, vincitore del premio Nobel per la Medicina. Trout è una sorta di auto-ironico alter-ego dello scrittore americano convinto che le cause, così come le possibili cure, delle malattie risiedano nelle nostre idee

Non ci può essere salute senza umanità

Kilgore Trout, bizzarro e poliedrico scrittore di fantascienza, è un personaggio creato dalla penna di Kurt Vonnegut. È una sorta di auto-ironico alter ego, visto che anche Vonnegut, all’inizio della sua carriera di scrittore, è stato autore di romanzi di fantascienza.

Lo scrittore Kurt Vonnegut

Ma Kilgore Trout non è solo uno scrittore, è anche un medico e uno scienziato, vincitore del premio Nobel per la Medicina nel 1979. È uno specialista di malattie mentali, patologie individuali che finiscono per condizionare l’intera società. Trout è infatti convinto che le cause, così come la possibile cura, delle epidemie risiedano nelle nostre idee. La fantascienza, per lui, non è altro che una terapia camuffata. Nel suo romanzo più popolare, Plague on Wheels (La peste sulle ruote), gli abitanti del pianeta Lingo-Three, che assomigliano ad automobili americane, sono giunti sull’orlo dell’estinzione avendo ormai distrutto tutte le risorse naturali a loro disposizione, compreso l’atmosfera. Sperano di ricevere assistenza, o per lo meno un po’ di ossigeno, quando sul loro pianeta giunge un gruppo di viaggiatori spaziali provenienti da Zeltoldimar. Constatata l’impossibilità di soddisfare le loro esigenze, i piccoli ma ingegnosi Zeltoldimariani, promettono agli ultimi sopravvissuti di Lingo-Three, ormai ridotti alla condizione di rottami arrugginiti, di portare altrove nell’Universo testimonianza della loro civiltà automobilistica: “Vi estinguerete, ma non sarete dimenticati”. Dopo molto peregrinare la navicella giunge sul pianeta Terra, dove i curiosi viaggiatori spaziali scoprono con meraviglia che i terrestri potevano essere facilmente infettati da una singola idea, così come lo erano dal colera o dalla peste bubbonica. “Sulla Terra non c’è immunità per le idee più strambe” concludono. E nell’arco di un secolo dal loro arrivo, anche quella palla blu e verde, una volta ricca di risorse sufficienti a soddisfare i bisogni dei suoi abitanti, stava morendo.

La copertina del libro “Breakfast of Champions”

Ma non c’è solo pessimismo nel pensiero di Kilgore Trout. Nel suo discorso di accettazione del premio Nobel, il medico-scrittore creato da Kurt Vonnegut celebrava la scomparsa dei due mostri che, quando lui era ragazzo, avevano minacciato di distruggere l’umanità, sfiorando il successo. Erano mostri che risiedevano nelle menti degli uomini, nella forma di sfrenati e ridicoli desideri. E concludeva: “Così oggi possiamo dedicarci a costruire una società meno egoista, dedicando all’altruismo la passione che in passato nutrivamo per l’oro e le mutande” (sic!).

Nel romanzo satirico di Kurt Vonnegut, Breakfast of Champions (La colazione dei campioni), pubblicato nel 1973, Kilgore Trout muore mentre stava scrivendo il suo 209° romanzo (anche se poi resusciterà brevemente nel 2004, in uno degli ultimi scritti di Vonnegut, solo per suicidarsi quando viene a sapere da un indovino che George W. Bush sarebbe stato confermato alla presidenza degli Stati Uniti nelle elezioni di novembre). Essendo già stato riconosciuto come grande artista e scienziato di fama internazionale, The American Academy of Arts and Sciences fa erigere un monumento sulle sue ceneri riportando in epigrafe una citazione dal suo ultimo romanzo rimasto incompiuto: “We are are healthy only to the extent that our ideas are humane”: ovvero: “Siamo sani solo nella misura in cui le nostre idee sono humane”, vocabolo inglese che dell’aggettivo umano sottolinea il valore di solidarietà e simpatia verso ogni essere vivente, particolarmente verso coloro che sono in condizioni di sofferenza fisica o morale. È la frase più bella scritta da Kilgore Trout, che riassume perfettamente il pensiero del suo creatore, ed è degna di essere ricordata oggi, quando la preoccupazione sullo stato di salute condiziona così fortemente le nostre azioni, come individui e come collettività.

Lo stesso pensiero è presente nella costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il cui obiettivo dichiarato è il raggiungimento da parte di tutte le popolazioni del livello più alto possibile di salute, definita come “condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non soltanto come assenza di malattia o di infermità”. Ma tale obiettivo, purtroppo, è ancora lontano dall’essere realizzato.

La sventura che ha sorpreso il mondo nei primi mesi di quest’anno ci spinge a riflettere sul concetto di salute pubblica, così come sulla vulnerabilità dei nostri sistemi sanitari; e ci spinge a guardare al futuro con una nuova e più ragionevole concretezza, rivedendo e correggendo molti aspetti del nostro precedente stile di vita. “Ricominciare richiede una conversione, un cambiamento” ha scritto Enzo Bianchi, ex priore della Comunità monastica di Bose. “Se non si diventa consapevoli della negatività di certi comportamenti, la corsa a un nuovo inizio rischia di essere uno slogan ingannevole, per indurre a continuare come prima”. Dopo due mesi di sosta forzata, l’intera comunità internazionale sente forte il bisogno di ripartire, con la speranza di avere presto un vaccino che ci protegga dal virus del Covid-19. Ma dovremmo sentire anche il bisogno di proteggerci da altri pericolosi virus che fanno breccia nelle menti. Occorre mettere da parte il linguaggio dell’odio e fare spazio a quello della solidarietà, riformulando teoria e pratica della cooperazione internazionale.

La lapide di Kilgore Trout disegnata da Kurt Vonnegut

Esattamente 80 anni fa, mentre le armate nazi-fasciste si lanciavano alla conquista dell’Europa (e intenzionalmente del mondo), Charlie Chaplin girava Il grande dittatore, il suo capolavoro assoluto. In esso, com’è noto, il grande regista e attore inglese interpreta due ruoli: quello del dittatore di Tomania, Hynkel – alleato del dittatore di Batalia (Bacteria nell’edizione originale), Bonito Napoloni – e quello di un barbiere ebreo. Due personaggi antitetici eppure con lo stesso volto. L’uomo può essere allo stesso tempo carnefice e vittima, sembrava voler dire, ma curate il primo dei suoi virus mentali, direbbe Kilgore Trout, e anche lui tornerà a ragionare. Nella potente scena finale si assiste a un esilarante scambio d’identità degno della fantasia di Carlo Goldoni: mentre Hynkel, travestito da cacciatore di anatre, viene scambiato dai suoi militari per il barbiere ebreo e quindi arrestato, questi, evaso dal campo di concentramento, con l’aiuto dell’ufficiale Schultz – a cui il barbiere aveva salvato la vita in una precedente guerra – riesce a far credere di essere Hynkel. Ed è così che, in perfetta uniforme, invece che il previsto discorso del dittatore davanti al popolo dell’Ostria conquistata, il barbiere ebreo lancerà al mondo e alla sua amata, che ne riconosce la voce, un proclama d’amore, di libertà, uguaglianza e solidarietà tra gli uomini.

Alcune frasi di quello splendido discorso sono state utilizzate in questi giorni per un video spot pubblicitario di una nota ditta di caffè. Ma vale la pena leggere l’intero testo, cogliendone i passaggi di stridente attualità, con la speranza che il suo messaggio illumini le menti dei nostri politici, che i costruttori di muri cedano il passo ai costruttori di pace:

Mi dispiace, ma io non voglio fare l’Imperatore: non è il mio mestiere; non voglio governare né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca, è sufficiente per tutti noi; la vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotti a passo d’oca fra le cose più abbiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici; l’avidità ci ha resi duri e cattivi; pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità; più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto. L’aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti; la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà nell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione dell’umanità. Perfino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente. A coloro che mi odono, io dico: non disperate! L’avidità che ci comanda è solamente un male passeggero, l’amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano. L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori e il potere che hanno tolto al popolo ritornerà al popolo e, qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa. Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie. Non vi consegnate a questa gente senza un’anima, uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore. Voi non siete macchine, voi non siete bestie: siete uomini! Voi avete l’amore dell’umanità nel cuore, voi non odiate, coloro che odiano sono quelli che non hanno l’amore altrui. Soldati! Non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate nel Vangelo di Luca è scritto: “Il Regno di Dio è nel cuore dell’uomo”. Non di un solo uomo o di un gruppo di uomini, ma di tutti gli uomini. Voi! Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, la forza di creare la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di fare che la vita sia bella e libera; di fare di questa vita una splendida avventura. Quindi, in nome della democrazia, usiamo questa forza. Uniamoci tutti! Combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore! Che dia a tutti gli uomini lavoro; ai giovani un futuro; ai vecchi la sicurezza. Promettendovi queste cose dei bruti sono andati al potere, mentivano! Non hanno mantenuto quelle promesse, e mai lo faranno! I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo. Allora combattiamo per mantenere quelle promesse! Combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere; eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza. Combattiamo per un mondo ragionevole. Un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati, nel nome della democrazia, uniamoci tutti!”

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