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Salvato dallo Swing: l’avventura “musicale” di un prigioniero italiano in America

Intervista a Enzo Riboni, autore del romanzo "Salvato dallo Swing" ispirato dalla storia di un prigioniero di guerra italiano negli USA durante WWII: suo padre

Il prigioniero Giacinto accolto dagli italoamericani

"Lo Swing, assieme a Giacinto, è il protagonista del romanzo... La musica, lo Swing, per Giacinto, prigioniero di guerra in America durante la Seconda guerra Mondiale, è la salvezza: gli permette di vivere meglio la sofferenza della lontananza da casa e, soprattutto, di ricongiungersi a qualcosa che per lui è vitale"

Consiglio ai prigionieri di guerra: se potete, cercate di evitare la detenzione in un campo francese; scegliete invece uno americano dove, se siete italiani, vi tratteranno abbastanza bene. È una battuta, ovviamente. Ma se riferita al secondo conflitto mondiale, ha un suo fondo di verità. Ne sa qualcosa Giacinto Castelli, protagonista – inventato ma non troppo – di Salvato dallo Swing primo romanzo di Enzo Riboni (edizioni Il Falò), giornalista e collaboratore per lunghi anni delle pagine economiche del Corriere della Sera. Il libro è disponibile anche nella versione ebook, consigliabile perché vi si possono cliccare ben 74 brani musicali tutti legati alla trama: dal jazz alla musica classica, passando dalle canzonette dell’epoca fino alle marce militari e politiche.

Giacinto, in realtà, è in larga parte il padre dell’autore: fatto prigioniero dagli Alleati e spedito in un campo gestito dall’esercito francese in Africa riuscì a evadere consegnandosi agli americani. Opzione azzeccata: perché Camp Butner, in North Carolina, era sì una prigione ma tutto sommato quei soldati italiani che, dopo l’8 settembre, scelsero di cooperare non se la passarono troppo male. In tanti vennero “adottati” da famiglie italoamericane, quasi tutti vennero invitati a feste e gite, in parecchi si fidanzarono finendo con il provocare qualche irritato mal di pancia agli anglos. Lui, il padre-Giacinto trovò la sua strada grazie al violino. Non a caso il sottotitolo del libro è: Un violino in America. Romanzo pregevole, fin dalle intenzioni: perché dell’epopea degli oltre cinquantamila soldati italiani che trascorsero la prigionia in un campo americano si sa relativamente poco. E quel poco sta per lo più nelle aride cifre delle statistiche e delle serie ricerche scientifiche. Un diario romanzato fa capire molto di più.

Camp Butner, North Carolina

Salvato dallo Swing: perché questo titolo e di cosa racconta?

“Lo Swing, assieme a Giacinto, è il protagonista del romanzo. È il genere musicale nato negli Stati Uniti negli anni venti del secolo scorso e diventato popolarissimo tra il ’35 e il ’40 con il suo ritmo “dondolante”, cioè, appunto, “Swing”, come si dice in inglese. La musica, lo Swing, per Giacinto, prigioniero di guerra in America durante la Seconda guerra Mondiale, è la salvezza: gli permette di vivere meglio la sofferenza della lontananza da casa e, soprattutto, di ricongiungersi a qualcosa che per lui è vitale”.

Ovvero?

“Al violino, allo strumento che ama tanto e del quale viene privato in guerra in Italia e al quale, paradossalmente, riesce a ricongiungersi proprio da prigioniero. Ecco il perché del sottotitolo: Un violino in America. Il violino, per lui, è forza e bellezza e, anche in quella situazione di prigionia piena di incognite, un punto di riferimento rassicurante”.

Giacinto tra altri prigionieri

Ma chi è Giacinto?

“È un operaio con una buona cultura generale da autodidatta, amante della geografia, attratto dalla matematica e ottimo violinista. In Italia, di sera, dopo il lavoro, spesso indossa il vestito di capo orchestra e suona nelle sale da ballo milanesi, anche prestigiose. La sua storia, nel libro, comincia nel luglio del 1943, quando, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia, viene preso prigioniero dagli americani e poi trasferito in un camp nel North Carolina”.

Ma Giacinto è anche suo padre, giusto?

“La storia è ispirata alla vicenda reale di mio padre, soldato di una compagnia di mortai, catturato ad Alcamo. Il libro, quindi, in parte si riferisce ai racconti che lui faceva in famiglia ricordando l’esperienza di prigionia. Ma, per un restante 80 per cento, è opera di fantasia, di narrazione romanzata. Anche se, va detto, ogni riferimento storico è rigorosamente veritiero e ha come riferimento il saggio di uno storico che è il massimo conoscitore delle vicende trattate e che ha steso la prefazione: Flavio Giovanni Conti autore, tra l’altro, di I prigionieri italiani negli Stati Uniti (Bologna, il Mulino, 2012)”.

La narrazione ha una cadenza quasi filmica. È voluta?

“No, mi è venuta così. Il libro alterna capitoli in cui Giacinto riflette sulla sua situazione di prigioniero evocando, attraverso flashback, episodi della sua vita in Italia, ad altri di azione attuale con un narratore esterno. Nelle sue evocazioni due elementi, strettamente legati, hanno un ruolo centrale: la musica e gli Stati Uniti. Proprio perché, già in Italia, ama il jazz, lo Swing, il Boogie-woogie e i grandi esecutori dell’epoca da Benny Goodman a Count Basie a Duke Ellington, Giacinto ama di conseguenza tutto ciò che è americano, al punto che la sua cattura, se da una parte gli suscita paure e preoccupazioni, dall’altra gli apre speranze da “scoperta dell’America””.

Il teatro nel campo di prigionia

E di quella “scoperta”, suo padre cosa ha riportato nei racconti in famiglia?

“Una grande ammirazione per la democrazia americana, sconosciuta per lui nato e cresciuto sotto la dittatura fascista, e un vivace entusiasmo per la ricchezza di quel Paese, per la sua potenza industriale imparagonabile con quella italiana dell’epoca. Al punto che, una volta rimpatriato, il suo più grande sogno è stato quello di emigrare negli Stati Uniti, un progetto che non si è potuto realizzare a causa di tristi impedimenti familiari. Comunque, a dimostrazione della incredibile cultura democratica, raccontava spesso di come, nei week end, potesse uscire dal campo di prigionia per essere ospite di una famiglia italoamericana. E in effetti tutta la comunità italoamericana è stata di grande sostegno e conforto per tutti i prigionieri”.

Il quartier generale di Camp Butner

Tornando al romanzo, al di là del protagonista ci sono altri personaggi che spiccano e sono anche loro pronti per una versione cinematografica…

“Due, a mio parere: Carletto e Donovan. Il primo è un gigante buono che ha un’ammirazione e un affetto smisurato per Giacinto, a difesa del quale si erge a scudo con la sua forza di fronte a qualunque pericolo fisico, ma dal quale si sente emotivamente e psicologicamente protetto. Donovan, invece, è un militare italoamericano, ottimo suonatore di clarinetto e geniale studente universitario di matematica, che instaura con Giacinto un intenso rapporto di natura musical-intellettuale, oscillante tra Benny Goodman e Keplero. E poi c’è Jenny: lei è la bellezza, la seduzione, l’amore e il senso di colpa”.

Enzo Riboni, autore del romanzo

In definitiva, il romanzo si muove tra musica, storia, avventura e sentimento… 

“Sì, ma c’è anche qualcosa di inatteso, credo, in questo contesto: un’iniezione di legal thriller. Giacinto, infatti, viene accusato della morte di un prigioniero tedesco e gli americani istituiscono una corte marziale che lo mette sotto processo”.

Un libro che ruota attorno alla musica avrà anche dei precisi riferimenti di brani e canzoni… 

“I ben 74 brani citati nel libro sono il valore aggiunto. Perché sono “linkabili”: nella versione online di Salvato dallo Swing basta cliccarli per poterli ascoltare su Youtube: tutte  esecuzioni d’epoca”.

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