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I socialisti nella letteratura italiana e Forum Italicum: la tradizione continua

In streaming Stony Brook University presenta il volume “Letteratura Italiana di ispirazione socialista” curato da Luigi Troiani e Sara Simone

di Giuseppe Gazzola, Luigi Troiani e Walter Pedullà
Il Centro di Studi Italiani di Stony Brook manda in streaming giovedì 25, h 11:00 EST la presentazione del suo volume “Letteratura Italiana di ispirazione socialista” curato da Luigi Troiani e Sara Simone per le edizioni SAGE di Londra. Si tratta di un numero speciale di Forum Italicum, rivista di critica letteraria del Centro di Studi Italiani.

Per seguire l’evento: Join Zoom Meeting

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Qui di seguito una introduzione al dibattito del Prof. Giuseppe Gazzola.

Il numero monografico di Forum Italicum presentato oggi in via virtuale, dedicato all’esame della letteratura in italiano di ispirazione socialista, è l’ultimo -cioè, il più recente- di una lunga serie di monografie nata insieme alla rivista e cresciuta con essa. Già alla fine degli anni ’60 il primo editore, Michael Ricciardelli, aveva costruito volumi monotematici, a cura propria o altrui: “Homage to Pirandello in the First Centennial of His Birth,” “Homage to Giuseppe Ungaretti,” “Settecento Revisited.” Volumi che costituirono l’occasione per fare il punto su uno specifico autore, un’epoca, o un movimento letterario, ma anche per mettere a confronto studiosi di differenti prospettive critiche, di differente formazione, di differenti generazioni. Negli anni della rivoluzione culturale e delle proteste studentesche, negli anni dell’accesso di massa agli studi superiori e -in Italia- dei referendum su aborto e divorzio, la rivista contribuì a fare il punto su un’idea di letteratura, e di canone letterario, che stava inevitabilmente trasformandosi sotto l’influenza della rivoluzione antropologica in atto.

Quando nella metà degli anni ’80 Forum Italicum arrivò a Stony Brook il nuovo direttore, Mario Mignone, volle confermare la vocazione della rivista come palestra culturale (forum, appunto) e luogo di formazione delle nuove generazioni di critici e di lettori. Mario stesso aveva pubblicato il suo primo saggio scientifico su Forum, ed era intenzionato a fare si che la rivista (senza escludere a priori la presenza di autori noti e affermati, come si vede sfogliandone gli indici) rimanesse disponibile ad accogliere i contributi dei ricercatori freschi di dottorato. Questo ha fatto in modo che Forum Italicum fosse, più delle riviste del settore, aperta a nuove idee e prospettive critiche: come è successo con la pubblicazione di Italy from Without, che nel 2011 celebrava il centocinquantenario della nazione osservando sistematicamente, per la prima volta, i contributi culturali provenienti dall’esterno; o come è successo nel 2015 con la pubblicazione del sesquipedale volume sugli scrittori lucani Carlo Levi e Rocco Scotellaro, che è diventato una pietra miliare nello studio di questi autori per l’impostazione metodologica fortemente interdisciplinare e la varietà di prospettive coinvolte.

Mario B. Mignone (San Leucio del Sannio, Benevento, 26 luglio, 1940 – Stony Brook, 8 Settembre, 2019)

Il volume presentato oggi, l’ultimo -purtroppo- voluto da Mario Mignone prima della sua scomparsa, grazie al lavoro dei curatori Sara Simone e Luigi Troiani rappresenta un ulteriore motivo di orgoglio per la redazione della nostra rivista: combinando, come ormai è tradizione, autori affermati e giovani promesse, viene affrontato un tema estremamente diffuso nella cultura italiana del primo Novecento che, per motivi che è facile intuire, è poco conosciuto e poco studiato nel suo complesso, come fenomeno culturale. Mi auguro che sia un catalizzatore e un motivo di discussione per futuri approfondimenti: grazie alla nostra partner editoriale SAGE, il volume La letteratura italiana d’ispirazione socialista è interamente consultabile e scaricabile, gratis, sul sito della rivista: https://journals.sagepub.com/toc/foia/54/1. I lettori interessati potranno partecipare alla presentazione di domani, dalle ore 11, collegandosi alla pagina FaceBook del Center for Italian Studies:  https://www.facebook.com/italianstudies.sbu, o in differita sul sito web del Center, all’indirizzo https://www.stonybrook.edu/commcms/italian_studies/.

Giuseppe Gazzola

 

Di seguito pubblichiamo alcuni estratti della conversazione del nostro columnist, Luigi Troiani, con il decano dei critici letterari italiani, prof. Walter Pedullà, dall’introduzione al volume.

T. Una delle questioni centrali poste dai ragionamenti su qualunque filone letterario è il rapporto con la politica. Nei casi di maggiore innocenza, ci si interroga sulla connotazione etica, religiosa, ideologica, ideale, che permea l’espressione letteraria. Nei casi più maliziosi, il critico si spinge sino a ravvisare, nei contenuti se non nella forma che il testo assume, utilità o strumentalismi che agiscono sullo scrittore come vincoli contrattuali, espliciti o impliciti, che ne condizionano la piena libertà espressiva.

Nella tradizione della Sinistra, la figura dello scrittore “militante” ha risentito dell’intera gamma di situazioni qui richiamate. Da un lato, a ispirarlo erano i valori che informavano la sua personalità umana, quindi necessariamente anche politica; dall’altra, il legame ideale con il partito di riferimento o di esplicita adesione, finiva per spostarsi sul lato dell’utilitarismo reciproco. Era inevitabile che il partito si avvantaggiasse della militanza del “suo” scrittore in termini di contenuti e di immagine, d’altro canto lo scrittore si trovava a godere di “ricompense”, magari neppure cercate, in incarichi culturali (addetto culturale d’ambasciata, collaborazione professionale o incarico stabile nel sistema culturale e informativo pubblico, segnalazione professionale). Il rafforzamento reciproco, tra lo scrittore e il “suo” partito, è congeniale al gioco dell’immagine e della propaganda, e può tradursi, nei casi più eclatanti, nell’offerta da parte del partito di candidatura al Parlamento, o di incarichi all’interno della compagine di governo se ne esistono le condizioni.

Vi sono evidentemente forme diverse di “militanza”. Nella vicenda storica della Sinistra, solo i comunisti hanno ritenuto che gli scrittori dovessero portare il loro impegno di prossimità al partito sino a divenire a esso “organici”, come si disse con pessima scelta di termine. Si trattò di un residuo dello zdanovismo, il fardello che Andrej Aleksandrovič Ždanov caricò alla fine della Seconda guerra mondiale sulle spalle degli scrittori e artisti di fede comunista, obbligandoli ai precetti del marxismo-leninismo. In letteratura a farne le spese furono, soprattutto, il cosiddetto individualismo decadente e il cosmopolitismo. Nella pratica, si trattò di mettere gli scrittori di ideali comunisti in riga, al servizio delle strategie del partito; in cambio non sarebbero mancate ricompense di vario tipo, in particolare nel mercato degli incarichi gestiti dal partito e del traffico di influenze.

Il filone socialista della Sinistra non soffrì lo zdanovismo, il che consentì maggiore potenziale espressivo agli autori di quell’orientamento politico. Non casualmente, il tema monografico che apriamo con questa conversazione, guarda all’“ispirazione” socialista, non comparendo neppure alla lontana, nella vicenda culturale e politica del socialismo italiano, una letteratura “socialista” in quanto eteroinfluenzata dal Partito socialista.

Altrettanto non casualmente, la conversazione della quale mi onori avviene con il rappresentante più autorevole di quei critici letterari italiani che hanno saputo unire militanza politica a onestà intellettuale, non abusando delle proprie convinzioni ideali e ideologiche con studenti e collaboratori. In questo senso credo ti sia d’obbligo raccontare al lettore le fasi più rilevanti della tua vita politica e professionale, per far capire che la tua è anche la testimonianza di una vicenda che hai vissuto da protagonista.

Resta, a prescindere dalle vicende interne ai diversi partiti, l’eterna questione del rapporto tra potere politico e funzione nella società dello scrittore, come del critico e storico letterario. È questione aperta ovunque, che in Italia si è posta con particolare enfasi, essendo la nostra una società da sempre fortemente politicizzata, con un alto tasso di pretesa tentacolare dei partiti verso ogni aspetto della vita culturale.

Walter Pedullà

P. Fino agli Anni Ottanta i socialisti rassomigliarono ai comunisti, che poi dissero di essere stati socialdemocratici. Con l’avvertenza che i socialisti sono stati sempre democratici, diversamente dai comunisti, che troppo tardarono a capire che lo stalinismo era il successore dell’imperialismo russo. Di vero c’è però che quelli italiani furono i comunisti più democratici di tutto il mondo. Negli anni Settanta si allearono persino con i democristiani in quel compromesso storico che in polemica con l’alternativa socialista fece dell’Italia l’unica nazione europea in cui la Sinistra non è mai andata al governo da sola. 

Io sono socialista iscritto al Psi dal 1945 a oggi, cioè ininterrottamente dai quindici ai novant’anni. Dal 1961 al 1993 sono stato il critico letterario del quotidiano dei socialisti, Avanti!, e per molti anni, oltre che del Comitato Centrale, membro della Commissione Cultura. Scrivendo una trentina di libri di saggistica e critica letteraria sono stato per circa mezzo secolo professore di Storia della Letteratura italiana moderna e contemporanea nell’Università romana “La Sapienza” e ne ho diretto il Dipartimento di Italianistica. …

Io, il rapporto fra politica e cultura l’ho pensato e vissuto in prima linea. In altri termini, la politica come momento del fare quanto la cultura progressista aveva concepito. Domanda postuma maliziosa e autolesionista: è vero che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare? È vero con l’aggiunta che il navigante arriva sempre nella terra promessa, ma è diversa da quella apparsa in visione: la libertà della cultura trova con la ricerca la rotta utile in quel preciso momento storico. Così il Novecento per merito dei socialismi risulta il secolo più avanzato in direzione della giustizia sociale. …

A me piace l’avanguardia che trova quello che non cerca, ma spero che il risultato non smentisca un progetto culturale e morale di società di uomini uguali e liberi. Sinora non ho incontrato nessuno che fosse in grado di dimostrarmi che l’uguaglianza non è la base più della libertà. In quanto alla fratellanza, se ci sono due fratelli, sono entrambi dei Caino. Vorrei dire per colpa dell’etologia neoliberista, ma non ci credo.

Oltre che un uomo di fede, io sono un uomo di parola. In effetti, da docente non ho mai detto agli studenti d’essere socialista, ai miei collaboratori, assistenti e ricercatori non ho mai domandato per chi votassero e, in quanto agli scrittori, da critico militante non li ho mai giudicati dalla tessera. Anzi, ho stroncato opere di grandi narratori di dichiarata fede socialista come Bassani, Cassola, Ottieri, Rea. …

Sono un contemporaneista che coltiva il pluralismo in cui convivono presente e passato come base del futuro auspicabile. All’analisi del sangue risultano congrue tracce di storicismo permanente, psicanalisi in progress, neomarxismo, fenomenologia e una cronica presenza di inclinazione all’espressionismo e al surrealismo, o altra avanguardia e neoavanguardia, e ai suoi compagni inseparabili dai tempi del dadaismo, cioè il comico e il fantastico. 

Per intenderci, il filone in cui irridono il mondo borghese anche grandi narratori borghesi come Pirandello, Palazzeschi, Bontempelli, Campanile, Savinio, Gadda, Landolfi, Brancati e Flaiano, che non erano socialisti come invece lo erano Svevo, Malerba, Frassineti e La Capria o comunisti come Zavattini, Calvino, Mastronardi, Manganelli, Ferretti, Celati. In Italia Marx ebbe più credenti che lettori.

 

T. Visto che hai corrisposto al desiderio di ricevere da te testimonianza diretta, oltre che l’enorme esperienza di studioso e critico, cosa ti senti di aggiungere in merito al rapporto reciproco di politica e letteratura? Schierarsi politicamente credo che non debba mai comportare in modo automatico il giudizio positivo per la letteratura dei propri correligionari e negativo per quella degli avversari. Almeno per chi, come hai appena fatto, si professa figlio dell’Illuminismo. …

P. Naturalmente, ho sempre tenuto separate politica e letteratura. Il socialismo è materiale di costruzione che deve guadagnarsi la forma attraverso la quale diventa arte con cui si conosce meglio il mondo e la vita. Se la politica contiene la letteratura, per questa è la condanna a una sudditanza che la rende doppione inutile. Utile è invece l’arte che attraverso la sperimentazione formale scopre una nuova realtà, sulla quale può intervenire la politica che aspira a indirizzarla verso la soluzione che appare all’orizzonte, come desiderio di uguaglianza, libertà e fratellanza.  Per non diventare intransitivo, il mio desiderio è una batteria che si ricarica correndo verso l’assoluto.

Per intenderci, sono molto vicino a condividere la tesi di Walter Benjamin, secondo la quale la migliore politica si fa, più che con i contenuti, con il linguaggio: nella sua doppia funzione, quella “negativa” o smascheratoria delle imposture che sempre sono le culture collassate e ideologizzate, e quella “positiva” o generatrice di esigenze con cui si alimenta la letteratura che è socialista in quanto, secondo imperativo moderno e modernista, “aggiunge vita alla vita”. Il socialismo ama la vita ed è certo di poterla migliorare. O almeno a non stare peggio. Peggio di così? C’è di meglio. Il meglio per me è il Welfare dell’Europa occidentale. Con lo Stato Sociale abbiamo trovato l’America. Alla quale auguro un futuro socialista, socialismo di rito nordamericano.

T. Prova a fare qualche esempio rispetto a quanto affermi.

 P. Uso una formula cara ad Antonio Pizzuto, un vice questore della Interpol che è stato un grande narratore con la sua capacità di trasformare in conoscenza emozionante anche il più trascurabile particolare dell’esistenza quotidiana. Non era socialista, non era socialismo il suo empirismo, ma ha rappresentato un tacito invito a farsi l’arte in casa a prezzi popolari o gratuitamente, pure nel senso che nella qualità della letteratura il caso conta non meno del calcolo.

Non è stato il caso che ha reso questo poliziotto per me un modernissimo romanziere di destra antifascista o che io giudichi narratori massimi fascisti come Pirandello, Gadda, Bontempelli e Celine o dei magnifici poeti come Ungaretti, Pound e Yeats. Alla maggiore letteratura si può arrivare pure da destra, se i linguaggi hanno scovato significati che emozionano scavalcando le repellenti idee personali (più della forma che fa con la vista, quella che fa fare con la visionarietà). 

Pirandello che si iscrive al Partito Nazionale Fascista il giorno dopo l’assassinio mussoliniano del deputato socialista Giacomo Matteotti è imperdonabile (non meno del razzismo di altri, le leggi razziali sono sempre naziste), anche se ha scritto un capolavoro universale come Sei personaggi in cerca d’autore. Vale come invito a tenere distinti poesia e politica. Gramsci dal carcere fascista non ha difficoltà ad ammettere che il drammaturgo siciliano, reazionario in politica, aveva rivoluzionato il teatro in una direzione irreversibile nella quale ci si incontra tutti. 

 T. Posizioni senza alcun dubbio condivisibili che però non centrano con pienezza la questione sulla quale ci stiamo soffermando.

P. È ora di rientrare più puntualmente e oggettivamente nella questione generale che tu poni in termini largamente condivisibili, magari con l’esclusione di ogni moralismo sul comportamento degli intellettuali. Riassumerei meglio il problema, che chiede legittimazione nel materialismo cui si ispirano comunisti e socialisti di formazione marxista, nel pensiero di un liberale come Gadda, secondo il quale due dei principali fattori del comportamento umano sono “l’interesse e l’erotia”, cioè la passione ideale che nella lotta per emergere come individuo o gruppo sociale si accompagna all’interesse economico.

Ci sono periodi storici in cui la passione politica non si identifica, come troppo di frequente succede oggi, col tornaconto personale. Che si merita l’invettiva dei moralisti, che spesso finiscono per scoprirsi i maggiori formalisti della neoavanguardia, da Pagliarani a Malerba, da Arbasino a Volponi. Più erotìa che interesse, dall’amore disinteressato per la letteratura nascono capolavori per i quali auspico lettori americani affetti di erotìa artistica.

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale alla fine degli anni Settanta l’Italia ha vissuto una stagione socialmente, politicamente e artisticamente positiva in senso progressista. C’è stato il boom economico della “società del benessere” e c’è stato il trionfo delle arti che ha cambiato l’immagine del paese grigio e depresso dell’epoca fascista. 

Il rapporto fra politica e letteratura è di quelli fondamentali, in particolare nei periodi in cui la letteratura è chiamata a interrogarsi se le tocchi porsi o no al servizio della società, e sul livello di utilità che, in quell’ambito, è in grado di rivestire. Paradossalmente, la letteratura almeno in Italia soffre di più quando la politica la lascia libera di andare dove vuole: rischia l’irrilevanza delle attività prive di scopo pratico.  …

T. Sembri dire che militanza di partito e militanza per una idea politica possono anche non coincidere, e che nei fatti può andarci di mezzo il destino dell’artista e della sua opera.

P. L’arte sia pure politica come in un certo modo lo è sempre, ma non deve essere necessariamente partitica. Cosa che accade sempre ai comunisti, ma quasi mai ai socialisti. I quali, in quanto partito, hanno ignorato che erano di dichiarata ispirazione socialista i romanzieri che probabilmente (insieme coi comunisti Calvino e Primo Levi) sono i maggiori narratori del secondo Novecento, Beppe Fenoglio per via del Partigiano Johnny e Stefano D’Arrigo per Horcynus Orca.

Sono due immensi romanzi che combattono il fascismo a cominciare dalla lingua: per narrare l’epica popolare della guerra partigiana del Nord e della guerra antifascista alla miseria del Sud non si può più parlare l’italiano nazionalista e centralista di D’Annunzio e dei suoi innumerevoli seguaci. 

Fenoglio devia espressionisticamente dalla norma immettendo parole emigrate dall’Inghilterra (la “perfida Albione” di Mussolini), D’Arrigo dando voce ai dialetti della periferia meridionale dell’Italia. La politica linguistica del secondo dopoguerra opta per i linguaggi bassi come alternativa popolare all’italiano illustre di chi conserva l’idioma nazionale per conservare privilegi sublimati dal vocabolario. Negandosi i dialetti, gli italiani non hanno sprecato vecchi proverbi e orecchiabili suoni bensì significati latori di verità proibite o rimosse per tornaconto classista.  …

T. Per i comunisti i grandi stanno nel gruppo, e il gruppo è regolato dai dettami del partito. Sbaglio?

P. …  La grande arte è sempre serva di due padroni: dell’emittente, che può essere perentoria e univoca, e della ricezione, che è almeno ambigua. Secondo il poeta e pittore surrealista francese, Max Jacob, quando si riduce a un messaggio che ne riassume il senso, è morta. Il punto interrogativo è il segno ortografico più fecondo dell’arte moderna. 

Per la grande letteratura sono pure pochi i sette tipi di ambiguità indicati da William Empson e Elliot Perlman. Ci sono casi, anzi, in cui sono ambigui anche i testi più intellettualistici: «Che nascondi, pensiero?», si domandò Antonio Pizzuto, empirista corregionale di Pirandello. Il significato politico che è perentorio è il significante del pensiero di cui è incinta una forma inaudita. La ragione non è del tutto razionale.

Ridotto al pirandellismo, Pirandello sarebbe solo un pensatore banale, non il grande scrittore che Ortega y Gasset nella Disumanizzazione dell’arte propose negli Anni Venti come come modello di “arte artistica” alla letteratura d’avanguardia. L’intellettualismo nel Novecento si è fatto carico dei moventi inconsci inseparabili dalla qualità estetica. E Ottiero Ottieri ha fatto poesia mettendo in versi “ambigui” la storia del partito socialista.

Quando Togliatti entra in conflitto con “Il Politecnico” di Elio Vittorini, per il rapporto tra cultura e politica, quindi fra intellettuali e Partito comunista, la rivista difende l’autonomia dell’arte, un principio che Togliatti non può accettare. Se la letteratura smentisce il Partito, bruci pure la biblioteca d’Alessandria, è blasfema. Diversamente dal sultano, il leader comunista accetta volentieri che i libri si limitino al ruolo superfluo dal punto di vista culturale di ripetere il sacro messaggio: la narrativa è utile se trasforma in racconto popolare e diffonde i principi sinora affidati alla prosa inaccessibile dei filosofi. 

Mentre Vittorini, Pavese e Fenoglio guardano alle letterature europee e statunitense, il Pci chiede alla letteratura di diventare strumento della lotta di classe e canale di indottrinamento delle masse operaie che saranno guidate alla rivoluzione da un partito i cui dirigenti sanno che non scoppierà mai perché il trattato di Yalta non consente l’accesso dei comunisti al governo di una nazione occidentale.

Il centralismo democratico prevede che un partito guidi le masse nascondendo loro la verità, compresa questa: l’Urss non è il paradiso in terra, anzi si vive nell’inferno stalinista, Baffone è meglio che non venga mai, lo avrebbero capito prima di tutti polacchi, ungheresi e cecoslovacchi, e l’impero di Stalin era più totalitario e repressivo di quello che con Napoleone aveva invaso l’Europa. 

T. All’interno di questo ragionamento proviamo a capire che cosa possa significare ispirazione socialista per un letterato. La vicenda politica e culturale dell’area che in Italia viene in genere definita laico socialista è una storia di libertà individuale e collettiva: non si è mai data canoni precisi di riferimento, gerarchie e chiese che ne fissassero i contorni, né ha adottato libri sacri sui quali giurare fedeltà. Storicamente è nata e si è evoluta all’interno di principi di rispetto per l’individuo e la società, di ricerca e lotta per maggiore eguaglianza ed equità. Principi come la pacificazione universale e la giustizia sociale certamente le appartengono, così come la convinzione che, salvo casi eccezionali, esse vadano perseguite al di fuori dell’uso della violenza. Con queste premesse, non resta che ammettere che definire l’ispirazione socialista possa essere operazione complessa.

P. Effettivamente il discorso si complica, vola alto e rischia l’astrattezza delle pie intenzioni. Lo riporto a terra, sapendo che stiamo pur sempre parlando di una visione che di reale ha solo l’origine cristiana e la riconversione illuministica. Mi riferisco alla trinità della rivoluzione francese, con le parole d’ordine di uguaglianza, libertà e fratellanza. Un socialista deve averle sempre di fronte, magari all’orizzonte, obiettivo ultimo e attrazione irresistibile. Giorno verrà in cui saremo tutti uguali e tutti saremo liberi. Ovviamente in questo sogno all’uguaglianza e alla libertà si accompagnerà la terza sorella, la fratellanza: tre divinità che non hanno passato e presente, bensì solo futuro. Sono un’utopia ma è da migliaia d’anni che gli uomini ci credono. Insomma è una fede consolidata, così dura e tangibile che pare vera. A sentire Ariosto, la credenza genera il desiderio e i socialisti debbono nutrirlo con la pratica politica in quanto relativo che cammina verso l’assoluto sulle gambe degli uomini che hanno interesse a realizzare un sogno che nobilita il genere umano.

Scendendo più terra terra, sono socialismo l’industrializzazione e ogni forma di modernizzazione, lo sono la scienza e la tecnologia, compresa quella che tiene in vita l’agricoltura, e lo è in arte ogni forma di pionierismo, innovazione radicale e avanguardia, inclusi i realismi politicamente avanzati che, facendo un passo indietro, mettono ordine storico nel quadro terremotato delle visioni estremiste. Naturalmente, ci sono tanti socialismi diversi, tra cui il comunismo e la socialdemocrazia, e migliaia di modi individuali di interpretarli e praticarli. Gli scrittori sono tanto più grandi quanto più sono originali rispetto alla normativa ideologica. E d’altronde stiamo parlando di ispirazione, come dire di qualcosa che rimanda all’aria. Il socialismo è l’ossigeno che sostituisce l’anidride carbonica, l’asfissiante tossicità del capitalismo, tanto più se neoliberismo. Il socialismo respira anche nel libero mercato, ma se continua così, a fronte di ricchezze smisurate, i meno abbienti nel futuro annasperanno in affannosa ricerca d’aria. E intanto comincia a mancare l’acqua. 

L’ispirazione socialista di un letterato sta in questo solco. Come hai detto, non esiste il manuale delle istruzioni per scrivere socialista, come purtroppo è successo per altre esperienze politiche, ispirate da ideologie o teologie assolute. L’ambito culturale e letterario socialista ha sempre goduto di grandi libertà di ispirazione, di contenuti e di modalità di espressione. Per esempio, tra le avanguardie del primo Novecento, i socialisti hanno sempre optato per il surrealismo, come Trotzskij, invece che per il “realismo socialista” di Stalin. 

T. Significa che, mentre la letteratura può caricarsi di utopia ed esprimerla, la politica potrà derivare ispirazione dall’utopia ma deve poi arrestarsi alla concretezza della sua azione tattica e strategica. Eppure una componente essenziale del socialismo democratico, anche per i politici, è sempre stata l’utopia. Cos’altro è il “sol dell’avvenire”, simbolo da sempre dell’obiettivo delle lotte socialiste, se non la speranza nel futuro dove vi sia il trionfo del regno di eguaglianza, fratellanza, libertà, da te evocato? Nel segno dell’utopia, e dei suoi contenuti, politica socialista e letteratura di ispirazione socialista, dovrebbero convergere e incontrarsi.

P. È dell’utopia essere la premessa della letteratura fantastica, che è un grande filone della narrativa del Novecento, dall’espressionismo che è il fantastico dell’inconscio colto da angoscia, al surrealismo che è il fantastico che col montaggio di immagini fra loro realisticamente incompatibili fonda un allegro e onirico ordine nuovo. Sono narratori che hanno felicemente frequentato anche il fantastico, Pirandello e Svevo, Bontempelli e Savinio, Palazzeschi e Paola Masino, la “realista magica” Anna Maria Ortese, ed Elsa Morante, Zavattini e Landolfi, Calvino e D’Arrigo, Vittorini e Lampedusa.

Solo alcuni sono socialisti di rito diverso (tre furono fascisti, Pirandello e Bontempelli di destra, Vittorini fascista di sinistra) ma l’Italia nel Novecento non ha dimenticato una tradizione letteraria in cui splendono autori come Dante, Ariosto, Pulci, Boiardo, Basile e l’ottocentesco Collodi, che è il genitore di Pinocchio, un capolavoro della narrativa per l’infanzia. Il collodiano ragazzo di legno e il palazzeschiano uomo di fumo hanno concentrato la condizione storica ed esistenziale in un esiguo numero di pagine polivalenti dove ogni episodio dice più di un lungo racconto realista.

Detto in modo banale, è giusto e inevitabile che nel socialismo ci sia la componente utopista, perché l’utopia è uno dei modi d’essere del socialismo. L’importante è che la sfera del possibile e realizzabile non sia mai confusa con l’irrealizzabilità dell’utopia. In quanto al rapporto dell’utopia con la letteratura, mi salverei con il seguente paradosso: tanto è bene mischiare l’utopia con la letteratura, quanto è bene tenerla distinta in politica.

T. Sempre sul tema, da critico letterario ti sei speso non solo sui contenuti ma anche sulle forme dei movimenti letterari. Esiste un’estetica che va evitata, al fine di non disturbare la natura di una letteratura che vuole trasferire determinati messaggi al lettore?

P. Non rifuggo dal raccontare la storia letteraria come successioni di “ismi”, estetiche, poetiche, correnti o tendenza fondate da riviste. In tal senso non è molto diversa la letteratura italiana dalle altre, pure noi sgraniamo il rosario che compie il solito cerchio: futurismo, espressionismo, meno dadaismo e surrealismo, avanguardie che danno il bello nella post-avanguardia, neoclassicismi e nuovi realismi, crocianesimo, marxismo, fenomenologia e infine il post-moderno che tutto il moderno comprende. Ma evito di giudicare autori e opere dalla loro fedeltà ai precetti. 

Ci sono scrittori che si accaniscono a dare rappresentazione alla loro ideologia ma ovviamente anche la razionalizzazione paga lo scotto ai moventi inconsci. Si tratta delle epoche in cui si è convinti di essere in possesso di verità incrollabili, succede quando il realismo illustra i concetti assurti a valori, ma io mi ritrovo meglio con le letterature di crisi, quando un modello si logora e ripete il messaggio come un disco che ormai storpia i suoni. Le transizioni sono artisticamente più feconde (la crisi secondo Savinio è permanente), ma sono attraversato da un più fecondo stato di tensione se un linguaggio egemone manifesta l’intenzione di trasformarsi in letale dittatura culturale. Allora torna utile la lezione sperimentalistica con cui i socialismi adattano al presente i contenuti che sono un fattore di innovazione radicale.

Quanto al millenario rapporto fra contenuto e forma, ci sono momenti in cui tocca al primo cominciare: le guerre mondiali, le rivoluzioni politiche, i conflitti sociali, i lager, la resistenza, la fame sono contenuti prepotenti che non si rinunciano facilmente a trattare con le forme che funzionano. Gadda ricorda a chi dà la priorità alla struttura che essa struttura sempre qualcosa; in altri momenti l’iniziativa spetta alle forme. Luigi Malerba con un paradosso disse una verità cara alle avanguardie   più formaliste: «Scrivo per sapere cosa penso». 

Cioè dalle forme inedite ai significati maturati a contatto con ogni livello di realtà. Riassumendo, sono a maggioranza contenutisti e realisti i decenni dispari (gli anni Dieci, Trenta, Cinquanta e Settanta) e sono formalisti e sperimentalisti i decenni pari (gli anni Zero, Venti, Quaranta e Sessanta). Poi arriveranno i decenni del post-moderno, che metterà nello stesso sacco tradizione del nuovo, avanguardie, nuovi realismi, neorealismi neoveristici). Salomonicamente e banalmente, cento scrittori hanno raccontato resistenza e lager, ma sono due gli scrittori che hanno fatto la differenza che li ha resi esemplari nella storia del Novecento: Fenoglio e Primo Levi, autore di un classico della letteratura mondiale, Se questo è un uomo. O il socialista Piero Caleffi, che da reduce raccontò l’esperienza di ebreo nel lager in Non di solo pane.

 

T. Una domanda che non si dovrebbe mai fare ad un critico. Anche fuori dai ragionamenti sin qui fatti, quali sono i tuoi grandi amori letterari?

P. Escludiamo gli stranieri, ed evitiamo di elencare i soliti Dante e Ariosto, Leopardi e Belli, Boccaccio e Svevo: sono sulla bocca di tutti. Mi ero impegnato a fare i nomi dei dieci scrittori italiani del Novecento destinati alla classicità. Mi prenderò qualche astuta libertà. I grandi amori vanno, seguendo il consiglio di Ezra Pound, agli “inventori di linguaggi”, aggiungo ai “maestri”, quelli che, a sentire Ovidio, si ammirano ma non si invidiano, ed escludo i “diluitori”, che in ogni letteratura fanno tracimare l’elenco ma non la qualità artistica. 

Nel primo Novecento tra i narratori (accantonati nell’Ottocento i due massimi, Svevo e Pirandello) dico Palazzeschi, Gadda, Savinio, Landolfi e Brancati. Tra i poeti (per essere a cavallo dei due secoli, rimandato al precedente Giovanni Pascoli) metto in fila Tessa, Ungaretti, Saba, Rebora, Campana. 

Parafrasando Baudelaire, che richiesto del nome del maggiore poeta francese rispose: «Victor Hugo, purtroppo!», talvolta mi scappa detto che il maggiore poeta italiano della prima metà del secolo XX è Montale. Analogamente Pasolini potrebbe essere “purtroppo” il maggiore poeta della seconda metà, ma io preferisco ai “maestri” Montale e Pasolini gli “inventori” Ungaretti e Pagliarani.

Del secondo Novecento quali narratori voto Fenoglio, D’Arrigo, Calvino, Primo Levi, Malerba. Quali poeti a Pagliarani e Pasolini aggiungo Caproni, Sereni, Amelia Rosselli, Zanzotto. E i saggisti? Due soprattutto, Giacomo Debenedetti, l’autore di Romanzo del Novecento, che non vale meno della Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis e Angelo Maria Ripellino, cui dobbiamo la prosa ammaliante di Praga magica, opere che competono alla stessa altezza con la migliore narrativa e poesia.

 

T. Nella quotidianità stiamo vivendo una stagione a forte tasso di populismo, arroganza, nazionalismo. Nulla di nuovo: si tratta di fenomeni che il socialismo democratico vincente aveva contribuito a battere in molti paesi, in particolare in Europa, nella sua lunga storia. La letteratura sulla quale ci siamo soffermati è stato uno dei tasselli di quell’opera più che centenaria, politica ma anche culturale. Quelle opere letterarie, nei contenuti e nello stile, possono essere considerati ancora attuali, credo.

P. Dice Holderlin: «Dove c’è il malessere, là c’è il rimedio». È naturalmente un’idea pazza come il suo autore, ma nel passato ha funzionato. Ora tocca a noi applicarla a questo nostro poco saggio presente.

T. C’è un modo nuovo di comunicare, quello dei social, dei messaggi brevi, del linguaggio smozzicato o illustrato dei tweet, emoticon, selfie, che sembra voler eludere le forme consacrate da millenni di letteratura. In questo tempo della messaggeria elettronica, la letteratura sta rischiando di morire? E comunque, la letteratura deve tener conto del nuovo modo di comunicare che sta pervadendo tutti i rapporti sociali, e persino quelli dell’alta politica?

P. Nel romanzo di Palazzeschi intitolato Perelà uomo di fumo c’è un cardinale arcivescovo che, richiesto della soluzione di un problema, consigliò di operare “all’interno del sistema”, magari criticandolo, corrodendolo, minandolo fino alla sua implosione. L’uomo di chiesa è abituato a non aver fretta. Come dire, ci vorrà tempo per uscire da questo fenomeno che eleviamo al ruolo di crisi. Fermo restando che quando si producono dei fenomeni, la responsabilità non appartiene mai al fenomeno. Mi limito a consigliare, contro il parere del prelato, di essere impazienti. Ho vissuto nella mia vita tante crisi mortali, avendo visto la fine del fascismo, la fine del comunismo, la fine della società del benessere, la fine dell’industrializzazione e la nascita di internet. E, ultimo fenomeno nel lungo elenco, ho visto all’opera la finanza creativa che ha fatto stramazzare l’Occidente. Come vorrei vederne la fine, prima di morire!

T. La forza della tecnologia, con gli utilizzi, anche perversi, che ne stanno facendo le potenze, tutte indiscriminatamente, pongono tuttavia la questione dei rapporti di forza tra il singolo utilizzatore o recettore di comunicazione, e i grandi oligopoli della comunicazione elettronica. Negli Stati Uniti, il fenomeno sta intaccando aspetti tradizionali e non secondari della comunicazione tra potere politico esecutivo e opinione pubblica. La letteratura non potrà non risentirne, e certi valori che sono stati propri della letteratura di ispirazione socialista ne soffriranno inevitabilmente.

P. Il fenomeno dei social è recente, eppure la gente comincia già a ribellarsi contro i suoi usi impropri. Nell’alta deperibilità delle scoperte tecnologiche c’è la speranza che esse tolgano la vita a sé stesse e non a noi. Non erano nate contro l’uomo, è stato lui a indirizzarle contro l’umanità, facendola a pezzi. Ora che è morto il vecchio uomo, la nuova antropologia sarà capace di trasformare in ideologia egalitaria e libertaria l’etologia più feroce che oggi regola il comportamento sociale.

T. Intellettuali e uomini di lettere, in questo cosmo che coinvolge miliardi di persone, hanno, immagino, un ruolo specifico da svolgere, ponendosi come coscienza critica e di indirizzo. Si parla molto di disintermediazione ai nostri giorni, con la conseguenza del rapporto diretto tra potere e popolo che, grazie alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, mirerebbe a cassare dalla storia il ruolo del giornalismo ma anche della letteratura. E invece c’è ancora bisogno, eccome!, della letteratura e dei suoi autori.

P. Nel copione del nostro modo di essere intellettuali, è prevista la ricerca perpetua di risposte positive alle questioni che la vita e l’evoluzione umana ci pongono. Finché gli uomini si faranno delle domande complesse rispetto a fenomeni che sembrano semplici, ci sarà la salvezza, magari dietro l’angolo, quindi una svolta. Non sappiamo dove stiamo andando, ma siamo in movimento. L’energia c’è, manca la direzione. Sono stati strappati i cartelli segnaletici che indicano la strada più corta per arrivare all’uguaglianza o almeno alla migliore giustizia sociale. Cristoforo Colombo decise di “buscar el levante por el poniente”, ma questo è l’uovo di Colombo, ce ne siamo nutriti tutti nel Novecento. Giacomo Debenedetti, il mio maestro di una vita, intellettuale crociano che nella maturità si è convertito al marxismo, invitò a resistere alla tentazione del personaggio-uomo di trasformarsi in personaggio-particella di cui si ignora velocità e direzione.

Quello attuale non può essere l’ordine definitivo. Avendo smarrito la Causa Prima per ritrovarla puntiamo sul caso. Ci incoraggia Heisenberg che ha visto Dio giocare a dadi: noi crediamo allo scienziato eretico. Giocano a dadi la politica e la letteratura, scienze tanto più attuali quanto più imprevedibili. Comunque se perdiamo, non accusiamo i vincitori di averli truccati. La verità è che pure stavolta abbiamo sbagliato i calcoli.

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