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Toni Morrison, la scrittrice delle verità che fanno male ma che ti guariscono

In un' intervista al The New Yorker Festival raccontò tutta sé stessa. Noi proviamo a raccontarvi di nuovo la più premiata scrittrice d'America

Toni Morrison nell'illustrazione di Pia Taccone

Toni Morrison ama evidenziare nuovi punti di vista... Lei rovescia la situazione e racconta un tipo di razzismo che proviene dall'interno, che fa più male. L’autrice mette a nudo la complessità di dinamiche umane e sociali in cui gli oppressi si sono appropriati dei valori degli oppressori, in cui liquidare ogni problema come espressione di razzismo o sessismo è riduttivo, è ottuso ideologismo

2 Ottobre 2015. Venerdì sera. Si accendono le luci del palco del The New Yorker Festival. Toni Morrison è vestita di viola, dalle scarpe alla bandana in testa. Osserva il pubblico e aspetta paziente che tutti si siedano ai loro posti. Hilton Als, scrittore e critico teatrale newyorkese, la guarda sorridendo col suo viso paffuto. Due afroamericani sul palco del festival di uno dei più importanti magazine del mondo.

-Eccoci qui.

– Già.

Sono trascorsi ventidue anni da quando Toni Morrison è stata la prima donna afroamericana a ricevere il premio Nobel per la letteratura (1993). Durante il discorso di ringraziamento lesse una favola su una vecchia cieca ma saggia e sul potere della lingua, capace di chiarire e offuscare, opprimere e liberare. Lo speech riprende i temi del razzismo, della storia folkloristica e del linguaggio, argomenti che hanno accompagnato l’autrice in tutte le sue opere.

Hilton Als, l’intervistatore, ha i capelli rasati, indossa un completo gessato che lo racchiude come un’armatura. Ha degli appunti scritti su due fogli A4 stretti nella mano sinistra, li osserva con attenzione. Ha un’aria di profonda responsabilità. Guarda la scrittrice e inizia l’intervista:

  Hai detto in un tuo discorso che una delle cose che ti interessavano dell’America era che, nonostante il comportamento bestiale, non eravamo riusciti a produrre una nazione di bestie.

Toni Morrison

Toni Morrison sorride. Denti bianchissimi e fossette nelle guance. La cultura afroamericana è nata nella violenza, dal razzismo e dalla discriminazione. Una cultura ferita, inseguita da ombre, fantasmi e crisi d’identità. Per questo motivo le sue storie appaiono dure, in certi casi crudeli. James Baldwin, scrittore afroamericano, la descrive come un’alleata di cui è difficile parlare, perché leggerla dà dolore, perché rovescia le cose trasformandole in verità.

La cosa più importante per ogni essere umano è quella di superare noi stessi per toccare qualcun altro. Ed è una delle cose che mi capita quando leggo i tuoi libri, dove trovo sempre una scena in cui succede “l’impossibile” che cambia il personaggio ma anche il lettore.

Sì. C’è questa caratteristica in tutti i miei romanzi, incluso il primo libro. C’è sempre qualcuno dei miei personaggi che conosce qualcosa di estremamente importante alla fine del libro che non conosceva all’inizio. Non è un lieto fine. Non intendo questo. È solo che impara qualcosa, sai, si trasforma. E questa trasformazione non avviene in un’ottica puramente “razionale”, potrebbe essere in forma folkloristica o parlando con i fantasmi. Ed è ugualmente importante.

Toni Morrison esordisce in letteratura quasi a quarant’anni scrivendo il romanzo che avrebbe sempre desiderato leggere: The Bluest Eye (L’occhio più azzurro, 1970), l’inquietante storia di una minuta bambina nera di undici anni che è convinta di avere ottenuto, con un rito, gli occhi celesti per cui ha pregato Dio tutte le sere. L’esordio della Morrison nella letteratura americana è un deciso gesto di rottura rispetto alle storie iper-realistiche degli autori contemporanei. Nella scrittura dell’autrice afroamericana sono spesso presenti riferimenti folklorici, miti antichi o situazioni surreali. In The Bluest Eye c’è il mito della bellezza identificato nel paradigma occhi celesti-capelli biondi-pelle bianca facendo evidenziare la perdita di identità di quella afroamericana. Sula (secondo romanzo, 1973) è la storia dell’amicizia tra due donne, una l’opposto dell’altra, che esplora la dicotomia tra bene e male, confondendoli e rimescolandoli. Song of Solomon (Il canto di Solome, terzo libro, 1977) riprende il mito degli Africani Volanti, raccontando l’ambizione di volare di un bambino nero, apparentemente assurda, che incarna il conflitto tra mito e realtà, tra la cultura dell’avere e quella dell’essere.

Il grande successo di pubblico arriva con il quarto romanzo Beloved ( Amatissima, 1987) che ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1988, è stato finalista per il National Book Award del 1987 e che è stato definito,  dagli scrittori e critici letterari del New York Times, come la migliore opera di narrativa americana dal 1981 al 2006. Il romanzo tratta della storia di una schiava fuggitiva che, pur di risparmiare ai suoi figli il destino in cattività, cerca di ucciderli tutti. Le viene concessa una seconda possibilità quando il fantasma della sua unica vittima torna a riempire la sua vita in carne ed ossa.

Hilton Als ascolta attento. Quando l’autrice finisce di parlare c’è un momento di silenzio dove l’uomo osserva i suoi appunti, alza lo sguardo e le chiede di suo padre. L’autrice ride e viene imitata dopo poco dall’uomo. La risata della donna è gorgogliante e leggera, come un ruscello vivace, quella dell’intervistatore è più calma ma nervosa, come un fiume che scorre placido ma che potrebbe trasformarsi all’improvviso in una cascata.

  Ho sempre amato sentirti parlare di tuo padre, perché sembra un uomo aperto al mondo ma – come hai detto in molte interviste – anche lui era razzista.

  Oh, assolutamente sì. Lui non faceva entrare i bianchi in casa, sai, l’omino delle assicurazioni, o altre persone. Mio padre a quattordici anni aveva visto due uomini neri essere picchiati nella sua strada. Erano uomini d’affari. Avevano piccoli negozi e così via. Non vide l’omicidio di una persona terribile o il linciaggio di una persona sconosciuta o cattiva, ma il linciaggio di due vicini. E penso che sia per questo che pensava che i bianchi fossero … come dire? Incorreggibili? Sì, erano, come, condannati.

Toni Morrison

Toni Morrison ama evidenziare nuovi punti di vista. Quando parla del padre non racconta semplicemente di un uomo, ma della condizione spesso dimenticata che il razzismo è qualcosa di più profondo dell’idea di una razza bianca che schiaccia quella nera. Può essere anche l’opposto. Lei rovescia la situazione e racconta un tipo di razzismo che proviene dall’interno, che fa più male. L’autrice mette a nudo la complessità di dinamiche umane e sociali in cui gli oppressi si sono appropriati dei valori degli oppressori, in cui liquidare ogni problema come espressione di razzismo o sessismo è riduttivo, è ottuso ideologismo. In The Origin of Others, (In origine degli altri, 2017) espone una serie di modalità razziste ricorrenti, di sovrastrutture mentali che si ripresentano sempre uguali nel corso della storia, alcune decisamente poco convenzionali.

Hilton Als non la interrompe quasi mai. Osserva con attenzione i modi, la chiarezza, l’importanza delle parole della scrittrice. Scruta ancora gli appunti sulla mano destra, si porta le dita della sinistra sotto al mento e, sporgendosi leggermente, continua l’intervista:

  Una delle cose che ti ho sentito dire è che leggi il New York Times con una matita in mano, segni gli errori e lo modifichi mentre vai avanti. È vero?  

Lo dice in modo incerto, come se non fosse sicuro di fare questa domanda. Il tono tradisce il dubbio, e i suoi occhi appaiono vagamente confusi. È plausibile, in fondo ha appena chiesto di ribadire una critica al giornale più antico degli Stati Uniti.

Ricordo quando il New York Times ha iniziato a usare la parola “prova”. Ormai nessuno “fa” mai niente. Semplicemente “provano”. Non dicono “il dipartimento del tesoro”. Dicono “Obama”. Non dicono “il F.B.I.”, dicono — sai, è una specie di – …

– Sigla?

  Si. Quel linguaggio è, sai, è manipolato e usato in modo da confondere il messaggio, anche se c’è la patina dell’accuratezza e della chiarezza. Non sono i soli. Tutti i giornali ormai ragionano così. È sbagliato.  

Nel festival del New Yorker, una donna afroamericana ha criticato il giornale più diffuso d’America formato nella maggior parte da uomini bianchi parlando di contenuti, senza polemiche gratuite o ricerca di visibilità. Toni Morrison ha un passato da editor (sia per la casa editrice Random House che per il New Yorker) quindi le sue parole sono molto più rilevanti, perché provengono da una professionista oltre che da un premio Nobel.

I due guardano l’orologio e si rendono conto che il tempo a loro disposizione è finito. Toni Morrison si avvicina a Hilton Als, gli sorride e gli dà un amichevole buffetto sulla mano, come a rassicurarlo. L’uomo risponde al sorriso, è sollevato, la sua preoccupazione sembra essere volata via. In tutta la chiacchierata non è stato l’intervistatore a tranquillizzare l’intervistata ma l’opposto.

Nel giro di un’ora e mezza, l’autrice è stata divertente, provocatoria e protettiva, ha raccontato dei suoi romanzi, del razzismo attraverso il padre e non si è preoccupata di criticare il giornale più influente del paese. È stata dura, schietta. Ha raccontato storie, ha portato degli esempi.

Oltre ad affrontare i temi della ricerca del folklore, l’importanza del linguaggio e l’orrore del razzismo, il grande pregio di Toni Morrison è quello di riuscire a mostrare la verità, nel modo che fa più male, sia parlando del padre, sia criticando il giornale più famoso al mondo, che rassicurando un intervistatore ansioso. Amy, un personaggio secondario di Beloved (Amatissima) dice in un dialogo: “Più fa male, meglio è. Se non fa male, non può guarire.”

Già, come dargli torto? 

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