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Donne e storia del giornalismo: Maria Teresa Cometto e “La Marchesa Colombi”

Intervista all'autrice, giornalista che vive a New York da vent'anni, sulla biografia della prima giornalista del "Corriere della Sera" e su NY al tempo del Covid

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Maria Teresa Cometto all'inaugurazione di Hudson Yards a New York

"La Marchesa è una delle prime donne in Italia a guadagnarsi da vivere come giornalista all'inizio del 1900. Rivoluzionaria, indipendente con una vita avventurosa e amicizie intriganti: la dimostrazione che le donne libere non muoiono mai... Mi sento molto vicina a Maria Antonietta, novarese come me... Io credo che New York si riprenderà anche da questa crisi causata dal covid-19. C’è chi sostiene che i nuovi metodi di lavoro da casa hanno svuotato e continueranno a svuotare la città... Ma proprio in questi giorni è arrivata la notizia che Amazon progetta di occupare 60 mila metri quadrati di nuovi uffici a NYC"

La Marchesa Colombi. Vita, romanzi e passioni della prima giornalista del “Corriere della Sera”

“In direzione ostinata e contraria”. Così si potrebbe definire il temperamento de La Marchesa Colombi, le cui avventure sono riportate nella biografia Vita, romanzi e passioni della prima giornalista del Corriere della Sera scritta dalla giornalista Maria Teresa Cometto. L’autrice vive dal 2000 a New York da dove scrive per il Corriere della Sera e per Grazia, ha scritto diversi libri tra cui Figli & soldi e Tech and the City. (Sperling & Kupfer 2008 e 2011, con Glauco Maggi).

Il libro racconta l’esistenza di una delle figure femminili più intraprendenti e complesse della storia italiana: Maria Antonietta Torriani,  che si firmava appunto Marchesa Colombi, senza traccia di nobiltà nelle vene ma stile e grinta da vendere.

Le origini novaresi, il sogno di poter scrivere, di essere un’intellettuale ribelle e idealista, nella società del 19esimo secolo diventa una vera paladina del diritto universale di affermarsi,  sono i punti di incontro tra la Marchesa e Maria Teresa Cometto, che abbiamo intervistato a pochi giorni dall’uscita del libro a cura di Solferino Libri.

Ci racconti come è nato l’interesse per la figura della Marchesa.

“Ho scritto la biografia della Marchesa perché quando ho letto il suo romanzo più importante, “Un Matrimonio in Provincia”, me ne sono innamorata. Era stato pubblicato nel 1885, eppure lo stile con cui è scritto è attualissimo: pungente, ironico, niente di melenso come i feuilleton dell’Ottocento. Non a caso anche Natalia Ginzburg e Italo Calvino erano rimasti colpiti e l’hanno fatto ripubblicare nel 1973 anche se si sapeva pochissimo di lei. Allora ho cominciato a scavare, a fare una lunga ricerca, spinta anche dalla curiosità verso una scrittrice nata nella mia stessa città, Novara. Ho scoperto così che aveva avuto una vita incredibile: da povera orfana, una sorta di Cenerentola a casa del patrigno, alle battaglie femministe per il primo liceo per ragazze a Milano; dagli amori “on the road”, al lungo e tormentato rapporto con il marito, Eugenio Torelli Viollier, il fondatore del “Corriere della Sera”. L’uscita adesso della sua biografia è inoltre l’occasione per celebrare questa straordinaria donna a 100 anni dalla sua scomparsa”.

Dal Suo testo sono evidenti le peculiarità che Lei e la Marchesa avete in comune. Vuole ricordarceli?

“Mi sento molto vicina a Maria Antonietta, novarese come me e come me una firma del Corriere della Sera. Entrambe dalla provincia abbiamo cercato fortuna a Milano dove ci siamo affermate professionalmente e abbiamo anche trovato il nostro compagno e marito, un giornalista con cui condividere anche appassionate discussioni sul nostro mestiere. Però con mio marito Glauco Maggi, che scrive per La Stampa e per Libero, io sono molto più fortunata di lei, il cui rapporto con Eugenio Torelli Viollier è stato troncato da una tragedia familiare. Maria Antonietta e io abbiamo in comune anche l’amore per la montagna e un sottile piacere nell’essere “bastian contrari“, infatti lei adottò il suo pseudonimo perché, come lei stessa spiegò sul “Giornale delle Donne”, “La Marchesa può essere più facilmente di parere contrari”.

long island

L’autrice nella sua casa di Manhattan 

Quanto è stata difficile per Lei affermarsi come professionista?

“Prima di essere assunta come giornalista dal settimanale economico Il Mondo, nel 1986, ci sono voluti anni di “gavetta” come collaboratrice. E chi frequenta il mondo dei media sa che cosa significa: farsi venire idee e convincere i giornali a “comprarle”, accettare molti rifiuti e compensi scarsi. Una condizione eccitante ma precaria. A quei tempi, poi, le donne erano ancora poche in redazione. Ricordo che il direttore  aveva paura di assumere donne perché avrebbero turbato gli equilibri fra i colleghi. Ma sono stata presto apprezzata per il mio lavoro e ho lasciato quel settimanale all’inizio del ’94 solo per la curiosità di conoscere da vicino un grande del giornalismo, Indro Montanelli, che aveva deciso di fondare un suo nuovo quotidiano, La Voce. Alla fine di quell’anno poi sono passata al Corriere della Sera e sono rimasta nella sua storica redazione in via Solferino fino all’agosto 2000 quando ho deciso di fare il salto, con mio marito e mia figlia Francesca, e trasferirmi a New York, da dove continuo a scrivere per il Corriere”.

Quali differenze tra gli States e l’Italia in questo senso? Ha ancora senso parlare di meritocrazia?

“Non ho esperienze di lavoro come giornalista negli Stati uniti, quindi non posso fare confronti diretti. Credo però che abbia sempre senso parlare di meritocrazia. Per una/un giovane che oggi aspiri a lavorare come giornalista la strada è più difficile, perché il modello di business dei media è in crisi, ma allo stesso tempo ci sono molte più possibilità di esprimersi e farsi conoscere e apprezzare con le nuove tecnologie. Bisogna studiarle, sperimentarle, insistere e resistere, ma se si ha talento, passione e determinazione ce la si può fare. Il mondo ha sempre più bisogno di informazione affidabile”.

Non Le sembra di essere ancora all’epoca della Marchesa?

“Nell’Epilogo al mio libro sulla Marchesa Colombi ho scritto: “Da allora abbiamo fatto passi da gigante nell’emancipazione femminile. Eppure a volte, nel mondo pre #MeToo degli anni Ottanta-Novanta, mi sono ritrovata a pensare se davvero erano poi così diversi gli ostacoli che Maria aveva dovuto superare rispetto a quelli incontrati da me, giovane provinciale novarese alle prese con la Milano «da bere». Chissà, per esempio, com’è andata veramente fra lei e Carducci: magari lui davvero si è innamorato ciecamente di Lina o magari ci aveva provato prima con Maria e lei lo aveva respinto, anche se le avrebbe fatto comodo il suo appoggio.” Il Movimento #MeToo ha fatto luce, fra l’altro, proprio sugli abusi di potere che diversi famosi giornalisti americani hanno esercitato ai danni di colleghe all’inizio della loro carriera, come Matt Lauer di NBC Today, Charlie Rose di CBS This Morning, Roger Ailes e Bill O’Reilly di Fox News. Oggi quindi le donne hanno il coraggio e i mezzi per denunciare le molestie e le violenze sessuali; e il mondo le ascolta, le aziende e le istituzioni stanno cambiando regole e comportamenti. Per questo non siamo più all’epoca della Marchesa”.

Come intellettuale Lei è ovviamente al passo con i tempi. Ama l’arte, la musica, la natura e la tecnologia. Ci vuole raccontare del suo progetto Tech and The City ?

“Il discorso su “Tech and the City” è lungo e invito chi è interessato a leggersi il libro con quel titolo che ho scritto nel 2013 con Alessandro Piol (disponibile in versione digitale e anche in inglese su Amazon). Gran parte delle storie raccontate e soprattutto lo spirito sono ancora validi e utili oggi: è un’analisi dell’ecosistema delle startup a New York, come un possibile modello per l’Italia. Gli ingredienti che hanno permesso il boom di queste realtà – l’ambiente, le tasse, le regole favorevoli agli imprenditori, la collaborazione virtuosa fra aziende-accademia-amministrazione pubblica, la filosofia del “give back” – possono attecchire anche in Italia e contribuire al rilancio del Paese? Credo di sì ed è per questo che vale la pena di continuare a studiare che cosa succede qui a New York, e venirci a imparare, trovare ispirazione, scoprire nuove idee e opportunità di affari”.

Maria Teresa Cometto nel 2018 alla “European Tech Night”, dedicata alle nuove tecnologie in ambito medico

Maria Teresa Cometto nel 2018 alla “European Tech Night”, dedicata alle nuove tecnologie in ambito medico

Da expat come vede il presente e il futuro di una città come New York post covid-19 per tutti i giovani italiani con il sogno a stelle strisce (e se esiste ancora) secondo Lei?

“Proprio in “Tech and the City” ho spiegato che il boom delle startup ha aiutato New York a riprendersi dalla grave crisi finanziaria ed economica del 2008-2009. Io credo che New York si riprenderà anche da questa crisi causata dal covid-19. C’è chi sostiene che i nuovi metodi di lavoro da casa hanno svuotato e continueranno a svuotare la città e spingeranno sempre più gente a lasciarla. Ma proprio in questi giorni è arrivata la notizia che Amazon progetta di occupare 60 mila metri quadrati di nuovi uffici a NYC e di assumere 2 mila persone: “I team possono lavorare insieme virtualmente, ma non è così spontaneo. Non vediamo l’ora di tornare in ufficio”, ha spiegato un manager di Amazon. Il clima di scambio di idee e di collaborazione che nasce dal contatto anche casuale fra colleghi e concorrenti che condividono spazi fisici – di lavoro ma anche sociali e culturali – è insostituibile e fertile. Per questo New York tornerà ad attrarre talenti, anche dall’Italia. Il sogno a stelle strisce esiste ancora, a prescindere da chi è alla Casa Bianca”.

Il volume è disponibile anche in edizione digitale su Amazon Usa.

 

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