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Andrea Riccardi, l’uomo che vuole internazionalizzare l’Italia

Abbiamo intervistato Andrea Riccardi, nuovo presidente della Società Dante Alighieri e già fondatore, ad appena 18 anni, della Comunità di Sant'Egidio. Nel suo incarico alla Dante si propone di guardare a nuovi spazi di diffusione per la cultura italiana e alle nuove generazioni 

Andrea Riccardi, l'uomo che vuole internazionalizzare l'Italia
di Filomena Fuduli Sorrentino -

Da giovanissimo, nel 1968, ha fondato la Comunità Sant’Egidio, ha insegnato da ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Bari, alla Sapienza e alla Terza Università degli Studi di Roma. Nel 2003 è stato nominato dalla rivista Time tra i trentasei “eroi moderni” d’Europa, per la sua fermezza professionale e per il suo impegno umanitario. Il 21 maggio 2009 ha ricevuto il Premio Carlo Magno, rivolto a persone e istituzioni che si sono particolarmente distinti nella promozione dell'Europa unita e nella diffusione di una cultura di pace e di dialogo. Dal 2011 al 2013 è stato ministro della Cooperazione internazionale del governo Monti. E non si contano le onorificenze, le lauree honoris causa, i premi e i riconoscimenti che costellano la carriera di Andrea Riccardi. Molti i libri che portano la sua firma, tra cui diverse pubblicazioni a tema religioso e sulla convivenza tra i popoli.

Il 22 marzo scorso, Andrea Riccardi è stato eletto alla presidenza della Società Dante Alighieri e per l'occasione La VOCE lo ha voluto intervistare per saperne di più dei suoi progetti e delle sue idee. 

Società fondata nel 1889 da un gruppo di intellettuali guidati da Giosué Carducci, la Dante Alighieri ha lo scopo di “tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiane nel mondo, ravvivando i legami spirituali dei connazionali all’estero con la madre patria e alimentando tra gli stranieri l’amore e il culto per la civiltà italiana”.

riccardiProfessor Riccardi, quanti sono oggi i Comitati della SDA sparsi nel mondo? E come si finanzia il lavoro della Società Dante Alighieri?

“Penso che la Dante Alighieri è una realtà dalla grande storia e con radici in vari paesi del mondo, con circa 400 comitati, alcuni di spessore più vasto, altri di spessore più lieve, ma tutti animati da questa idea della presenza della lingua e della cultura italiana nel mondo. La mia visione va proprio in questo senso, per promuovere una cultura della simpatia verso l’Italia. Al mio insediamento ho trovato un’azienda che sta portando avanti un importante processo di rinnovamento, anche sul fronte finanziario vista la riduzione dei contributi pubblici, con l’obiettivo di giungere ad una auto-sostenibilità economica. Mancano ancora passi importanti ma il percorso che abbiamo avanti a noi è chiaro”.

L’Italia ha un esteso patrimonio culturale che potrebbe essere meglio valorizzato e capitalizzato. La Dante Alighieri potrebbe essere lo strumento per promuovere meglio questo esteso patrimonio culturale?

“L’Italia è un paese che ha la sua storia, che ha attraversato i suoi momenti difficili, ma è anche – e questo è stupefacente per noi italiani, che tante volte siamo pessimisti su noi stessi – un paese che suscita simpatia e attrazione in tante parti del mondo. Lo mostra la domanda che c’è dello studio della lingua italiana nel mondo, mi sembra che siamo ancora il quinto paese come lingua studiata al mondo. E questo è impressionante perché mostra che c’è una domanda di Italia.

Quello che ci stiamo chiedendo, con i miei collaboratori, è: siamo all’altezza di aiutare la risposta italiana? Ma mi intenda bene, la Dante non vuole essere la risposta italiana, bensì – attraverso la lingua, la cultura, i suoi uomini e le sue donne – vuole facilitare l’incontro tra la domanda d’Italia e la risposta italiana.

Ci stiamo chiedendo che cos’è oggi l’Italia nel mondo. Non è più quella di quando fu fondata la Dante a fine Ottocento, non è quella del dopoguerra, né quella della guerra fredda. Io vorrei dire che il mio problema è la Dante nella globalizzazione. C’è un posto dell’Italia e dell’italiano nel mondo della globalizzazione. E qui, quando parliamo d’Italia, parliamo del suo patrimonio culturale, artistico e umano”.

Il Suo curriculum è affascinante. Tra le altre cose, Lei ha fondato la Comunità di Sant’Egidio nel 1968, quando era ancora un liceale. Nella promozione della nostra lingua e cultura, in quale modo sui potrebbero coinvolgere i giovani?

“L’esperienza della Comunità di Sant’Egidio e della sua lunga storia, di quasi mezzo secolo, come realtà di solidarietà con i più poveri e deboli ma anche, nel corso degli anni, come un soggetto internazionale presente in tanti paesi, impegnato in un lavoro di pace – ricordo qui la pace in Mozambico firmata nel ’92 – e di dialogo tra le culture e le religioni, mi ha dato il gusto del mondo, delle vie del mondo, di quelle più praticate e conosciute come di quelle più secondarie, di quei paesi fuori dal giro dello sviluppo, quelli più ai margini. Ma mi sono anche convinto che un paese come l’Italia, ricco e carico di storia, ma che non ha ambizioni egemoniche, può essere un crocevia importante nel mondo di oggi. È questo lo sforzo che l’Italia deve fare e che il governo italiano sta facendo, quello dell’internazionalizzazione dell’Italia. La Dante infine vuole puntare sulle nuove generazioni ed è già costituito un gruppo giovanile dal quale arrivano costantemente spunti e riflessioni molto stimolanti”.

La lingua italiana è una ricchezza che non ha prezzo, ma non sempre le strutture politico-istituzionali colgono le potenzialità del momento. Ritiene che sarebbe utile un diverso atteggiamento da parte delle istituzioni? O magari un maggiore coordinamento?

“Ho già parlato col ministro degli Esteri e vedrò il presidente della Repubblica e le altre autorità. Il mio programma è semplice e nasce da una grande gratitudine per coloro che hanno lavorato qui, l’ambasciatore Bottai, scomparso, il dottor Masi e tutti i presidenti dei comitati. La lingua italiana è una grande ricchezza e noto per esempio delle domande insorgenti di lingua che non sono solo quelle dei paesi di emigrazione italiana, come l’Argentina e gli Stati Uniti, a cui noi teniamo moltissimo, ma sono per esempio quella che viene dalla Cina, un paese in cui la diffusione della conoscenza dell’italiano e del nostro paese è molto importante. Per quello che riguarda il governo italiano, invece, noi siamo inseriti in questo disegno di internazionalizzazione e, con sinergia e autonomia, ce ne facciamo carico”.

 


FilomenaFilomena Fuduli Sorrentino, insegna alla South Middle School, ECSD, Newburgh, NY.  Nata e cresciuta in Italia, calabrese, vive  a New York dal 1983. Diplomata alla scuola Magistrale in Italia, dopo aver studiato alla SUNY, si è laureata alla NYU- Steinhardt School of Culture, Education, and Human Development, con un BS e MA in Teaching Foreign Languages & Cultures.  Dal 2003 insegna lingua e cultura italiana nelle scuole pubbliche a tempo pieno e nelle università come Adjunct Professor. È abilitata dallo Stato di New York all’insegnamento nelle scuole pubbliche delle lingue italiana 1-6 & 7-12, ESL K-12 e spagnola 1-6 & 7-12.

 

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