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A scuola di tolleranza, un valore irrinunciabile

La virtù della tolleranza riguarda il modo di comportarsi civilmente con persone di opinioni politiche, abitudini culturali e credenze religiose diverse dalle nostre. In classe questo valore irrinunciabile deve essere fatto rispettare da tutti, studenti ma anche e soprattutto insegnanti. La mia esperienza nelle scuole di New York sulla tolleranza tra insegnanti, studenti e presidi

Oggi la scuola è uno spazio aperto a tutti senza preferenze, discriminazioni, orientamento sessuale, colore di pelle, cultura, razza e credenze religiose e, dopo la famiglia è l'ambiente in cui si acquisiscono quei valori che accompagnano le nuove generazioni per tutta la loro vita. Uno dei valori indispensabili nella società di oggi è la tolleranza, definita virtù sociale, che riguarda il modo di comportarsi civilmente con persone di opinioni politiche o credenze religiose diverse dalle nostre,  con indulgenza verso i difetti e le mancanze altrui.

La filosofia della tolleranza inizia nella civiltà greca, e ne discute Aristotele nella sua opera divisa in otto libri, la “Politica” nella quale analizza le realtà politiche della società. L’idea di educazione alla tolleranza continua nei secoli, ma il suo concetto nasce in Europa con Locke, Voltaire e Kant. “Odio quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo,” famosa frase di Voltaire, filosofo e scrittore illuminista francese, che nel 1763 pubblica il “Trattato sulla tolleranza,” testo principale sulla libertà di credo e sul rispetto delle opinioni altrui. La visione continua nei secoli ai nostri giorni con Bertrand Russell, che nel 1959 esprime il suo pensiero per le generazioni future “L'amore è saggio, l'odio è folle” , ad Umberto Eco che parla di educazione alla tolleranza nel 1997

Bertrand RussellDa quello che abbia potuto constatare personalmente qualsiasi forma d’intolleranza verso altre culture, modi di pensare, e diversità trova sempre più favoreggiatori tra i giovani di oggi nelle società multietniche. Il fenomeno del bullismo a scuola, del quale ho parlato in passato in un mio articolo , è connesso all’intolleranza dei giovani verso chi è diverso da loro. Il ruolo educativo svolto dalla scuola è sicuramente decisivo a far capire le diversità esercitando la tolleranza per combattere l’odio e la discriminazione, ma affinché l’istruzione abbia successo, deve essere orientata e comunicata dentro e fuori la scuola facendo arrivare il suo messaggio istruttivo anche alle famiglie. Il coinvolgimento dei genitori nell'istruzione dei loro figli è importante, tuttavia, accade spesso che anche i genitori incontrino difficoltà di ordine culturale, per cui è essenziale garantire un efficace passaggio d’informazioni tra docenti, studenti e famiglie. 

Il verbo "tollerare” è un po’ come il verbo "accettare" cioè, sopportare con pazienza accettando, e rispettando, la diversità e le opinioni diverse dalle proprie, e allo stesso tempo mostrare comprensione verso gli atteggiamenti e i comportamenti altrui anche quando si disapprovano. Pertanto, i docenti devono essere tolleranti e tollerare ogni ideologia, cultura, religione, disfunzioni, condizioni professionali, le personalità che si devono convivere, anche se non si sopportano, il comportamento distruttivo degli studenti e le ingiustizie dei genitori verso di loro, in più devono praticare l’integrazione fra alunni incoraggiandone la tolleranza. 

Nello Stato di New York, la lingua è un requisito per il diploma liceale quindi, le classi d’italiano spesso sono frequentate da studenti di abilità diverse, non motivati, che non amano la scuola, e senza nessuna voglia d’imparare l’italiano. Malgrado tutte le difficoltà, nelle classi di lingua, come quella d’italiano, i valori come il rispetto e la tolleranza sono sempre evidenziati, e nonostante i docenti si trovino in classe studenti non motivati li devono trattare tutti allo stesso modo, dando le stesse opportunità a tutti e cercando di ottenere un risultato positivo sia con il voto e sia con il loro comportamento. Purtroppo tutto questo non è sempre ottenibile perché anche se la scuola dovrebbe essere un luogo di confronto aperto a tutti, gli obiettivi degli insegnanti non sono sempre raggiungibili. 

Quando si parla di tolleranza, e che cosa o quanto tollerare, ci si accorge che nelle scuole pubbliche spesso questo tema è oggetto di dibattiti e polemiche anche tra insegnanti e fra docenti e amministratori. La tolleranza da una parte indica l’esigenza di difendere la propria identità e dall’altra a interpretare e indirizzare le scelte morali in una società che tende ad assumere la convivenza della diversità e della multiculturalità. Per esempio, ci sono gli studenti che vogliono fare amicizia, ma ci sono anche quelli che evitano di sedersi vicino a chi ha valori morali e sociali, o usanze, diverse dalle loro. Questo può creare polemiche perché lo stato emotivo di uno o più studenti influenza le dinamiche dell’intera classe. E quando si creano incomprensioni tra gli studenti, possono nascere anche con i loro genitori, perché la capacità collettiva e individuale di vivere pacificamente con coloro di culture diverse, che agiscono in maniera diversa dalla propria, non è semplice. 

I docenti hanno la responsabilità d’istruire i loro studenti al dialogo e allo scambio costruttivo dei valori morali e sociali, indispensabili per vivere in armonia nelle comunità moderne e nella società globalizzata di oggi, dove lo spazio personale diminuisce sempre di più e il disagio è manifestano con l’intolleranza. Perciò, la scuola educa alla conoscenza e al rispetto delle diversità e crea uno spirito di accoglienza e di mutua accettazione; un luogo che istituisce a capire le idee e culture altrui, e che accoglie i diversi e la diversità. I docenti di lingua devono considerare punti di vista diversi dai propri per insegnare tolleranza, e ridurre sia i pregiudizi e sia gli stereotipi. Ma soprattutto i docenti devono conoscere anche le altre culture e valorizzare anche le altre culture, non solo la lingua e la cultura italiana; conoscere non significa che debbano insegnare le altre culture nelle classi d’italiano ma serve a capire i loro studenti e fare un paragone con esempi positivi tra la cultura italiana e quella diversa dalla nostra. Nelle classi di lingua sono importanti le discussioni e i paragoni per far apprezzare le qualità degli altri e le nostre, affinché siano promosse critiche positive sulle culture combattendo gli aspetti etnocentrici. Eppure, nonostante la passione dei docenti, e la loro devozione all’insegnamento, la tolleranza è sempre un tema profondo e complesso perché il suo valore deve essere acquisito nella vita attraverso esperienze e riflessioni e non può essere trasmesso direttamente dai docenti agli studenti. 

In passato i docenti avevano più autorità in classe e se uno studente dimostrava che non voleva imparare l’insegnante gli raccomandava di cambiare classe, oppure se il comportamento era distruttivo, lo toglieva dalla classe mandandolo dal preside o vicepreside, invece oggi non è più così. Sono i consulenti scolastici, con l'acconsentimento dei presidi, che decidono quali classi gli studenti devono frequentare, almeno nelle scuole medie e nei primi anni di liceo. In quanto alla disciplina, nella scuola dove insegno da quattro anni, quando un docente espelle uno studente dalla classe, perché il suo comportamento interferisce con l’insegnamento e l’apprendimento, il preside lo rimanda in classe, e naturalmente lo studente (con problemi di comportamento) spesso ride in faccia al docente soddisfatto. Secondo i diritti dello studente, se un alunno non è in classe non può imparare, ma è anche vero che uno o più studenti non devono impedire l’apprendimento del resto della classe; secondo lo Stato di NY il docente ha il diritto di espellere lo studente che interferisci con l’insegnamento e l’apprendimento in classe. E su questo tema, i docenti durante gli incontri con il preside discutono sulla tolleranza e su quanto si deve tollerare in classe. Non sempre i docenti e il preside hanno la stessa opinione, da una parte i docenti si lamentano che nelle loro classi devono tollerare un comportamento distruttivo che impedisce l’insegnamento e dall’altra il preside afferma che il comportamento degli studenti è una manifestazione di frustrazione perché non capiscono la lezione e che bisogna semplificare e differenziare con l’istruzione affinché il comportamento degli studenti migliori.

Personalmente posso affermare che tutte queste polemiche mi hanno fatto riflettere molto durante quest’anno scolastico. Per evitare complicazioni con amministratori, ho espulso uno o più studenti dalle mie classi solo per evitare che si picchiassero prendendosi a pugni. Se uno studente si fa male in classe per qualunque motivo, sono problemi per il docente, e anche se durante gli anni che insegno nelle mie classi non è mai successo, è spesso accaduto nei corridoi e nelle classi dei colleghi. Comunque, anche se non espello uno studente che crea problemi, finita la lezione, scrivo un rapporto e informo i genitori per via telefono, documentando il tutto nel registro elettronico.

 


 

filomenaFilomena Fuduli Sorrentino, insegna alla South Middle School, ECSD, Newburgh, NY.  Nata e cresciuta in Italia, calabrese, vive  a New York dal 1983. Diplomata alla scuola Magistrale in Italia, dopo aver studiato alla SUNY, si è laureata alla NYU- Steinhardt School of Culture, Education, and Human Development, con un BS e MA in Teaching Foreign Languages & Cultures.  Dal 2003 insegna lingua e cultura italiana nelle scuole pubbliche a tempo pieno e nelle università come Adjunct Professor. È abilitata dallo Stato di New York all’insegnamento nelle scuole pubbliche delle lingue italiana 1-6 & 7-12, ESL K-12 e spagnola 1-6 & 7-12.

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