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Le domande di un lettore sulla lingua degli italo americani

Rispondo alla richiesta di informazioni su lingua italiana e dialetto parlato dall'ultima ondata migratoria

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La festa di San Gennaro a Manhattan

Gli immigrati italiani hanno vissuto linguisticamente isolati nei quartieri di Brooklyn fino al 1980; la lingua italiana non li univa per il semplice motivo che fino al 1960 non esisteva l’unità linguistica nemmeno nella penisola, quindi, i connazionali non potevano tramandare ai propri figli l'italiano che non sapevano

Iniziai a scrivere per La Voce di New York tre anni fa, raccontando cosa significhi insegnare italiano nelle varie scuole di New York. Nei miei articoli ho parlato di didattica, requisiti, riforme ed eventi culturali, e per saperne di piu’ sul percorso della nostra lingua all’estero ho intervistato diplomatici, studiosi, e linguisti italiani. La rubrica sull’insegnamento è per me un obiettivo terapeutico, perchè mi consente di riflettere sulle mie pratiche di docente, gratificanti ma anche stressanti. Eppure, non mi era ancora capitato che un lettore mi scrivesse con dei quesiti riguardanti la lingua tramandata dagli italo-americani emigrati durante il ventesimo secolo.

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Massimiliano Fabbri, lettore di la VNY e fondatore del gruppo essere italofoni su FB

Incuriosita e motivata dalle domande del mio lettore, Massimiliano Fabbri, ho fatto ricerche su come e se, gli italoamericani tramandassero la lingua italiana da una generazione all’altra. Bensì non sia riuscita a trovare studi approfonditi sul tema, ho trovato informazioni interessanti, non solo da poter rispondere alle domande del mio lettore, ma anche utili perchè ho imparato cose che non sapevo.

“Gli italo-americani con discendenti, emigrati negli anni ’70 – ’80 e ’90 del XX sec.,  hanno tramandato l’uso della lingua italiana o del dialetto alle attuali generazioni?”

Dopo il grande espatrio del primo novecento, durante gli anni settanta ci fu un’altra ondata di emigrazione dal sud dell’Italia verso New York. La mancanza di opportunità per i giovani e l’imperversare della Mafia spinsero molte famiglie a emigrare, incoraggiate da famigliari arrivati decenni prima nelle varie città americane. Questi italiani arrivati nel nuovo mondo furono agevolati dalla presenza di parenti e amici che li aiutavano a trovare lavoro e a sistemarsi. Perciò, la maggior parte dei connazionali che lasciarono il Bel Paese negli anni ’60, ’70, e ’80 non ebbero intenzione di ritornare in Italia. I giovani italiani che si sposavano negli USA sceglievano di parlare ai loro figli solo l’inglese, anche se tra di loro parlavano dialetto. I bambini italiani arrivati negli USA con i loro genitori imparavano l’inglese a scuola, ascoltando la TV, e dai parenti “americani”. Sfortunatamente, fino al 1980 pochissime scuole pubbliche offrivano l’italiano, quindi, non potevano imparare la nostra lingua a scuola.

In ogni modo, nel nuovo mondo gli italiani erano divisi tra loro dai loro dialetti, dall’attaccamento alla propria città nativa con le proprie tradizioni, e dalla classe sociale. Per esempio: a Brooklyn, al sud esistevano le zone siciliane nei quartieri di Bensonhurst e Coney Island, dove ancora oggi per tradizione si festeggia Santa Rosalia; invece la zona campana si trova a nord di Brooklyn, concentrata nei rioni di Greenpoint e Williamsburg, dove qui, dal 12 al 21 luglio, si celebra la festa del Giglio. Perciò, gli immigrati italiani hanno vissuto linguisticamente isolati nei loro quartieri fino al 1980; la lingua italiana non li univa per il semplice motivo che fino al 1960 non esisteva l’unità linguistica nemmeno nella penisola, quindi, i connazionali non potevano tramandare ai propri figli l’italiano che non sapevano. Bensì, tramandavano il dialetto o la lingua regionale che poi mischiavano con l’inglese. Ricordiamo anche che a quei tempi la segregazione era visibile negli USA, non solo per gli italiani ma per tutte le etnie. Infatti, il presidente John F. Kennedy firmò il Civil Rights Act, la legge che dichiarò illegali le disparità e la segregazione razziale nelle scuole e nei quartieri delle città. Bensì la segregazione continuò per altri venti anni, e in alcune zone esiste ancora oggi, come nel Long Island, la contea piu’ segregata della Nazione.

Per approfondire sul fenomeno linguistico degli italoamericani ho domandato ad alcune mie colleghe di raccontarmi di quando erano bambine. Con mia grande sorpresa mi hanno narrato che i loro genitori parlavano italiano (dialetto o lingua regionale) in famiglia, però mai alla presenza dei figli. “Volevano che noi imparassimo a parlare bene l’inglese e chiudevano le porte quando parlavano in italiano, non volevano che noi ascoltassimo quello che dicevano-Dice Francis, docente di arte e disegno in pensione-Io volevo imparare l’italiano, e mi dispiace molto non saper parlare nemmeno il dialetto che i miei genitori parlavano”. Un’altra collega, docente di scienze e sua sorella, avvocato, come pure alcuni genitori dei miei studenti, mi hanno raccontato una simile storia. I genitori di seconda generazione non insegnavano la loro lingua madre ai propri figli perché volevano che crescessero “americani” per aver successo nel mondo del lavoro.

“Forse dipende da famiglia e famiglia o anche dal fatto di essere famiglia mista?”

L’uso dell’italiano o del dialetto a casa differiva da famiglia a famiglia, o secondo la classe sociale degli italoamericani. Nei casi di famiglie miste, si parlava solo inglese ai figli; questo fatto l’ho osservato per decenni, avendo cugini nati in Italia ma emigrati con le famiglie da bambini, che poi scelsero di sposarsi con americani di origini ebraiche, irlandesi, scozzesi. Eppure, per quanto possa sembrare incredibile, erano proprio le famiglie benestanti che evitavano di tramandare la loro lingua da una generazione all’altra. Queste famiglie volevano che i loro figli andassero all’università e non tramandavano l’italiano per evitare che fossero vittime di discriminazioni razziali. Infatti, gli stereotipi, e i pregiudizi, erano una triste realtà nei confronti degli italoamericani fino agli anni ottanta, come si nota in questa citazione del Presidente Richard Nixon del 1973: “Non sono, ecco, non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Dopotutto non si possono rimproverare. Oh, no. Non si può. Non hanno mai avuto quello che abbiamo avuto noi. Il guaio è…. che non ne riesci a trovare uno che sia onesto”.

“Oppure questo fenomeno si è manifestato più per gli emigrati del XXI sec.?”

Negli ultimi vent’anni le cose cambiarono in meglio, e molti adulti che non ebbero l’opportunità di imparare l’italiano o la lingua regionale in famiglia possono ora farlo iscrivendosi a classi d’italiano nelle scuole private o pubbliche. Dal 1990 a oggi l’italiano si studia come lingua straniera in molte scuole pubbliche, private e nelle università sparsi in tutti gli USA. Perciò, sia la lingua e sia la cultura italiana vengono tramandate da una generazione all’altra anche se non direttamente; si impara l’italiano a scuola ma non si acquisisce automaticamente in famiglia. Nei casi dei connazionali emigrati negli ultimi venti anni con titoli di studio, e con un’ottima padronanza dell’italiano, i loro figli crescono bilingue. Su questo ho scritto in un altro articolo.

Ciò nonostante, non dobbiamo dimenticare che il XX secolo è stato al centro del periodo storico per l’immigrazione italiana. Un secolo pieno di trasformazioni causate da due guerre mondiali, eventi tragici, terremoti, miseria, e  disordine politico. Nei primi decenni del ventesimo secolo, furono molti i connazionali spinti a espatriare per questi motivi. In seguito, molti altri lasciarono l’Italia per mancanza di liberta’, di diritti civili, e per il duro lavoro nei campi che non fruttava. Di conseguenza, tra il 1900 e il 1920 circa quattro milioni di italiani arrivarono a Ellis Island. L’immigrazione continuò per decenni, e presto il numero dei compatrioti in cerca di fortuna nell’economia newyorkese divenne superiore alla popolazione di Roma. Eppure, le sfide più grandi, come l’integrazione nel nuovo mondo, senza saper la lingua e costretti a fare i lavori più umili, furono affrontati dai primi immigrati italiani, i quali spianarono la via a tutti noi emigrati nei decenni successivi.

“Ha un articolo che posso leggere o consiglia un libro in merito a certe casistiche”?

mount-allegro-jerre-mangioneRiferendomi a libri sugli italoamericani, ho trovato molto interessante leggere di Jerre (Gerlando) Mangione, saggista, scrittore, e docente di letteratura inglese presso l’università della Pennsylvania. Nato a Rochester, New York, da genitori emigrati dalla Sicilia, alla fine dell’Ottocento, agrigentini originari di Realmonte. Mangione è la rappresentazione delle poche famiglie italiane che volevano conservare sia le tradizioni siciliane e sia la lingua, in questo caso il siciliano. La sua storia e quella di un italoamericano che lotta per trovare un equilibrio nella sua identità sospesa tra due culture, quella siciliana e quella americana. In seguito, Mangione divenne uno scrittore statunitense ma rispettò anche il desiderio dei genitori, raccontando della Sicilia e del mondo siculo americano con un libro di memorie pubblicato nel 1943 in America, romanzo autobiografico dal titolo Mount Allegro. A memoir of Italian American life. Il libro è considerato un classico della letteratura etnica americana, un’autobiografia e una descrizione sociologica degli immigrati negli Stati Uniti nei ricordi dell’autore, nel quale confessa il suo desiderio di fuggire dalla condizionante cultura italoamericana in cui cresceva. Mount Allegro era diventata l’America, “la Merica” per i tanti agrigentini che fuggiranno dalla miseria agli inizi del ‘900, quando ci fu un’emigrazione di massa con interi paesi che si spopolarono. Il libro fu poi pubblicato in Italia nel 1983, dall’editore Franco Angeli, con il titolo “Mont’Allegro. Una comunità siciliana in America“. “Mont’Allegro era il soprannome che diedero i miei parenti al quartiere.- Scrive Jerre Mangione- A loro suonava bene ed anche se era un’esagerazione della topografia del luogo, serviva a esprimere il loro affetto per i vicini più anziani, come i signori Michelangelo, nati in un paese di collina, in Sicilia, con quel nome“. 

Consiglio anche il libro Una lingua perduta e ritrovata: l’italiano degli italo-americani, (1993) di Hermann W. Haller. Il professor Haller insegna alla City University di New York; docente di Lingua e letteratura italiana, si occupa in particolare di linguistica dialettale. Il titolo del suo libro  Una lingua perduta e ritrovata?   è anche il titolo della quarta conferenza del 13° ciclo “Come alla Corte di Federico II, ovvero parlando e riparlando di scienza” tenutasi il 21 gennaio del 2016, presso il Centro Congressi federiciano a Napoli. La protagonista dell’evento era Nicoletta Maraschio, docente dell’Università di Firenze e dell’Accademia della Crusca. Per leggere tre brani basati su interviste fatte dal professor Haller, cliccate qui.

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