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La lingua italiana nel mondo è viva, sexy, si fa desiderare, ma…

Alcune riflessioni dopo aver osservato gli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo

Dalla Settimana della lingua italiana nel mondo e dagli Stati Generali di Firenze, arrivano sicuramente buone e incoraggianti notizie. Bisogna discutere meglio la realtà americana che forse non è ben percepita in merito all’insegnamento dell’italiano: il numero di iscritti nei programmi di lingua e letteratura a livello universitario ha subito un calo del 11%

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Salone dei Cinquencento, Palazzo Vecchio

Si è conclusa la XVI Settimana della lingua italiana nel mondo e colgo l’occasione per fare qualche considerazione sulla seconda edizione degli Stati Generali della lingua italiana nel mondo avvenuta presso Palazzo Vecchio a Firenze, il 17 e 18 ottobre e organizzata in concomitanza con questa settimana dedicata all’italiano. Ho assistito a varie sessioni in diretta streaming e quelle perse in seguito dal sito degli interventi archiviati. A questo convegno, per chi lo seguiva a distanza, erano gli occhi e l’anima a banchettare, stimolando l’appetito con nuove iniziative mondiali e alimentandosi con il design e la creatività italiana. A prescindere la distanza, i relatori, gli interventi e le tavole rotonde erano coinvolgenti —dall’intervento d’apertura del Presidente del Consiglio Matteo Renzi a quello conclusivo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella; e inoltre alcune menti dai campi accademici, artistici, imprenditoriali e governativi—sono state stimolanti per un ottimo spunto di riflessione.

Lo spirito e l’impresa che hanno accumulato gli interventi di questi due giorni sono stati produttivi, basandosi sui cinque gruppi stabiliti nella prima edizioni degli Stati Generali (italofonia, internazionalizzazione delle università, uso delle tecnologie, certificazioni, creatività). Sarebbe impossibile sintetizzare qui tutti i dati, le idee, le proposte e i modelli operativi in corso quindi ho deciso di commentare qualche idea riportata da alcuni partecipanti e che mirano all’insegnamento dell’italiano nelle università americane.

“Ci mancherebbe che non fosse viva!”

Questa la risposta di Andrea Illy, presidente della Illycaffè e la Fondazione Altagamma, alla domanda del moderatore Beppe Severgnini sul titolo del convegno Italiano, lingua viva  durante una delle primissime sessioni.

Beppe Severgini lingua italiana

“L’italiano nelle strategie di comunicazione” tavola rotonda moderata da Beppe Severgnini

Ci è voluta poca discussione in merito dai partecipanti della tavola rotonda (a cui hanno partecipato l’ esperta di comunicazione e saggista Annamaria Testa, e i rappresentanti di varie imprese:  per Fiat Chrysler, Olivier François; per il Gruppo San Pellegrino, Clemént Vachon; per Bulgari, Leo Gavazza e per IllyCaffè il già citato Andrea Illy ) per sfatare il titolo dato all’evento. Addirittura prima che iniziasse la tavola rotonda, il moderatore ha comunicato che ci sarebbe stata una multa di un euro per ogni parola non italiana enunciata durante il convegno e in più si era già segnalato alcuni trasgressori degli interventi d’apertura. Illy ha espresso il proprio parere indicando che lui l’avrebbe intitolato diversamente, “Italiano, lingua amata”. Amore non solo nel senso di corteggiamento e seduzione che di solito si da’ all’italiano e agli italiani, ma anche l’amore inteso come famiglia e amicizia. Al pubblico è piaciuto molto ed è stato sottolineato ripetutamente nelle sessioni successive finché si è adottato ufficiosamente il nuovo titolo del convegno “Italiano, lingua viva e amata”.

Severgnini ha fatto una sua considerazione sul titolo Italiano, lingua viva: “Fa sospettare che non possa esserlo, che possa essere una lingua antica”. Anch’io ho fatto la medesima interpretazione, pensando ai libri di testo di latino della Mondadori, Lingua viva, ed anche al convegno annuale “Living Latin” (vivere il latino) organizzato dall’istituto Paidea insieme alla Fordham University, dove docenti e studenti di latino mettono in pratica il latino attivando la loro capacità orale. Poi ci sono le somiglianze lessicali tra l’italiano e il latino fanno sì che l’italiano sia la lingua romanza che si avvicini di più al latino. Allora per me il titolo pur non volendo ha suggerito una lingua antica, che sta per morire, provocando forse una domanda valida: “L’italiano ha già un piede nella fossa?” La risposta: Nemmeno per sogno.

L’italiano si ama

“L’italiano è cool – ha dichiarato Illy, usando una parola inglese per cui ha preso volentieri la multa di un euro – ed essere figo è uno degli ingredienti fondamentali per essere amato. Se iniziamo a misurare subito quanto è amato l’italiano cercandolo in rete avremmo delle soddisfazioni”. Insomma questo dovrebbe tradursi bene sia per l’economia sia per lo studio dell’italiano. In merito, il Vice Ministero degli Esteri, Mario Giro, ha ricordato nel suo intervento d’apertura: “2,3 milioni sono gli stranieri nel mondo che oggi studiano la lingua italiana. Erano 1,5 due anni fa. – ha affermato Giro – La costante crescita dell’interesse a livello mondiale per la nostra lingua rappresenta un formidabile fattore di estroversione dell’Italia, che rafforza l’immagine e l’attrattività economica, culturale e turistica del nostro Paese all’estero”.

L’immagine dell’Italia si manifesta nella lingua, ha dichiarato Lelio Gavazza della Bulgari: “L’Italia aspira la bellezza del paese, quando parliamo la lingua italiana riusciamo a porre dietro la singola parola dietro la singola frase il significato che a 360 gradi rappresenta tutta l’italianità, tutte le belle opere, e tutta la sensualità che le nostre persone aspirano nella vita quotidianità”. La lingua italiana è sexy. È bella. È moderna.

Nel suo intervento di chiusura il Presidente Sergio Mattarella ha proclamato l’italiano come lingua della modernità, dell’innovazione. In effetti una lingua dell’economia globale. Prove dell’esito di questa lingua viva e amata all’estero si presentano in due spot della Fiat in cui la lingua italiana si usa esclusivamente. La prima pubblicità era andata in onda per la prima volta nel 2012 durante il XLVI campionato di football americano Super Bowl e aveva suscitato tanto interesse e curiosità nella lingua italiana che le ricerche Google per tradurre “Che cosa guardi?” l’aveva collocata al primo posto. Lo studio della lingua italiana potrebbe continuare a crescere a raggiungere nuovi vertici se gli italiani stessi, gli italofoni e gli italici fossero pronti a rivendicarne la padronanza linguistica che per la maggior parte hanno abbandonato.

L’America, l’economia e l’istruzione

Il messaggio centrale percepito da chi scrive arrivato dalla tavola rotonda e dalle sessioni successive è stato come capire meglio la presenza della diffusione dell’italiano nel mondo, e capire quali sono le zone in cui la lingua italiana è in procinto di valorizzazione perché lì l’italiano si ama. In un’intervista rilasciata a Il Messaggero, il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni  ha riconosciuto la categoria di studenti che si classificano al secondo posto nello studio dell’italiano “degli stranieri privi di legame ‘di sangue’ ma interessati alla lingua italiana: vuoi per motivi professionali, vuoi per vicinanza geografica, vuoi perché attratti dalla cultura italiana in senso lato (arte, musica, design, gastronomia…)”. Qui identifichiamo studenti cinesi e peruviani. Durante la tavola rotonda con Fiat, Bulgari, Illy e San Pellegrino, abbiamo capito che i nuovi mercati in questi settori della lingua comprendono anche il mercato asiatico e francese. Nelle sessioni delle presentazioni seguiti agli Stati Generali del 2014 scopriamo i paesi e le aree riconfermate per progetti pilota: la Cina, il Mediterraneo, l’Africa settentrionale e i paesi baltici. Come si classificano allora gli USA negli Stati generali? I dati indicano, come ci ha ricordato Gentiloni, che “i numeri più alti di studenti di italiano si registrano infatti nelle mete storiche dell’emigrazione italiana: Germania, Francia, Australia, Stati Uniti, Argentina”.

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Silvana Mangione, vice segretario generale del CIGE

Silvana Mangione, vice segretario generale del CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero) è intervenuta durante la sessione dedicata agli interventi del pubblico e in chat dal vivo dall’estero, sintetizzando dei suggerimenti in materia di insegnamento della lingua italiana e diffusione della cultura italiana in America e altri paesi anglofoni. Ha fatto un appello per iniziare l’insegnamento dell’italiano fin dalla scuola materna per preparare studenti per lo studio nei programmi universitari; per tener conto le diverse tecniche e strategie glottodidattiche nei sistemi scolastici senza imporre un modello unico per tutto il mondo; per continuare a investire nell’e-learning; per valorizzare e sostenere gli enti gestori radicati in diversi territori americani e per espandere programmi al livello nazionale.

In un’ottica accademica, i suggerimenti per la valorizzazione e il sostenimento del mercato statunitense sono fondamentali per la crescita di titoli di studio d’italianistica e l’inserimento dell’italiano nei programmi curriculari. Ricordiamo però le parole del Ministro dell’Educazione, delle Università e della Ricerca Stefania Giannini durante il suo ultimo soggiorno a New York qualche settimana fa: “mi preoccupa la tendenza che si sta diffondendo negli Stati Uniti verso il taglio di fondi per le materie umanistiche, che invece sono fondamentali”. La situazione è difficile e si capisce che la promozione di questa lingua amata dovrebbe anche essere aiutata dal governo italiano e le sue enti gestori—oserei anche suggerire dalle imprese—e creare occasioni di sviluppare da vicino e collaborare con sistemi scolastici americani a tutti i livelli, proponendo approcci dal basso in alto, riconoscendo le esigenze della nostra realtà americana.

Bisogna anche discutere la realtà americana che forse non viene ben percepita in merito all’insegnamento dell’italiano, cioè gli studenti. È vero che in termini relativi il numero di studenti che risiedono in USA è significativo, perlopiù a ragione dell’immigrazione italiana. Comunque il numero di iscritti nei programmi di lingua e letteratura italiana al livello universitario ha subito un calo del 11% negli ultimi cinque anni, secondo i dati più recenti offerti della Modern Language Association (si vede la tabella alla seconda pagina del comunicato stampa). La correlazione tra studenti iscritti ai corsi d’italiano e le loro radici italiane anche diminuisce con ogni classe di studenti. Al momento ci troviamo nei nostri corsi studenti italiani per scelta, perché amano l’Italia e l’italianità, in modo particolare il suono dell’italiano definito “sonoro, vivace, fresco, profumato, che si fa desiderare” (questa descrizione che risveglia i sensi è di Annamaria Testa, esperta di comunicazione). La demografia degli studenti americani indica che anche loro appartengono alla seconda categoria di Gentiloni: Sono italiani per scelta e noi docenti dobbiamo riconoscere questa distinzione.

In fine, docenti statunitensi potrebbero trarre vantaggio da corsi di aggiornamento concepiti nella prima edizione degli Stati Generali nel 2014, sviluppati ed elaborati all’Università Ca’ Foscari e presentati dal professor Paolo Balboni a Firenze. L’importanza di questi corsi di formazione e aggiornamento (mediante modalità di formazione a distanza) – progetto pilota nell’Africa settentrionale, nei paesi baltici, nel Medi Oriente e in Cina – secondo chi scrive è rappresentata nei programmi curriculari interdisciplinari. Oltre a riproporre i temi culturali nei temi d’oggi con l’ottica contemporanea, trattando la ricchezza della lingua dell’umanesimo, in questo corso parliamo della lingua viva dell’umanità, cioè studiamo anche la lingua attraverso facoltà non letterarie, i.e., ingegneria, architettura, economia. Stabilire questi tipi di legami interdisciplinari è il percorso da seguire, in modo particolare nella formazione di docenti per distogliere l’effetto silo che si presenta nelle università per poi guidare gli studenti a relazionarsi in lingua, cultura ed altri campi di studio nel quadro dei rapporti che l’Italia intrattiene con altri Paesi. Che questi corsi si possano verificare per docenti italiani in tutti i paesi del mondo.

Questa è una riflessione sulla premessa degli Stati Generali della lingua italiana nel mondo e non intendevo né raccontare al minimo dettaglio gli interventi e modelli operativi in corso né presentare una visione nazionale sull’insegnamento della lingua italiana in America. Qui ho voluto solo osservare e commentare qualche opportunità proficua e alcune sfide da accettare, perché penso ne valga la pena.


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