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La crisi dell’italiano c’è ma la risposta siamo noi

Da Boston una replica all'intervento di Alessandro Martina sull'insegnamento della lingua italiana in America

Un'immagine del North End di Boston (Foto Yerevanci/Commons.Wikimedia.org)

Una spinta dall’alto è inutile se non c’è la volontà di fare dal basso. Ad un’azione di coordinamento da parte delle istituzioni deve corrispondere un lavoro meticoloso degli individui e della comunità in generale. Soprattutto bisogna avvicinare le comunità di italiani di recente immigrazione con gli italoamericani

Caro Alessandro (ti do del “tu”, visto che abbiamo la stessa età),

Ho letto ieri con grande interesse il tuo articolo “La crisi dell’italiano nelle università americane: che fare?”.  Su alcuni punti sono d’accordo, mentre su altri mi piacerebbe iniziare un dibattito, e chissà che questo non sia possibile proprio qui, sulle pagine de La Voce di New York.

Parto dalla fine, perché in realtà è il punto fondamentale che dobbiamo discutere. Tu sostieni che la cultura italiana è in crisi. Lingua e cultura vanno di pari passo, per cui se una è in crisi, lo sarà anche l’altra. Io invece ho notato che l’interesse per la cultura italiana – a vari livelli – è più forte che mai. Forse la mia è una percezione leggermente distorta, vivendo nell’area di Boston, Massachusetts, dove c’è un’altra concentrazione di scuole e università. La mia esperienza sul campo, prima come giornalista e ora come titolare dell’unica libreria italiana/italo-americana della nostra zona, mi ha convinto che l’interesse c’è, ma che spesso questo non ha modo di essere soddisfatto.

Tu dici che ci sia bisogno di una casa fisica e virtuale, e su questo punto sono totalmente d’accordo. In questo caso vale il motto americano “Build it and they will come” (costruiscilo e verranno). È fondamentale creare gruppo, iniziare club e promuovere attività culturali, ma è altrettanto importante avere punti di riferimento nella comunità, a cui si può sempre tornare.

Mi rendo conto che non è praticabile avere un centro di cultura italiana in ogni grande città americana, né tantomeno avere una libreria come I AM Books, il cui scopo è proprio quello di offrire un luogo in cui la lingua e la cultura italiana sono il comun denominatore. Varcare le porte di I AM Books, che insieme a Jim Pinzino ho aperto nell’ottobre 2015 nel North End, il quartiere “italiano” di Boston, significa entrare in contatto con una vasta gamma di aspetti della cultura italiana. Per me, questo significa avere il maggior numero di libri (in italiano ma soprattutto in inglese) che facciano da porta d’accesso a qualsiasi aspetto della cultura italiana uno voglia approfondire. Ma la cultura deve essere anche un elemento vivo, a cui poter partecipare e contribuire, ed è per questo che ci siamo sempre posti l’obiettivo di presentare un ricco calendario d’eventi  (anche questi quasi sempre relativi a cultura italiana o italo-americana).

i am books boston

La libreria italiana e italoamericana “I’m Books” a Boston

Se avere un luogo fisico non è dunque sempre facile, come bisogna porsi di fronte al tuo richiamo ad un maggior investimento nella lingua e nella cultura italiane (punto, su cui sono del tutto d’accordo con te)? Anche perché, se si va dalle istituzioni, la risposta sarà sempre la stessa: i fondi scarseggiano.

Eppure le persone e le risorse ci sono già. L’ambasciata di Washington, così come la maggior parte dei consolati italiani in giro per gli Stati Uniti, hanno personale e uffici dedicati agli affari culturali,  mentre altri si dedicano alle scuole e alla promozione della lingua italiana al loro interno. Vedere sulla mappa che riporti nel tuo articolo un calo di iscrizioni in alcune zone dove ci sono consolati italiani è un po’ desolante. Dalle istituzioni dobbiamo aspettarci una spinta dall’alto, un’opera di coordinamento che dia alle varie organizzazioni e realtà locali la possibilità di fare sistema. Il problema è che le figure a capo degli uffici scolastici e culturali cambiano ogni 4 o 5 anni, e si è sempre in balìa della loro competenza. A volte si hanno persone lungimiranti e dedite alla propria missione, mentre altre volte si ha a che fare con funzionari non sempre all’altezza del compito (non semplice, lo ammetto). Se si avesse qualcuno che conosce il territorio, che abbia relazioni con la comunità, forse i risultati sarebbero diversi. Siamo in America, dove da ogni persona che lavora ci si aspettano risultati. In questo caso, la persona addetta alla promozione culturale o linguistica potrebbe essere un dipendente oppure un lavoratore a contratto, da cui ci si aspettano risultati concreti per obiettivi altrettanto concreti.

Una spinta dall’alto è però inutile se non c’è la volontà di fare dal basso. Ad un’azione di coordinamento da parte delle istituzioni ci vorrebbe un lavoro meticoloso degli individui, dei gruppi di cui fanno parte e della comunità in generale. Ci vuole maggiore collaborazione tra le varie componenti della nostra comunità, e soprattutto bisogna avvicinare le comunità di italiani immigrati da non molto (come me, che sono qui da quasi nove anni) e le comunità di italo-americani di seconda, terza e quarta generazione.

In poche parole, dobbiamo creare sistema. In questo, noi italiani spesso non riusciamo molto bene perché ognuno tende a tirare l’acqua al proprio mulino. Eppure qui si tratta di promuovere qualcosa che è caro a tutti noi. Avere come scopo quello di diffondere la lingua e la cultura italiana è una missione che dovrebbe mettere da parte divisioni e gelosie. Questo lavoro non può essere relegato ai confini dell’accademia e delle università, ma va promosso a tutti i livelli d’istruzione, in tutte le istituzioni e in tutti i luoghi d’aggregazione cari agli amanti dell’Italia e della sua cultura.

Se riusciamo a creare interesse al di fuori degli istituti universitari, questo inevitabilmente aumenterà il potere d’attrazione della lingua italiana, per cui — si spera — più studenti vorranno imparare la lingua e magari fare un’esperienza di studio in Italia. Dobbiamo, in poche parole, creare un circolo virtuoso.

Non ho la presunzione di avere la risposta a tutto, ovviamente, e quello che ho scritto è più una riflessione. Spero che questo nostro scambio possa arricchirsi con i contributi di altri, come noi, interessati alla diffusione della lingua e della cultura italiana. Grazie a La Voce di New York (che tra l’altro è una fondamentale piazza virtuale della nostra comunità e della nostra identità) per questa opportunità.


 

nicola orichuia

Nicola Orichuia è un giornalista e imprenditore italiano. Ha collaborato e lavorato per varie testate, tra cui NBC Chicago, Fra Noi e il Bostoniano. Dal 2010 vive a Boston, Massachusetts, dove a fine 2015 ha aperto I AM Books, la prima ed unica libreria italo-americana negli USA.

 

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