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Ma che senso ha quell’intervento sulla crisi dell’italiano?

Un insegnante di italiano in America replica all'opinione di un altro Prof

di Alessandro Martina
insegnanti teachers

Immagine creative commons (NY - http://nyphotographic.com/)

Davvero crede che il punto sia che noi si sia insegnanti cattivi o mediocri? Il pensare che la crisi dell'italiano sia una questione che riguarda solo gli insegnanti è reazionario. Noi insegnanti di lingue in America siamo poveri ma appassionati. Perché si stupisce di un professore cinese che insegna italiano? Il problema è strutturale ed organizzativo

Caro Professore Fucarino,

non capisco il senso del suo intervento. Davvero crede che il punto sia che noi si sia insegnanti cattivi o mediocri, e per di più attaccati al nostro posto di lavoro?

Davvero crede che l`esempio di un professore cinese che insegna italiano dovrebbe farci cambiare idea quanto al declino delle iscrizioni nei corsi di italiano?

Non sarò intelligente come il collega della Università della Pennsylvania ma ho studiato (nella sua accezione latina di desiderare, sì, ho tanto desiderato) e ho fatto pure molti sacrifici per farlo. Non mi lamento né degli uni né degli altri. Come direbbe Deleuze, al desiderio non manca nulla, e per quanto riguarda i sacrifici, beh, tempo fa scrissi una favoletta morale, molto popolare fra i miei amici, faceva così: “Un uomo onesto viveva di stenti e sacrifici. E’ così che dovrebbero vivere gli uomini onesti”.

Se avessi voluto un posto avrei seguito il consiglio della mia povera mamma, che presagendo un futuro poco roseo per le Lettere, nel nostro paese, mi spingeva verso un impiego in banca: subito dopo il diploma al liceo classico, infatti, alcune banche si erano fatte infatti avanti. Io rifiutai garbatamente perché desideravo imparare la filosofia, mi mantenni da me, e mi laureai a pieni voti difendendo il mio “Don Chisciotte” con acrimonia e con un certo successo. Stessi sacrifici, se non maggiori, per venire qui negli Stati Uniti ad approfondire lo studio della linguistica di Chomsky.

Noi insegnanti di lingue in questo paese siamo infatti poveri e appassionati. In molti casi non possiamo permetterci gli svaghi più semplici, né le vacanze né tantomeno l’auto o il vivere per conto nostro. Persino comprare i libri può essere troppo oneroso.

Di solito seguiamo tre o quattro corsi,  continuiamo a studiare l’inglese per cercare di non rimanere isolati,  conduciamo ricerche che ci possano garantire un futuro, prepariamo le lesson plans per gli studenti dei nostri corsi, facciamo le regolari ore di ricevimento, coordiniamo il Club di Italiano, una volta a  settimana presentiamo un film e lo commentiamo insieme agli studenti, facciamo delle ore di conversazione e troviamo il tempo per frequentare corsi di aggiornamento sulla didattica delle lingue straniere.                                                                       

Cerchiamo materiali autentici, stralci presi da poesie o romanzi, articoli di giornali o recensioni di film, facciamo un lavoro che in gergo viene chiamato di scaffolding e cioè creiamo una serie di attività per rendere un’ opera d’arte o un articolo di giornale, comprensibile agli studenti che hanno appena cominciato ad avvicinarsi alla nostra lingua. Cerchiamo, in pratica, di cucire lo strappo fra apprendimento della grammatica e fruizione culturale.

Io stesso ho conseguito il certificato Ditals 2 con l’Università di Siena e seguito vari corsi con l’Università di Venezia e ho inoltre partecipato a due corsi di aggiornamento qui in USA, nelle Università dove ho insegnato. Probabilmente non sono così bravo, ma ci ho messo tutto me stesso, e così i miei colleghi, che sono tutti aggiornati e appassionati quanto e più di me. Se posto per noi non ce ne sarà beh, ce ne faremo una ragione e andremo avanti, ma non sarebbe male provare a fare squadra, lottare e cercare di recuperare iscrizioni. Se il posto per noi non qui non c’è,  sarà pure per una congiuntura meno favorevole di quella di qualche anno fa ma è anche -me lo lasci sottolineare- per la mancanza di investimenti di chi ha gestito l’epoca d’oro della lingua italiana negli States. Non vedo coordinamento né promozione culturale ed è per questo che chiedo l’introduzione di una figura di questo tipo nelle nostre scuole. Non vedo una raccolta di dati ed una analisi statistica che possa permetterci di sviluppare un discorso da delle basi socio-economiche solide. Non sono io infatti a potermi occupare di ciò. Non vedo connessione fra mercato e accademia. Non tutti coloro che si iscrivono ad un nostro Master o PhD possono o vogliono fare gli insegnanti o i professori. In questi anni, per cercare di aumentare le iscrizioni, si diceva loro che conoscere una seconda lingua è cosa buona per il business. Tutto qui. Ma davvero crediamo questo basti? C’è bisogno di apprendistati nelle aziende, di patrocini, di fare network. Tutte frecce che sarebbero nel nostro arco. Bisognerebbe coinvolgere le comunità di italo-americani, non solo per una questione di interesse, ma perché darebbe valore storico all’esperienza italiana in America.

Si stupisce di un professore cinese che insegna italiano? E perché mai? Ci sono molti stranieri che insegnano italiano; è per questo motivo che possiamo offrire programmi di Master e PhD, proprio perché vi sono molti stranieri che sono appassionati alla nostra lingua e cultura. Ma non vi è nulla di speciale in ciò.  Sorvolo l’argomentazione che sostiene che non saremmo abbastanza bravi e che dovremmo fare un altro mestiere perché quando mi viene quel dubbio, e quel dubbio mi viene, io guardo le valutazioni dei miei studenti, cerco di capire dove posso aver sbagliato, quindi mi correggo e vado avanti. Lo faccio da me, come è naturale. Io e i miei colleghi siamo costantemente monitorati e valutati dai nostri professori ed oltre a questo siamo piuttosto preparati ad autovalutarci quotidianamente.

Il problema è invece strutturale ed organizzativo, come ho già spiegato. E, il pensare che sia una questione che riguarda solo gli insegnanti è, o reazionario, oppure testimonia la volontà di non voler affrontare il problema. Ci si vuole continuare a dire questa allegra filastrocca: io ho un lavoro perché sono bravo gli altri non l’hanno perché non sono bravi. Direi che questa canzoncina è almeno pericolosa quanto suadente. Sa di protestantesimo ed io mi considero invece piuttosto cattolico, almeno da questo punto di vista.

Un ultimo punto: le fascinazioni orientali di cui parla, i manga ad esempio, beh, essi sono il prodotto di culture millenarie che non hanno rinunciato all’immediatezza e alla sintesi. Cultura non è solo sacrificio e investimento temporale ma anche sintesi e superficie. “Sulla lancia è il mio pane impastato” tuonava un poeta a me caro, ed era feroce e crudo; vivo come un Dragonball ed emotivo come un Pokemon. Vede, non si tratta, davvero, di dividere tra noi e loro, ma di studiare e desiderare molteplici culture, di abbracciarle e di comprenderle in un rinnovato desiderio di pace e civiltà. L’erudizione di qualche anno fa, ed il suo metodo di insegnamento (che forse Nietzsche avrebbe considerato “antiquario”) ha da scomparire e ha da lasciare il posto a nuove commistioni, come fossimo ad Alessandria d’Egitto e stessimo costruendo una biblioteca del mondo.

Sulla crisi della lingua italiana in America, Alessandro Martina aveva precedentemente scritto un altro intervento che trovate qui.

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