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Quel mio passato con Giorgio Sant’Angelo, architetto della moda a New York

Molti lettori chiedono come ho cominciato a scrivere su La Voce e come diventai insegnante in America. Ecco da dove ho iniziato...

Giorgio Sant'Angelo in una foto regalata da Martin Price a Filomena Sorrentino nel Natale 1989

Io non ho lavorato sempre e solo insegnando nelle scuole, infatti, subito dopo essere arrivata a New York dalla Calabria oltre trent'anni fa, incominciai a lavorare nell’industria della moda, nel Garment Center e Fashion District di Manhattan, come assistente di un famoso stilista: Giorgio Sant’Angelo. Oltre al talento creativo, Giorgio era un vero linguista che parlava cinque lingue: italiano, spagnolo, francese, inglese, portoghese...

Numerosi lettori de La Voce di New York mi scrivono domandandomi perché scrivo per questo giornale e quale sia stata la mia motivazione per scrivere sull’insegnamento. Ebbene, incominciai a scrivere per VNY nell’Aprile del 2013, sotto richiesta del direttore e fondatore del giornale Stefano Vaccara che cercava docenti per creare una rubrica sull’insegnamento con l’obiettivo di promuovere la lingua e cultura italiana all’estero.

Una creazione di Sant’Angelo: un contenitore per profumare la casa

Il direttore mi chiese di scrivere sull’insegnamento dell’italiano nelle scuole pubbliche; fino allora si leggeva pochissimo (quasi niente) sui giornali italiani di come funzionasse il sistema scolastico pubblico del New York State e degli USA. E così accettai di affrontare l’avventura di columnist per La Voce di New York, ma senza avere nessuna esperienza giornalistica. Tuttavia, seguendo i consigli del direttore iniziai a narrare non solo le mie varie esperienze di docente, ma  anche a scrivere sulla didattica, sui requisiti per diventare docenti nello Stato di New York, sulle riforme scolastiche, sugli eventi culturali, e per saperne di più sul percorso di insegnamento della nostra lingua all’estero intervistai diplomatici, studiosi, e linguisti italiani e studiosi americani come Noam Chomsky. Una delle mie interviste a cui tengo a cuore è quella fatta al grande Tullio De Mauro. 

Penso sia importante che i miei lettori sappiano che io non ho lavorato sempre e solo insegnando nelle scuole, infatti, subito dopo essere arrivata a New York dalla Calabria, nel 1983, incomincia a lavorare nell’industria della moda, nel Garment District a Manhattan – conosciuto anche come Garment Center e Fashion District – come assistente di un famoso stilista di nome Giorgio di Sant’Angelo. Giorgio aveva molti talenti e oltre a quello creativo era un vero linguista che parlava cinque  lingue: italiano, spagnolo, francese, inglese, e portoghese. Ho imparato moltissimo da lui, e le sue abilità linguistiche mi affascinarono a tal punto che lavorando nel suo studio incominciai ad acquisire la lingua spagnola.

Il signor Sant’ Angelo nel 1967 aveva eliminato il “di” dal suo nome per renderlo più americano, e nel 1970 aveva fatto sfilate di moda con creazioni di tute aderenti e modelli audaci che potevano essere indossati con o senza una gonna. Giorgio era diventato famoso per aver perfezionato un tessuto elastico che si poteva usare per creare vestiti, tute e bodysuit. Oggi molti disegnatori usano questo tessuto, una invenzione di Giorgio Sant’Angelo. Per questa sua creazione era conosciuto con il soprannome di Mr. Stretch. Durante la sua carriera Giorgio ricevette tanti premi, e uno di questi lo ricevette dal Consiglio degli Stilisti d’America per la sua invenzione dei tessuti elastici. La sua  creazione più conosciuta in tutti gli ambienti di moda contemporanea era il suo famoso “bodysuit”, un vestito aderente completo di collant indossati con una tunica e/o una giacca.

Un mio vestito in chiffon creato con la stoffa tinta mano nello studio, colori scelti da Giorgio

Nelle sfilate di moda divenne famoso con gli abiti “ready-to-wear” , vestiti pronti per essere indossati. Tra i suoi clienti privati c’erano personaggi famosi come Lena Horne, Mick Jagger e Diana Ross, e altri artisti che amavano i suoi modelli originali e creativi nei quali era documenta la sua passione per la vita.

Ricordo che Sant’Angelo diceva spesso: “Io non sono un disegnatore di moda, ma un artista che lavora per la moda, sono un ingegnere dei colore e della forma”. Infatti, lui colorava i tessuti che usava per creare vestiti nel suo studio; aveva un assistente disegnatore di nome David impegnato in questo lavoro. Ho imparato un po’ anch’io su come colorare i tessuti, e per alcuni colori, come il viola e il blu, David aggiungeva aceto bianco nell’acqua insieme alla tinta per ottenere un colore brillante. Giorgio disegnava anche le stoffe con schematizzi originale e molto asimmetrici. Per lui due pezzi dello stesso modello non dovevano mai essere perfettamente uguali. “Le macchine riproducono oggetti perfettamente uguali non l’uomo-ripeteva Giorgio nello studio- il lavoro artigianale, quello fatto a mano che non esiste quasi più ha sempre delle imperfezioni  che marchiano la loro originalità”. Sant’Angelo era un vero architetto del campo della moda, e ispirato dalla cultura indigena (native Americans) e da quella araba, creava dei veri capolavori. Ha disegnato costumi da bagno, abiti da uomo, borse, pellicce, fiori di seta, gioielli, foulard, scialli, e maglieria, profumi, e oggetti per la casa.

Il signor Sant’Angelo aveva una ampia capacità nelle aree di design che rifletteva i suoi talenti non solo per la moda, ma anche per lo stile di vita. Giorgio è stato tra i primi stilisti a disegnare pezzi di arredamento per la casa e creare profumi ambientali che sono ora dei standard nell’industria moderna. Aveva decorato il suo appartamento di Park Avenue con mobili modulari che aveva disegnato e creato personalmente. Molti disegnatori contemporanei sono imparati dalle creazioni di Giorgio Sant’Angelo, erano in tanti gli studenti di moda a fare gli internisti nel suo studio. A quei tempi Donna Karen non era ancora una disegnatrice famosa ed era amica intima di Giorgio, poi anche lei  incomincio a creare capi  che riflettono lo stile e le creazioni di Giorgio.

Giorgio di Sant’Angelo era nato a Firenze ed era cresciuto nella fattoria di suo nonno in Argentina. Quando aveva 17 anni, ritornò a Firenze con i suoi genitori e studiò architettura. Aveva frequentato l’Istituto di Design Industriale di Barcellona e aveva studiato arte presso la Sorbona prima di arrivare negli Stati Uniti negli anni ’60. Aveva iniziato a lavorare per i Walt Disney Studios in California. Morì nell’89 all’età di soli 56 anni. Dopo la sua morte il suo compagno, Martin Price, ereditò tutto, ma dopo un paio d’anni vendette il suo nome a altri stilisti e lo showroom e lo studio furono chiusi. Per una strana coincidenza, anche Martin Price oggi insegna Fashion alla New School, alla Parsons,  e come visiting lecturer al Pratt Institute. Io e lui eravamo molto amici, e dopo la morte di Giorgio cercavo di aiutarlo a portare avanti lo studio con le creazioni per le sfilate di moda.

Un vestito in stretch lace nero decorato con perline nere

Lo studio e il grandissimo showroom, si trovavano nel palazzo situato all’angolo di Houston Street, 611  Broadway, vicino la NYU. Giorgio si era allontanato dalle 57 strada per avere più spazio, ed era l’unico disegnatore a Manhattan a tenere le sfilate nel suo studio. Questo spiega anche il perché io mi sia iscritta alla NYU a un’età non più giovanissima, e dopo aver ottenuto una laurea dalla SUNY (State University of New York). Alla NYU è difficilissimo essere accettati, bisogna avere un ottimo punteggio con un minimo di 3.25 GPA, a parte il fatto che sia una delle università americane più costose; fortunatamente io l’ho potuta frequentare grazie alla borsa di studio. Comunque, quando lavoravo per Giorgio non me lo sognavo nemmeno di entrare alla NYU, anche se per anni passando davanti all’università pensavo quanto fossero fortunati gli studenti che frequentavano quella università; non avrei mai potuto immaginare o sperare che un giorno io avrei completato una laurea in lingue e un Master in istruzione alla NYU. Questo dimostra che a New York tutto è possibile se si ha la voglia di lavorare e lo spirito di sacrificio.

Adesso mi dedico solo all’insegnamento delle lingue, italiano e spagnolo. La mia prima docenza è stata nel 2003 alla Long Island University CWPost Campus, come Adj. Professor di italiano. Lo stesso anno inizia anche nella scuola pubblica, in un liceo del Long Island, la Newfield High School nella contea del Suffolk. In seguito continuai ad insegnare italiano in varie università e altri licei. Finalmente nel 2010 trovai un posto fisso in una scuola media nell’Hudson Valley, a Newburgh, dove insegno tutt’ora. Perciò, nei miei articoli racconto le mie esperienze di docente e le sfide che si affrontano per diventare insegnante e per promuovere e insegnare l’italiano nelle scuole newyorkesi. Scrivere sul mio percorso d’insegnamento e apprendimento è per me anche un attività terapeutica che mi consente di riflettere sulle mie esperienze giornaliere di docente, e mi aiuta a imparare dai miei errori imparando nuovi metodi e nuove strategie linguistiche. Scrivere per la VNY mi appassiona molto e vedere che i miei lettori mi seguono con passione mi da tante gratificazioni. 

Durante questi quattro anni i messaggi e le email ricevuti dai miei lettori mi hanno motivato a continuare a scrivere e a raccontare sia le gioie e sia i dolori che si provano nell’insegnare la nostra lingua a New York e nel mondo. Ho scritto su come diventare docente di italiano nello stato di New York, e in un altro articolo ho fatto un paragone tra i docenti di NY e quelli in Italia. I miei temi affrontati e discussi negli articoli hanno interessato i lettori al punto che molti mi hanno poi chiesto il permesso di pubblicarli sui loro blog, su altri quotidiani e riviste di lingue, e siti dedicati allo studio dell’italiano, collegando così i docenti di LS e di L2 sparsi nelle scuole Italiane e in quelle all’estero.

Per concludere voglio dare un consiglio a quelli che mi scrivono con l’ambizione e il desiderio di insegnare a New York. Qui tutto è possibile, e a New York c’è posto per tutti, ma bisogna adattarsi ed essere flessibili, accettando nei primi anni lavori diversi di quelli che sogniamo, e spesso posti part-time e non prestigiosi. Comunque sia, ogni lavoro ha il suo prestigio e la sua creatività, basta scegliere lavori onesti, spesso pagati meglio di una docenza. 

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