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Insegnanti, ci vuole empatia: aiutiamo gli studenti a capire il loro mondo!

Inizia l'anno scolastico e anche quest'anno i ragazzi trascorreranno la maggior parte del loro tempo a studiare testi di cui non capiscono il significato

Robin Williams interpreta John Keating, insegnante di letteratura, nel film "L'attimo fungente" (1989)

Il metodo didattico tradizionale permette di formare "alunni accademici", ma spesso finisce per cancellare ogni curiosità nei giovani. L’obiettivo dell’istruzione, invece, dovrebbe essere quello di aiutarli a imparare le loro passioni, per poter poi vivere in armonia nella società di cui saranno parte. E per fare questo, da parte degli insegnanti, c'è bisogno di più empatia

Con l’inizio di ogni anno scolastico i docenti si pongono molte domande, e due di queste sono sempre: qual è il vero obiettivo dell’istruzione odierna? Quali sono le sfide che devo affrontare in classe? Non sempre le domande hanno una risposta ma nonostante le sfide e le insicurezze del nuovo inizio, si deve sempre affrontare il nuovo anno con ottimismo e passione.

Nelle scuole americane le lezioni sono strutturate da 42 minuti circa, e gli studenti trascorrono molto del loro tempo a compilare fogli e/o a copiare note durante la lezione, fogli e note che poi non studiano o non capiscono. La loro giornata scolastica ha poca connessione ad attività pedagogiche innovative, che rinforzano i modelli didattici della lingua straniera, e questo a causa delle regole che promuovono la competitività accademica e in seguito danneggiano sia l’apprendimento, sia la creatività degli studenti. Un metodo didattico, questo, che aiuta solo gli alunni ritenuti “accademici”, quelli che sono strategicamente bravi nell’anticipare le risposte di un esame a scelta multipla. Ma superare questi esami standardizzati, anche se con ottimi voti, non dà per certo il successo nel campo del lavoro.

Devo ammettere che anch’io credevo nell’istruzione tradizionale: studenti seduti in file ordinate, che fanno domande e ricevono risposte, e poi il docente che controlla l’apprendimento e dà il voto. Ci credevo perché è come sono stata istruita io quando andavo a scuola. È quello che ho visto replicato nelle università e nelle aule da altri insegnanti. Credevo sinceramente che i buoni voti avessero importanza e facessero la differenza sul lavoro, poi invece la mia esperienza mi ha insegnato che non tutti gli studenti imparano allo stesso modo, e spesso gli ottimi voti non garantiscono il successo nel campo del lavoro. E così, la maggior parte dei giovani di oggi si laurea sapendo di essere brava a superare gli esami con buoni voti. Mentre, spesso, gli studenti che non riescono a laurearsi hanno invece talenti che non si adattano al curriculum accademico, e purtroppo per questo sono considerati non accademici, e di conseguenza perdono la loro curiosità, così come la voglia di studiare ciò che non li appassiona. Ho capito che se si vuole un’istruzione elevata in tutte le classi, l’interesse degli studenti deve essere connessa alla loro vita e a ciò che li appassiona per motivarne il loro apprendimento.

Purtroppo, il sistema scolastico odierno lascia molto a desiderare anche per quanto riguarda i valori personali e l’accettazione sociale. Si parla molto di “equità”, ma l’istruzione ottiene valore solo quando offre agli studenti l’opportunità di imparare a vivere, scegliendo tra le diverse possibilità e opzioni presentate in classe, e associate alle loro vite e ai loro interessi. Ebbene, istruire significa promuovere un processo di auto-conoscenza, che permette anche alla propria mente di eliminare le barriere che essa pone in cerca di difesa. Si nasce curiosi, e i ragazzi amano esplorare i loro ambienti per imparare in modo naturale e senza che nessuno insegni loro come fare. I docenti devono ricordare che gli alunni in classe assorbono pensieri, sentimenti, ed energie positive e/o negative profondamente. L’amore per l’insegnamento e l’apprendimento offrono un ottimo punto di osservazione, ed è solo mediante l’empatia del docente che pian piano si diventa più capaci di capire la realtà dei ragazzi, creando allo stesso tempo un ambiente di apprendimento che favorisca anche gli studenti più “difficili”.

L’empatia è il punto di partenza necessario per ogni insegnante che voglia comprendere i suoi studenti in modo sereno e oggettivo. L’amore e la passione in classe sono elementi progettuali, e quando si desidera fortemente un miglioramento istruttivo si trova la soluzione. Purtroppo nelle scuole americane di oggi si tagliano la creatività e l’indipendenza; una fase importante che aiuta ogni studente ad esprimersi e realizzarsi imparando da sé stesso. Sempre parlando di istruzione nel mondo che cambia, la storia insegna che nessuna società è mai uscita dalla povertà e dal sottosviluppo senza investire nelle scuole e nell’insegnamento. È non a caso uno degli otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio sanciti nel 2000 dall’Assemblea Generale dell’ONU. E anche per l’UNICEF, l’istruzione è un diritto umano fondamentale, uno dei più importanti di ogni bambino.

Uno dei progetti di educazione scolastica lanciati da UNICEF, a Kabul in Afghanistan, nel 2002 (Foto ONU: Eskinder Debebe)

L’UNICEF da sempre è impegnato a garantire il diritto all’istruzione a tutti i bambini del mondo. Nonostante ciò di recente ha reso noto che la percentuale dei ragazzi dai sei ai quindici anni che non frequentano la scuola nei paesi sottosviluppati è rimasta la stessa rispetto a quella di dieci anni fa, con oltre 120 milioni di bambini a cui è negato il diritto all’istruzione di base (elementare e media). E la metà di questi sono bambine, che vengono sfruttate nel mondo nel lavoro e non solo. Il diritto ad almeno un intero ciclo d’istruzione primaria, e quello di ricevere insegnamenti di qualità, è il modo più efficace per permettere ai bambini più poveri di raggiungere alcuni dei “goals” ONU del terzo millennio, che sono: l’eliminazione della fame e della povertà e gli ostacoli che frenano lo sviluppo umano, inclusa la conoscenza e la difesa dall’HIV/AIDS. L’istruzione scolastica è quindi un diritto di tutti i bambini; e in una scuola i ragazzi devono poter apprendere non solo le nozioni basilari che li salvano dall’analfabetismo, ma soprattutto competenze e comportamenti che gli serviranno nel corso di tutta la loro vita.

Quindi, l’obiettivo dell’istruzione dovrebbe essere quello di aiutare gli studenti ad imparare e a capire le proprie passioni per poter poi vivere in armonia in una società multiculturale in continuo cambiamento. Un obiettivo che dovrebbe caratterizzare il percorso di tutti i ragazzi del mondo, non solo negli USA e nei Paesi avanzati, affinché a scuola possano scoprire ciò che amano fare e quale professione scegliere. Il compito dei docenti è di istruire i giovani, favorendone le abilità di ognuno di loro, e nello stesso tempo di dare importanza alla loro individualità, al loro ritmo di studio, alla personalità, alle diverse culture, e alle difficoltà di comprensione di alcuni di loro. Ma la più grande responsabilità, o sfida, degli insegnanti è quella di impedire che l’istruzione fallisca ogni anno lasciando indietro un grande numero di studenti a causa della mancanza di fondi o di lezioni noiose o irrilevanti al curriculum e alla loro vita.

Ricordiamoci che le nuove generazioni rappresentano la ricchezza più importante e la migliore speranza di spezzare la catena che lega l’ignoranza alla povertà, allo sfruttamento, e al sottosviluppo. Dunque, lasciamo gli accademici agli accademici e continuiamo a insegnare ai ragazzi conoscenze importanti connesse al loro mondo. Conoscenze che sappiano appassionarli più dell’inutile esame standardizzato, da superare con ottimi voti ma senza capirne il significato. Del resto come ci dimostra il video qui sopra, grandi intellettuali come Noam Chomsky, che ha spesso criticato l’attuale sistema di insegnamento, lo teorizzano da sempre. Ed è giunto il momento di metterlo in pratica.

  • Augusto Cosentino

    Cara collega,
    concordo con te, ma temo che l’empatia sia un fattore intrinseco ad un essere umano. In altre parole un insegnante o ce l’ha o non ce l’ha. Così, buoni insegnanti si nasce, non si diventa. Inoltre tutto ciò non è attinente a una determinata metodologia didattica. La metodologia si impara, ma non è sufficiente per raggiungere buoni risultati.

  • Silvio Silvetti

    Personalmente mi è piaciuto molto questo post, anche perché il futuro della nostra nazione dipende essenzialmente dalle capacità educative degli insegnanti e da quelle d’apprendimento degli studenti.
    Ho un solo appunto da fare alla professoressa Filomena Fuduli Sorrentino. L’empatia non si acquisisce, è innata, o c’è, o ce ne è poca; se proprio non ci fosse sarebbe sintomo di una gravissima malattia. Si dirà “va bene è la stessa cosa” No! Perché se un insegnante avesse poca empatia, semplicemente non sarebbe adatto ad insegnare. Dobbiamo prendere in considerazione che non tutti hanno la potenzialità di trasmettere il proprio sapere. Per trasformare la potenzialità in abilità dei tanti che hanno empatia è necessario che l’insegnante apprenda un codice di comportamento e conosca le procedure d’apprendimento.
    Codice e procedure dovrebbero essere stilate dal Ministero; ma è meglio che non lo faccia un Italiano perché noi scriveremmo un trattato di ottocento pagine. Tanto meno Noam Chomsky!
    Attualmente, gli insegnanti si comportano come meglio credono, e invece si devono comportare come una commissione di psicologi ha deciso che essi si comportino.

    • Filomena Fuduli Sorrentino

      Grazie, Filomena F. Sorrentino

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