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All’NYU Moretti presenta Canon/Archive: la sfida al canone letterario continua

Il volume, creato dallo studioso Franco Moretti ed edito dalla rivista n+1, è un bilancio del lavoro del Literary Lab all'Università di Stanford

Virginia Heffernan e Franco Moretti (Foto VNY / I.M.)

Brillante e provocatorio, ma anche lucidamente pragmatico, Franco Moretti è stato ospite lunedì 16 ottobre dell’Institute for Public Knowledge della New York University per un talk con Leah Price, professoressa di Letteratura Inglese ad Harvard. Secondo Moretti, l’analisi quantitativa e computazionale è un efficace strumento per la critica letteraria, ma c’è ancora molto lavoro da fare

Brillante e provocatorio, ma anche – come sempre – lucidamente pragmatico, Franco Moretti è stato ospite lunedì 16 ottobre dell’Institute for Public Knowledge della New York University. In occasione dell’uscita di Canon/Archive, volume da lui curato edito dalla rivista n+1, lo studioso è stato al centro di una conversazione con Leah Price, professoressa di Letteratura Inglese ad Harvard, e Nicholas Dames, professore di Humanities alla Columbia, moderata da Virginia Heffernan, giornalista di Politico e autrice di Magic and Loss: The Internet as Art.

Il volume è un bilancio del lavoro del Literary Lab, che Moretti ha fondato e diretto all’Università di Stanford e che – con realismo giudicato dai presenti eccessiva modestia – ha presentato dicendo: “Abbiamo fatto qualcosa, ma non ancora quello che mi aspettavo di trovare e che avremmo dovuto scoprire”. Il tono della serata assume da subito, dunque, un tono morettiano, così come morettiano è il titolo del volume. Canon/Archive si richiama agli studi sul distant reading con i quali Moretti ha sfidato il concetto di canone letterario. Invece di un close reading focalizzato solo su un ristretto numero di opere, per comprendere e spiegare la letteratura di un periodo storico è meglio un distant reading che aiuti a considerare globalmente tutti gli oggetti letterari di un periodo o una nazione. Ma, si chiede, ha senso questa analisi? E come metterla in pratica? La sua risposta è stata l’utilizzo delle Digital Humanities, che sono “oggetto, idea e pratica”. Innanzitutto, “un nuovo oggetto per lo studio della letteratura”: non un oggetto letterario, ma un utile strumento per lo studio della letteratura grazie alla scientificità dei dati, raccolti e visualizzati con grafici e altri sistemi di visualizzazione. “Ma questo nuovo oggetto lo stiamo usando come andrebbe davvero usato?”, si chiede Moretti sfidando subito la solidità di ciò che ha appena presentato. La risposta è morettiana: dopo avere esposto un problema, non ne presenta la soluzione perché la soluzione non è raggiungibile. “Abbiamo moltissimo materiale grezzo – i dati – ma non una teoria che lo sappia descrivere”, afferma. Questi dati non generano nuove idee né cambiano il modo in cui pensiamo, ma creano oggetti e problemi da analizzare. Inoltre, a differenza di un poema che si può parafrasare, non forniscono la loro stessa interpretazione. La mancanza di figure che li sanno leggere e descrivere è un problema epistemologico, dovuto “a certe debolezze della ricerca universitaria americana”. Per lui, infatti, lo studio delle Humanities non è cambiato negli ultimi 50 anni: cambiano forse le teorie, ma poi si finisce sempre con la lecture o il seminario. Al contrario, descrive il Lit Lab come un gruppo di persone dagli interessi diversificati, attirandosi ancora una volta i giudizi di finta modestia da parte di chi – pubblico e professori – lo considera un nucleo di geni: lo è, in un certo senso, ma Moretti lo riporta coi piedi per terra, ancorandolo empiricamente a una ricerca che è lavoro individuale e collettivo. Questo rende il Lab diverso dall’accademia, ma – ancora una volta – non esistono formule magiche: “Al laboratorio serve una massa critica di persone; il lavoro collettivo può avere un futuro, ma apre anche nuovi problemi”. E conclude augurandosi che, “se il metodo sperimentato dal laboratorio susciterà lo stesso interesse e la stessa passione suscitati finora dallo studio della letteratura, potrà avere un futuro”.

Il professor Dames ha sottolineato come, nei saggi raccolti nel volume, la conoscenza sembri “sloganizzarsi” e “la critica letteraria diventare un genere narrativo, aiutando a scoprire nuovi strumenti per l’analisi letteraria”. Parlando, come Dames, di generi letterari, anche la professoressa Price ha rimarcato la forma letteraria dei pamphlet raccolti nel volume (pamphlet si chiamano le ricerche del laboratorio pubblicate sul sito e a disposizione di chiunque) e del volume stesso, chiedendosi se il contenuto letterario degli oggetti studiati non abbia influenzato la forma dell’analisi. A tali critiche Moretti ha risposto sottolineando il potere della letteratura di “raccontare senza l’aridità denotativa e logica della scienza” e ha confermato la connotazione polemica insita nella scelta del genere e del termine pamphlet. Il nuovo approccio proposto dal Lit Lab ha infatti bisogno di essere raccontato e di una “critica sociale e politica” che è finora mancata. Ma, cosa ancora più importante, “è ancora troppo presto per poter dire che tale lavoro possa cambiare la disciplina accademica e letteraria”: l’analisi quantitativa e formale su cui si basa è infatti uno strumento utilissimo ma non ancora del tutto compreso. Insomma, ancora una volta, il finale rimane morettiano: la soluzione, se c’è, va ancora trovata.

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