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Scrivere bene in inglese, lezione zero: dall’Italianorum all’Italiano

Spesso si sbaglia: si indicano ai liceali esempi di buona scrittura, che esempi di buona scrittura non lo sono, per gli standard linguistici degli altri paesi

di Luca Passani
Negli anni ho scoperto trucchi interessanti per migliorare l’efficacia dei miei scritti, allontanandomi dal cosiddetto "italianorum": quello che ne è uscito è stata una buona capacità di scrivere in inglese, ma anche un sensibile miglioramento del mio italiano. Aver disimparato l'italianorum è stato come aver assunto un super-potere che mi è servito nel resto della mia carriera in Italia e negli USA

L’italianorum

Diciamocelo. Con tutto il bene che uno può volere all’Italia, essa non è esattamente il paese che per primo si apre a cambiamento e innovazione. Un esempio plastico di questo è  il fatto che anche gli studenti del Liceo Scientifico, oltre a quelli del Classico, debbano sciropparsi cinque(!) anni di latino. Ogni anno, a giugno, i giornali pubblicano la versione di latino assegnata all’esame di maturità classica. E ogni anno mi chiedo come mai, in Italia, il tempo e le energie di quelle giovani menti non vengano impiegati in attività più utili che non imparare a decifrare questi dinosauri linguistici. Anni di studio portano decine di migliaia di studenti ogni anno a sfornare con grande sforzo dei mappazzoni di questo tipo:

 

La filosofia non è un’arte popolare né è preparata (né si presta) all’ostentazione; non consiste in parole ma in fatti. E non è usata per questo: per trascorrere il giorno con qualche diletto o per sottrarre disgusto all’ozio; dà forma e struttura l’anima, regola la vita, guida le azioni, mostra ciò che si deve fare e ciò che è da lasciar andare, siede al timone e dirige la rotta del fluttuare pericoloso. 

Senza di lei nessuno può vivere arditamente, nessuno può vivere senza timore: di ora in ora accadono innumerevoli cose, le quali esigono consiglio che a lei bisogna chiedere. Qualcuno dirà: “A che mi giova la filosofia, se esiste il Fato? A che serve, se chi regge è un dio? A che serve, se predomina il caso? Infatti, sia le cose decise non si possono cambiare, sia niente si può preparare contro le incertezze, ma o un dio ha prevenuto la mia decisione e decretato ciò che dovessi fare oppure la Fortuna non affida nulla alla mia decisione”.

 

Qualunque cosa sussista fra queste, o Lucilio, o che sussistano tutte, bisogna dedicarsi alla filosofia: sia che il Fato ci tenga legati con inesorabile legge, sia che un dio arbitro dell’universo abbia tutto regolato, sia che il caso metta in movimento e agiti senza ordine le cose umane, la filosofia deve proteggerci. (Lei) ci inciterà a obbedire con piacere alla divinità e superbamente alla Fortuna, (lei) ci insegnerà come seguire la divinità e sopportare il caso.

Versione di Latino Maturità Classica 2017 (da Studenti.it)

 

Negli anni sono arrivato alla conclusione che il latino sia solo la punta dell’iceberg di un problema più ampio, ovvero l’assunto, tutto italiano, che chi è istruito debba in qualche modo esprimersi in maniera complessa e arzigogolata. Una specie di pseudo-lingua comprensibile solo a alla casta di quelli che siano giunti a padroneggiarlo tramite anni di studio e allenamento costante. Più spesso che no, si indicano ai liceali esempi di buona scrittura che esempi di buona scrittura non sarebbero affatto se si applicassero gli standard linguistici degli altri paesi. Frasi lunghe e piene di incidentali. Frasi subordinate che non finiscono mai. Periodi contorti che possono essere compresi solo tramite ritorni e riletture multiple delle parti iniziali. Vere e proprie versioni di latino scritte in italiano, insomma. Roba che dovrebbe interessare a malapena gli studiosi di lingue antiche e che invece, ancora oggi, viene indicata come esempio di un italiano dotto e di alto registro.

Per brevità gli dò un nome a questa pseudo-lingua: l’italianorum, un orrendo misto tra italiano e il Latinorum di manzoniana memoria.

La mia esperienza

Sul perché ce l’abbia tanto con l’italianorum, è presto detto. Mi è bastato mettere piede fuori dall’Italia vent’anni fa per capire che, per il bene della mia carriera, dovevo disimparare molte delle cose che mi avevano insegnato negli anni. In tutto il mondo occidentale si è preso per buono un concetto fondamentalmente ovvio. La lingua serve per comunicare in modo efficace e rapido con il numero maggiore di persone possibile. Ciò che è di intralcio a questo obiettivo va superato e migliorato.

A volte penso che solo l’Italiano sia rimasto impermeabile a tale requisito, come se si preferisse mantenere nell’uso complesso della lingua uno strumento in grado di separare le classi dirigenti dal resto della popolazione.

Questo approccio elitario sarebbe discutibile anche se l’Italia fosse una potenza economica e culturale egemone. Ma non è proprio così, come sappiamo. Nel contesto odierno, questa pretesa di avere una “lingua degli eletti” ad uso delle alte sfere dell’impero fa un po’ ridere. Per quanto il passato (remoto) culturale del nostro paese sia stato glorioso, da anni siamo superati nel progresso tecnologico ed economico da paesi che vedono un valore aggiunto nell’accessibilità del linguaggio e nel relativo allargamento della base dei fruitori.

Ci sono sicuramente motivi molteplici e profondi dietro questa difficoltà del paese a tenere il passo. Eppure non ho mai smesso di chiedermi se tale difficoltà sia da mettere in relazione allo spreco che viene fatto in italia di risorse umane valenti. La lingua svolge il suo ruolo quando comunica informazioni e concetti in modo veloce ed efficace. Imporre la conoscenza, l’uso e il modello dell’italianorum nei licei ha creato (e ancora crea) un danno per gli studenti. L’italianorum impone un vero e proprio “dazio cognitivo” aggiuntivo a chi deve studiare materie complesse, ma non dotate di materiale educativo facilmente comprensibile.

Quando ero all’Università, assai spesso trovavo più facile capire certi argomenti leggendo libri scritti in inglese piuttosto che il materiale scritto da professori e ricercatori italiani. La spiegazione di questo curioso fenomeno mi appare oggi evidente. In Italia, scrivere in modo semplice e comprensibile non è considerato un valore dal nostro sistema educativo superiore. Nel mondo anglossassone lo è, eccome. Eppure non c’è una ragione razionale per lasciare che la nostra lingua non dia il massimo rendimento comunicativo nell’uso che se ne fa tutti i giorni. L’idea che la lingua non possa evolvere e semplificarsi stilisticamente perché debitrice verso un qualche passato culturale glorioso è solo un gigantesco malinteso che danneggia il paese.

Oltre l’italianorum, verso l’italiano e pronti a conquistare l’inglese

Fino a qui sono stato abbastanza generico. Spostiamoci al piano pratico. Trovandomi a scrivere in inglese la tesi di laurea, email, articoli e brani di libri in passato, mi fu fatto notare che ciò che scrivevo era troppo “pesante” e di difficile lettura. Per mia fortuna, dei redattori di madrelingua inglese mi mostrarono in alcuni casi le alternative. Ho fatto tesoro di quell’esperienza. In quegli anni ho scoperto un po’ di trucchi interessanti per migliorare l’efficacia dei miei scritti. Tra questi: Usare periodi brevi. Evitare le frasi incidentali. Non utilizzare parole che non servono e, soprattutto, non innamorarsi di singole parole. L’esistenza di una parola sul vocabolario è condizione necessaria, ma non sufficiente a giustificarne l’uso in uno scritto.

Quello che ne è uscito alla fine di questo processo è stata una buona capacità di scrivere in inglese, ma anche un sensibile miglioramento del mio italiano, certificato da alcuni colleghi informatici che mi chiedevano come facessi a scrivere in maniera così chiara e scorrevole in alcuni miei articoli pubblicati nella lingua di Dante (si fa per dire, ovviamente). La risposta era evidente: evitavo di esprimermi in italianorum!

Aver disimparato l’italianorum era come aver assunto un super-potere che mi sarebbe servito nel resto della mia carriera in Italia, in Norvegia e negli USA

Un esempio

Un qualsiasi documento generato dalla burocrazia italiana sarebbe stato un ottimo esempio di italianorum, ma analizzarlo sarebbe anche stato un po’ come sparare sulla croce rossa. Ero tentato quindi di andare a cercare qualcuno dei miei libri del liceo alla ricerca di periodi lunghi e senza punti, magari scritti da qualche professorone di chiara fama. E invece, qualche giorno fa, un bellissimo esemplare mi si è parato davanti in un libretto della Crusca (edito in collaborazione con La Repubblica)  uscito in edicola di recente. L’autore intende spiegare al lettore come si scrivono, in un bel italiano moderno e adeguato, nientepopodimeno che i post sul web. Leggiamo:

 

Suggerimenti per scrivere un post. Se qualcuno dovesse tentare di dare dei consigli su come scrivere un post (perché questa è diventata una necessità, dal momento che tutti lo fanno, o potenzialmente potrebbero farlo), dovrebbe onestamente suggerire di acquisire una competenza linguistica molto elevata, una competenza linguistica in senso moderno, vale a dire quella di sapersi muovere in quello spazio linguistico di cui parlavamo nelle pagine introduttive. Scrivere un post richiede molta attenzione, perché per una vera efficacia comunicativa (o anche semplicemente per evitare di risultare del tutto inopportuni) è necessario domandarsi sempre se (per il tipo di interlocutore o di interlocutori, per lo scopo, per il contesto) sia il caso di indulgere sull’espressività grafica o scrivere invece secondo modalità e registri più vicini alla lingua formale; e bisogna sapersi muovere lungo tutta la composita tastiera del pianoforte della nostra lingua, in modo adeguato, senza sbagliare accordo, senza stonare. Ma, ammesso che questa competenza possa essere un giorno capillarmente diffusa, una simile attenzione e profondità è davvero possibile quando è più importante condividere che vivere?

“L’Italiano, conoscere ed usare una lingua moderna. Libro 7. Parole nella Rete”

Marco Biffi, Pag 71

 

Sto ancora ridendo. Ho dovuto rileggere questo passaggio con attenzione tre volte per capire cose intendesse dire l’autore. E alcuni aspetti minori mi sono ancora un po’ opachi, anche se credo di essere riuscito a interpretarli. Alla facciazza della comunicazione web veloce e dinamica!

Essendo un ottimo esempio di italianorum, una traduzione dall’italianorum all’italiano è istruttiva. Fate molta attenzione qui. Se volete imparare a esprimervi in un inglese corretto e facilmente comprensibile, questo è esattamente il tipo di esercizio preparatorio che dovrete riuscire a fare anche voi. Come dicono gli anglofoni, se volete correre, imparate prima a camminare!

 

Italianorum

Suggerimenti per scrivere un post

 

Italiano

Suggerimenti per scrivere un post

 

 

 

Se qualcuno dovesse tentare di dare dei consigli su come scrivere un post (perché questa è diventata una necessità, dal momento che tutti lo fanno, o potenzialmente potrebbero farlo), dovrebbe onestamente suggerire di acquisire una competenza linguistica molto elevata, una competenza linguistica in senso moderno, vale a dire quella di sapersi muovere in quello spazio linguistico di cui parlavamo nelle pagine introduttive. Scrivere un post richiede molta attenzione, perché per una vera efficacia comunicativa (o anche semplicemente per evitare di risultare del tutto inopportuni) è necessario domandarsi sempre se (per il tipo di interlocutore o di interlocutori, per lo scopo, per il contesto) sia il caso di indulgere sull’espressività grafica o scrivere invece secondo modalità e registri più vicini alla lingua formale; e bisogna sapersi muovere lungo tutta la composita tastiera del pianoforte della nostra lingua, in modo adeguato, senza sbagliare accordo, senza stonare. Ma, ammesso che questa competenza possa essere un giorno capillarmente diffusa, una simile attenzione e profondità è davvero possibile quando è più importante condividere che vivere?

Molti scrivono post e l’occasione di farlo potrebbe presentarsi un po’ a tutti un giorno. Il nostro primo consiglio a chi scrive sul web è acquisire una competenza linguistica elevata e moderna come quella che di cui parlavamo nelle pagine introduttive. Comunicare in maniera opportuna ed efficace richiede molta attenzione. Occorre chiedersi se i nostri interlocutori siano in grado di recepire facilmente i registri e le modalità della lingua formale. A seconda del contesto o dello scopo, il messaggio potrebbe arrivare più efficacemente con l’uso di espressioni potenti ed evocative. Esattamente come un grande pianista sa muoversi sull’intera tastiera senza sbagliare un accordo, scrivere efficacemente significa saper sfruttare le molte possibilità messe a disposizione dall’Italiano.

Ovviamente ciò porta ad una domanda: Anche se un giorno tale competenza sarà capillarmente diffusa, avrà senso utilizzarla in un mondo in cui condividere i momenti della propria vita è più importante che viverli?

 

In italiano, il tutto appare molto più chiaro. Infatti oltre ad essere di facile lettura, trovo il brano persino condivisibile. Con l’eccezione forse della dicotomia vivere/condividere. Non si lega bene con quanto scritto prima, a mio parere. Tra parentesi, mi viene il dubbio che l’autore avesse presenti questi versi:

 

E poi, lo sai, non c’è

Un senso a questo tempo che non dà

Il giusto peso a quello che viviamo

Ogni ricordo è più importante condividerlo

Che viverlo

Vorrei ma non posto

 

Sarà mica che il Cruscoso, nonostante il suo stile barocco, sia segretamente un fan degli ultimissimi sviluppi del pop-rap italiano?  Fine della parentesi.

 

Tornando a noi, ero tentato di sostituire anche alcune delle parole del brano. Chi scrive si rivolge a un lettore, e non ad un interlocutore. Ma ho voluto lasciare il più possibile inalterate le parole per focalizzarmi sulla struttura. È la struttura che ha necessità di essere smontata e rimontata quando si traduce in italiano. Vediamo alcuni dei trucchi che ho applicato.

 

Frasi incidentali

La frase incidentale appesantisce la lettura. Questo vale sia nel caso dell’uso di virgole che nel caso di parentesi. Ogni volta che sono tentato di usare una frase incidentale mi chiedo quale sarebbe il danno se la eliminassi proprio. Se il danno è troppo grande, allora l’incidentale deve essere promossa a frase principale a sé.

 

Quando arrivarono i pompieri, passata la tromba d’aria, si cominciò l’opera di salvataggio di eventuali sopravvissuti. La tromba d’aria passò. Di lì a poco arrivarono i pompieri e cominciarono a cercare eventuali sopravvissuti da salvare.

 

 

Periodi corti

Più il periodo è breve, più la frase è scorrevole e di facile lettura. Scrivere solo frasi brevi vi apparirà contrario a quello che vi hanno insegnato al liceo. Fregatevene.

 

Evitare l’uso del punto e virgola

Se avete strutturato le vostre frasi in modo che il punto è troppo, ma la virgola è troppo poco, probabilmente state scrivendo in italianorum. Non è una regola assoluta, ma un buon indicatore. Nel dubbio, evitate il punto e virgola, o meglio, evitate l’esigenza del punto e virgola.

 

Evitare le frasi impersonali

Evitate le frasi impersonali o quantomeno usatele in maniera circoscritta e con parsimonia. La frase impersonale suona elegante e ci permette di non prenderci tutta la responsabilità di quello che diciamo. È più facile dire che si beve molta birra in Germania anziché affermare che i tedeschi bevono molto. Il problema è che in questo modo perdete punti di riferimento per le frasi successive e finite per rimanere ingarbugliati in frasi passive, ipotetiche e poco incisive. Una scrittura efficace è quella che identifica le persone: io, tu, Giovanna, noi italiani, voi americani e loro, i tedeschi.  In quel modo il lettore capirà finalmente di cosa parlate!

 

Evitare riferimenti “all’indietro”

Uno stile di scrittura moderno cerca di non farvi tornare indietro alla ricerca dell’identità di “un primo” e, magari, neanche di un “quest’ultimo”. Il soggetto è sempre chiaro senza la necessità di “backtracking”.

 

La frase nominale è potente. Usatela.

Il linguaggio moderno deve essere rapido. Scorrevole. La frase nominale vi aiuta in questo. E anche molto.

Non così per l’italianorum:

 

 

Italianorum Italiano
 

 

L’italianorum è lento, arzigogolato, inutilmente complesso, e, tra un’incidentale e l’altra, ignorando totalmente la necessità di chi legge di non dover tornare indietro per riprendere il filo di come diamine fosse iniziata la frase, ripudia la correttezza della frase nominale e financo l’idea stessa che quest’ultima possa avere un qualsivoglia diritto di cittadinanza nel linguaggio di chi ha studiato per tanti anni.

L’italianorum è lento, arzigogolato e inutilmente complesso. Esso costringe il lettore a tornare indietro sui suoi passi per ritrovare il filo del discorso. Chi scrive in italianorum evita a tutti i costi l’uso delle frasi nominali, come se scrivere semplicemente fosse la negazione di anni di studio.

 

 

Tagliate parole e frasi senza pietà

Un detto inglese moderno suona così: “Less is more”. Meno mettete, meglio è. Quando provate a tradurre dall’italianorum all’italiano, ogni parola dell’originale vi pone un problema etico. Se tolgo questa parola, vado a togliere un po’ del significato che l’autore intendeva esprimere? La realtà è che il significato aggiuntivo di molte parole dell’italianorum non si misura in chili, e a volte nemmeno in grammi. Spesso si misura in milligrammi. Togliete quelle parole e il senso della frase rimarrà pressoché identico.

Una volta ho sentito fare questo esempio da un giornalista inglese. Immaginate di sentire l’odore di pesce fresco proveniente dal mercato pesce. Entrando, vi trovate davanti un’insegna che dice: “Fresh Fish Sold Here”. La domanda per il pubblico è: “Quali parole sono superflue?”. Qualcuno tra il pubblico azzarda una risposta. “Sold” è sicuramente superflua. Trattandosi di un mercato, tutto il pesce è in vendita. Ugualmente non è necessaria la parola “here”. Dove altro dovrebbero vendere il pesce? Si potrebbe anche eccepire che la parola “Fresh” è superflua, visto che nessuno venderebbe pesce non più fresco, o quantomeno non lo direbbe. Pensandoci bene, poi anche la parola “Fish” è superflua. Quello è un mercato del pesce ed è evidente che li si vende pesce. In sintesi, si arriva a concludere che la frase è totalmente superflua. Se non avessero messo il cartello, sarebbe stata la stessa cosa. A questo punto il pubblico ride per il finale paradossale, ma il concetto è chiaro. Evitate le parole che non servono. Nei brani in italianorum sono sicuramente moltissime.

 

E ora l’inglese
Quando anche voi riuscirete a fare questo esercizio di traduzione dall’italianorum all’italiano “a braccio”, scrivere in inglese vi risulterà molto più facile. Vediamo un’applicazione al nostro esempio:

 

Suggerimenti per scrivere un post (versione in italiano)

 

Tips for web post authors

 

 

Molti scrivono post e l’occasione di farlo potrebbe presentarsi un po’ a tutti un giorno. Il nostro primo consiglio a chi scrive sul web è acquisire una competenza linguistica elevata e moderna come quella che di cui parlavamo nelle pagine introduttive. Comunicare in maniera opportuna ed efficace richiede molta attenzione. Occorre chiedersi se i nostri interlocutori siano in grado di recepire facilmente i registri e le modalità della una lingua formale. A seconda del contesto o dello scopo, il messaggio potrebbe arrivare più efficacemente con l’uso di espressioni potenti ed evocative. Esattamente come un grande pianista sa muoversi sull’intera tastiera senza sbagliare un accordo, scrivere efficacemente significa saper sfruttare le molte possibilità messe a disposizione dall’Italiano. Ovviamente ciò porta ad una domanda: Anche se un giorno tale competenza sarà capillarmente diffusa, avrà senso utilizzarla in un mondo in cui condividere i momenti della propria vita è più importante che viverli?

Many write posts online and pretty much everyone might get a chance to do it sooner or later. Our main advice to those who write for online readers is to strive to use contemporary and elevated language, such as that which we discussed in our introduction. Suitable and effective communication requires a lot of attention. We need to question whether our readers can easily comprehend a formal language style. Depending on our objective and context, graphical language might be better at conveying our message effectively. Just as a great pianist will roam the entire length of their keyboard and get each and every chord right, effective writing is about exploiting the many possibilities that Italian offers us.

This begs a question of course: assuming that everyone can reach such a level of  competence one day, will people use it in a world where sharing our lives’ highlights is considered more important than actually experiencing them?

 

Se avete un po’ di tempo, fate una prova. Prendete l’esempio originale, la supercazzola in italianorum del Cruscoso, e traducetela in inglese. Vediamo se vi viene più scorrevole della mia. (Ebbene sì. Come diceva una pubblicità di qualche anno fa, “Mi piace vincere facile”).

 

Conclusione

In passato ho scritto molte volte su come esprimersi in un’altra lingua richieda la capacità di strutturare le frasi in modo diverso rispetto alla propria madrelingua. In questo articolo ho mostrato come questo esercizio non sia necessariamente complesso, purché si parta da un italiano chiaro e comprensibile.  La faccenda si complica quando, al posto dell’italiano, vi trovate a gestire il suo fratellastro, l’italianorum, ancora troppo insegnato nei licei italiani e ancora troppo presente su libri e riviste. In quel caso, meglio smontare il testo e rimontarlo in un italiano moderno. Vi si aprirà un mondo di possibilità.

 

PS: Non ho mai aggiunto alcuna nota per dare credito ai miei amici che, oggi come in passato, mi hanno fornito commenti preziosi per le versioni preliminari dei miei articoli, evitando che scrivessi troppe cacchiate. Lo faccio ora, includendo anche quelli che hanno dato il loro contributo in passato. Un grande grazie a Joe Ganci, Francesco Ciabattoni, Bridget Jean, Michelle LaBarbera e Jessica Pineda.

  • Emy Canale

    Quanti errori in questo articolo! Ne elenco solo i maggiori.”è stato come aver assunto un super-potere” (sembra che il superpotere sia stato assunto in un posto di lavoro!) -> “è stato come aver acquisito un superpotere”. “Per brevità gli dò un nome a questa pseudo lingua”. “Gli” si usa con un sostantivo maschile e “lingua” è femminile, quindi al limite ci vorrebbe un “le”; comunque in questo caso non c’è alcun bisogno di un pronome: la frase corretta, e più scorrevole, è “Per brevità do un nome a questa pseudo lingua”. “Do” non vuole l’accento. Tutto il testo, inoltre è pieno zeppo di maiuscole che in italiano non ci vogliono assolutamente: “Liceo Scientifico”, “Liceo Classico”, “Latinorum” (cfr. italianorum), “quando ero all’Università”. Perfino “italiano” nel titolo e nel testo è scritto con la maiuscola, però “Italia” nel testo è scritto con la minuscola! Il “sistema educativo superiore” in italiano non vuol dire nulla. “Education” in italiano non si dice “educazione”, ma “istruzione”. “L’idea che la lingua non possa evolvere” -> “l’idea che che la lingua non possa evolversi (o non si possa evolvere)”. “Spostiamoci al piano pratico” fa ridere, sembra che si stia parlando di un ascensore! -> “Spostiamoci sul piano pratico” o, più semplicemente, “sul piano pratico”, senza quel faticoso “spostiamoci”. “Tra questi: Usare periodi brevi.” dopo i due punti non ci vuole la maiuscola. “sparare sulla croce rossa” -> “sparare sulla Croce Rossa”. “in un bel italiano moderno e adeguato” -> in un bell’italiano moderno (no, “adeguato” proprio non va bene in questo caso). “Ovviamente ciò porta ad una domanda: Anche se un giorno tale competenza sarà capillarmente diffusa,”: errato uso della d eufonica, della maiuscola dopo i due punti e bruttino quel “tale competenza”, burocratico e fuori registro, un calco dall’inglese such a skill. “a un lettore, e non ad un interlocutore”: ancora un uso errato e incoerente della d eufonica. “Tra un incidentale e l’altra”: manca l’apostrofo a “incidentale”, che è femminile. “vi trovate davanti un insegna”: anche qui manca l’apostrofo a “un’insegna”. “li si vende pesce” -> lì si vende pesce (li è un pronome, lì un avverbio di luogo). “Vi trovate a gestire il suo fratellestro”, peccato però che in italiano si chiami “fratellastro”.

    • Luca Passani

      Quanto “nitpicking”. Ma sui punti sollevati dall’articolo non ha niente da dire? Verrebbe quasi il sospetto che lei non sia d’accordo con il contenuto,ma non sappia bene come articolare il suo punto di vista.
      Comunque ha ragione sul fatto che nell’articolo ci sono un po’ di errori e di refusi. Detto questo, alcuni dei suoi commenti non sono per nulla condivisibili.

      – “Assumere un super-potere” va benissimo. http://www.treccani.it/vocabolario/assumere/

      – “Gli” significa “a lui”, “a lei” e “a loro” nell’italiano moderno. Mi dica. E’ una di quelli che sostengono che non si puo’ usare “lui” al posto di “egli”?

      -“sportarsi al piano pratico” va benissimo. Fa ridere solo lei. E’ un’espressione usata comunemente.

      – Riguardo alla maiuscola dopo i due punti cito la Crusca: (http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/due-punti-alcuni-particolari-usi ) “2) Relativamente al quesito se vi siano “casi in cui dopo i due punti si mettono le maiuscole (escludendo nomi propri e virgolettati)”, come avverte il Manuale di redazione “di norma dopo i due punti si ha l’iniziale minuscola”, tranne nel caso in cui essi introducano (oltre a una citazione o a un discorso diretto tra virgolette, come già anticipato) “un’elencazione i cui singoli elementi terminano con il punto” (p. 99)».” Quindi sbaglia lei.

      – “Sistema educativo superiore”: se fa un giretto su Google, si accorgera’ che e’ un’espressione usata comunemente in italiano.

      – la “d” eufonica e’ questione di gusti.

      – “tale (competenza)” usato singolarmente non rende burocratico e fuori registro il testo, specie se usata di rado. Ognuno ha i suoi gusti.

      – Riguardo all’uso delle maiuscole per licei e universita’, ci sono delle prassi, ma non delle regole fisse. A me e’ piaciuto riferirmi a Universita’ e Liceo con la maiuscola.

      Saluti

      • Filomena Fuduli Sorrentino

        Bravissimo Luca. Ottimo articolo!

      • Emy Canale

        Da chi insegna ad altri come scrivere ci si aspetta un minimo di attenzione ai propri errori e refusi. Da autrice e da editor (da trent’anni) di testi di ogni genere per vari grandi editori italiani, mi dispiace ma sono in disaccordo su *tutte* le sue risposte. Non solo gli errori di grammatica sono abbondanti, ma pare che lei non sappia cosa sia l’uniformità redazionale, visti i refusi e come li giustifica. Non mi addentro nella loro analisi, perché la ritengo inutile, viste le sue granitiche certezze, e non ne ho neppure il tempo. Quanto all’articolo, trovo alcuni punti genericamente condivisibili, ma il tono generale presuntuoso, sprezzante e poco simpatico, che certo non invoglia il lettore a seguirla nei suoi “insegnamenti”. Il testo, poi, è eccessivamente lungo e verboso e perde quell’efficacia che lei vorrebbe dall’italiano altrui. Evidentemente lei ha frequentato pessime scuole superiori, che le hanno lasciato brutti ricordi e forse insegnato l’italianorum di cui parla. Se ha letto Calvino saprà che sull’anti-lingua ha detto cose più pregnanti e qualche anno prima di lei. Nel frattempo, l’Italia è cambiata, se ne faccia una ragione. NB: sono completamente bilingue italiano-inglese e mi occupo anche di traduzioni e localizzazione di testi. Noto che le non padroneggia più la sua lingua madre, se mai l’ha padroneggiata. Càpita. 🙂

        • Luca Passani

          E con questo bel (e italianissimo!) “Lei non sa chi sono io” si e’ appena candidata a ragazza piu’ simpatica dell’anno. Brava. Se conoscesse cosi’ bene la cultura anglosassone come dice, dovrebbe anche sapere che un “patronizing” cosi’ sfacciato non e’ visto di buon occhio da queste parti.

          Ad ogni modo, non so bene cosa aggiungere per non sembrare che voglia io alimentare una polemica con lei. Osservo solo che lei non sembra aver compreso il contesto dei miei articoli. Non lavoro con le parole come professione, non sono laureato in lettere e nemmeno in lingue. Di professione faccio l’informatico. Detto questo, ho maturato una certa esperienza su come scrivere in italiano e in inglese. Senza avere nessuna pretesa di ambire a premi letterari, sono pero’ arrivato a comprendere i meccanismi che portano ad un uso della lingua concreto e produttivo. Questo mi e’ sempre stato riconosciuto in ambito professionale e mi ha valso l’ospitalita’ su VNY per alcuni articoli (fino a prova contraria apprezzati) sulle relazioni di certi aspetti dell’italiano con l’inglese.
          Con questo articolo in particolare volevo segnalare agli italiani che intendono scrivere in inglese le tecniche che uso io per strutturare le frasi italiane in modo che siano predisposte alla traduzione in un inglese piu’ idiomatico. Nello scrivere l’articolo mi e’ uscita qualche considerazione ad ampio raggio su una certa concezione italiana che vede nel linguaggio ampolloso un valore aggiunto. Mi e’ uscita e ce l’ho lasciata. Se mi e’ scappato un accento di troppo o un uso anomalo di una maiuscola, me ne dolgo e me ne pento, ma riusciro’ ancora a dormire stanotte.

          PS: Poi magari un giorno mi fara’ vedere quali mirabolanti opere letterarie ha prodotto lei nella sua formidabile carriera di professionista della parola.

        • Dino Esposito

          Ho provato un senso di fastidio leggendo il commento e non escludo si tratti dello stesso tipo di fastidio che ha provato lei leggendo l’articolo. Una specie di stridore tra l’input degli occhi che leggono e ciò che il cervello si impone di capire. In sostanza, secondo me, lei ha ovviamente ragione nel criticare la lunghezza del testo e la poca fluidità di molti passaggi. Ha anche ovviamente ragione sull’uniformità redazionale. Non fatico a credere che di mestiere faccia l’editor. Notare ciò che lei ha notato è precisamente il compito di un editor. Il fastidio allora? Credo che lei non abbia minimamente colto il senso del messaggio nell’articolo di Luca. A cui, immagino, non interessasse nulla della forma (e il sito non si può permettere un editor) ma unicamente del contenuto che aveva voglia di condividere ritenendolo utile a chi si trovasse nella condizione di scrivere in inglese e italiano. E il messaggio che lancia, riassumibile in “quando si scrive ‘less is more’ è meglio ma non è quello che insegnano al liceo”, dal mio punto di vista, e dalla mia esperienza di informatico italiano autore di 20 libri in inglese, è totalmente condivisibile e rispecchia lo stesso percorso fatto in 25 anni con numerosi editor madre lingua inglesi.

  • Laura De Tomasi

    “Less is more” non è un modo di dire moderno, ma una formula usata da Ludwig Mies van der Rohe, tra i fondatori del cosiddetto Movimento Moderno (ecco, qualcosa di “moderno” c’è) in architettura. Curiosamente, era un grande estimatore dei filosofi e teologi medioevali: autori di mappazze a confronto delle quali una orrenda traduzione di Seneca come quella qui citata appare fulminante come il titolo di un post di Lercio.

    • Luca Passani

      La ringrazio delle informazioni. Le assicuro che ho sempre sentito dire “less is more” in ambito di redazioni di testi per sottolineare il fatto che “meno e’ meglio”.
      Riguardo all’ “orrenda” traduzione di Seneca in italiorum, passo allegramenti onori e oneri al sito Studenti.it 🙂
      Se proprio chiedessero a me di tradurla in italiano, azzarderei questo:
      “Ad alcuni potrebbe sembrare che la filosofia non serva a nulla, visto che viviamo in un mondo casuale o, al limite, gestito da un dio dal volere imperscrutabile. Ma non e’ cosi’. Con la filosofia chiunque puo’ imparare a crearsi le narrazioni che piu’ gli fanno comodo. Questo e’ uno strumento formidabile per sopportare il destino che ci e’ capitato senza farsi prendere dallo scoramento, o Lucilietto mio.”

  • Filomena Fuduli Sorrentino

    La frase è di solito attribuita all’architetto Ludwig Mies van der Rohe (1886-1969). Anche se lui ha divulgato l’idea, l’origine della frase era nel poema di Robert Browning “Andrew del Sarto”, scritto nel 1855: “Have you wondered who originally said “Less is more”?

    Browning Photo

    Both Mies van der Rohe and Buckminster Fuller adopted it as a way of life–you can see it demonstrated in Mies’ buildings and Bucky’s geodesic domes–but they got it from a poem.

    It’s said by the painter Andrea del Sarto (who was a real person–1486-1531), in Robert Browning’s 1855 poem by that name. (You’ll recognize another well-known line a little later in the poem.) Here’s how Browning had Andrea del Sarto say “less is more.” He’s addressing his beautiful, but somewhat stupid and apparently unfaithful young wife, Lucrezia, for whom he abandoned an important painting commission and–some have said–his true calling. Now his acquaintences snigger behind his back for having passed his prime in painting and husbanding.

    …I could count twenty such …

    Who strive …

    To paint a little thing like that you smeared

    Carelessly passing with your robes afloat–

    Yet do much less … –so much less!

    Well, less is more, Lucrezia: I am judged.

    There burns a truer light of God in them,

    In their vexed beating stuffed and stopped-up brain,

    Heart, or whate’er else, than goes on to prompt

    This low-pulsed forthright craftsman’s hand of mine.

    Their works drop groundward, but themselves, I know,

    Reach many a time a heaven that’s shut to me,

    Enter and take their place there sure enough,

    Though they come back and cannot tell the world.

    … Somebody remarks

    Morello’s outline there is wrongly traced,

    His hue mistaken; what of that? or else,

    Rightly traced and well ordered; what of that?

    Speak as they please, what does the mountain care?

    Ah, but a man’s reach should exceed his grasp,

    Or what’s a heaven for? …”

  • Condivido in pieno il messaggio di fondo di questo articolo. Avendo frequentato entrambi i sistemi scolastici ho avuto l’identica esperienza con I libri di testo delle superiori e dell’università. Chiunque traduca dall’italiano all’inglese e viceversa ha notato come in italia normative, circolari, sentenze, arringhe di avvocati e qualunque testo che pretenda di tenere un registro alto è spesso di difficile lettura e quasi incomprensibile. Indro Montanelli scriveva in maniera cristallina e anche Galileo Galilei (l’autore che più ho apprezzato con Alessandro Manzoni).

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