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70 anni di Italia nel Programma Fulbright: ecco come lo studio unisce le nazioni

Celebrato alla Farnesina l'anniversario dell'estensione del Programma all'Italia, in presenza del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e di ospiti illustri

IL gruppo dei borsisti Fulbright 2018-2019 in posa con al centro il ministro degli Affari Esteri, Enzo Moavero Milanesi.

Era il 1948 quando il Programma Fulbright, avviato due anni prima dal Congresso statunitense grazie alla geniale e avveniristica intuizione di un ex generale americano, veniva esteso anche all’Italia. Sono trascorsi 70 anni, e quelle borse di studio, come ha sottolineato il ministro Moavero Milanesi, hanno permesso "di conoscere meglio le reciproche realtà, americana e italiana, ma anche di fugare i reciproci stereotipi"

Ha compiuto 70 anni ma non li dimostra. Si dice spesso così per rincuorare un amico o un’amica arrivati al traguardo della settima boa. Ma, in questo caso, è proprio vero. Era il 1948 quando il Programma Fulbright, avviato due anni prima dal Congresso statunitense grazie alla geniale e avveniristica intuizione di un ex generale americano, veniva esteso anche all’Italia. Obiettivo ufficiale: «accrescere, attraverso gli scambi culturali tra studenti, la reciproca comprensione tra il popolo degli Stati Uniti e i popoli delle altre nazioni». In realtà, assieme al Piano Marshall – anche questo voluto e avviato da un altro generale a stelle e strisce – si rivelò uno degli strumenti fondamentali con i quali Washington, dopo avere vinto la seconda guerra mondiale e liberato l’Europa dal pericolo nazifascista, riuscì anche a “vincere la pace”.

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Così come attraverso il Programma Fulbright sono passati tanti studenti. Molti dei quali si sono fatti strada nel mondo, vincendo anche il Premio Nobel come: Roberto Giacconi, Carlo Rubbia, Kenneth Arrow, James Buchanan, Peter A. Diamond, Franco Modigliani, Emilio Segre e Oliver Williamson.

In tanti “alumni” si sono ritrovati l’altro giorno al ministero degli Affari Esteri italiano, assieme ai nuovi borsisti di quest’anno. Ed è stata questa giornata, avviata dal nuovo capo della Farnesina, Enzo Moavero Milanesi («Le borse Fulbright permettono non solo di conoscere meglio le reciproche realtà, americana e italiana, ma anche di fugare i reciproci stereotipi») a confermare la validità di una formula tuttora giovane e apparentemente validissima. Talmente valida da spingere, il ministero italiano, come ha rivelato Paola Sartorio, direttore esecutivo della Commissione Fulbright, ad aumentare del 40 per cento il proprio finanziamento annuale. Certamente perché, come ha detto Anita McBride, del Foreign Scholarship Board della Fulbright, la “sezione” italiana si sta rivelando «un modello vincente dell’intero sistema».

Un momento dei lavori.

Ma il quasi raddoppio del contributo sarebbe comunque un “gesto” insolito in questi tempi di strette di bilancio se non si giustificasse, come ha detto alla Voce di New York Vincenzo De Luca, che guida alla Farnesina la Direzione Generale per la promozione del Sistema Paese, con il fatto che la Fulbright si sta sempre più rivelando «un valido apripista degli interscambi internazionali e noi volevamo dare un segnale dell’importanza che annettiamo a questo programma». C’è anche un altro segnale, per la verità: la conferma, ma anche la richiesta, di un maggiore coinvolgimento congiunto di partner pubblici e privati. «Perché – ha detto De Luca – anche se il pubblico continuerà a sostenere il peso finanziario maggiore, c’è un interesse crescente da parte dei privati a partecipare a progetti che nel corso degli anni hanno visto protagonisti più di 10mila giovani di talento». Il che spiega come tra i premiati speciali della giornata ci siano stati sia imprenditori privati come Ermenegildo Zegna e Roberto Wirht promotore da tempo del meritorio programma di aiuto agli studi per i sordi, sia esponenti “pubblici” come Paolo Catalfamo della NIAF, la National Italian American Foundation. Un dato, comunque, sembra certo e lo ribadisce l’ambasciatore americano in Italia, Lewis Eisenberg: «Il Programma Fulbright è stato e sono certo che continuerà a essere fondamentale nei rapporti tra Stati Uniti e Italia».

In effetti, a scorrere la lista dei borsisti del biennio 2018-2019 – studenti ma anche giovani docenti, che hanno affollato e animato allegramente ma compostamente la grande Sale delle Conferenze internazionali del Ministero – si ha la netta sensazione di trovarsi davanti a una risposta vincente. Risulta impossibile fare una scelta, per non fare torto a nessuno. Spaziano in ogni settore: dalla giurisprudenza all’ingegneria aerospaziale, dalla finanza alla biologia, dalla comunicazione all’alimentazione, dai diritti umani all’architettura e via dicendo.

Allora, forse, è meglio citare alcuni degli “alumni” che, a distanza di anni, hanno portato la loro testimonianza. Come il sociologo Franco Ferrarotti che ha catalizzato la divertita attenzione di tutti con i racconti delle sue esperienze di borsista Fulbright. «Un borsista a mia insaputa» ha rivelato. «Era il 1951, era giurassica, quando ero giovane. Ed ero inquieto e depresso per alcuni fatti che mi erano accaduti. Vado nella sede dell’USIS di Milano e… comincio a brontolare. Protesto ad alta voce perché, secondo me, ci sono troppi libri e opuscoli di propaganda. Mi si avvicina un signore anziano, un dirigente, magari ci fossero ancora burocrati così intelligente e intuitivi. Gentilissimo mi chiede perché mi lamento. Mi fa parlare. Poi mi chiede di aspettare un attimo. Torna con dei moduli, me li fa firmare. Lo faccio perché forse devo avere pensato che servissero per richiedere i libri. Invece era la domanda per una borsa Fulbright. E due mesi dopo, non ci pensavo proprio, mi arrivò la lettera ufficiale. Andai in America, a New York. Ma io volevo vedere Chicago che, per me, chissà perché, era la vera America. Venni accontentato. Ecco: la Fulbright per me è stata importantissima». O la musicista e direttore d’orchestra Deborah Cheverino, o la giornalista americana ma di lunga residenza romana Sylvia Poggioli.

Da sinistra: Roberto Wirth, l’ambasciatore Usa in Italia Lewis Eisenberg, Paola Sartorio direttore esecutivo della Commissione Fulbrigth e, seduta, Anita McBride del Foreign Scholarship Board.

Ma è da un’altra ex borsista Fulbright, la giurista e pedagogista Sofia Corradi, giovanissima e grintosissima 83enne, che è venuto un altro segnale importante. La Corradi è chiamata “Mamma Erasmus” non a caso: lei è stata fondamentale nella nascita e sviluppo dell’ormai celeberrimo  scambio europeo di studenti. Ebbene: ha annunciato che, con sua stessa grande sorpresa, l’Unione Europea ha proposto per il periodo 2021-2027 di raddoppiare il finanziamento al Programma Erasmus: da 15 a ben 30 miliardi di euro, una cifra ragguardevole («Non so nemmeno come siano fatti 30 miliardi di euro, non riesco a immaginarmeli») che permetterà il triplicamento degli studenti coinvolti, da quattro milioni a circa 12 milioni.

Ecco, viene da dire che la giornata per le celebrazioni del settantesimo anniversario dell’attività della Fulbright in Italia, è stata importante non soltanto per il suo significato simbolico. L’annuncio dell’aumento del 40 per centro del contributo del Ministero italiano degli Affari Esteri al programma e la conferma del raddoppio europeo al programma Erasmus hanno un significato preciso. C’è una politica che ragiona e, nonostante le difficoltà economiche e le attuali situazioni di tensioni e di “chiusure”, scommette su due carte che alla lunga saranno sempre inevitabilmente vincenti e da giocare contemporaneamente sullo stesso tavolo: la cultura e la gioventù. Perché, come diceva William Fulbright: «Gli scambi culturali non sono mai a somma zero: ci guadagnano tutti. Ovvero: bisogna dare per ricevere».

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