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“Qual è” contro “Qual’è”. Sono entrambi corretti e vi spiego perché!

Un piccolo contributo all'evoluzione della nostra lingua

Il nostro "informatore" ha deciso di prendere di petto un argomento piccolo (ma fastidioso!) che lo perseguita da vari anni: scrivere “qual’è” al posto di “qual è” deve essere per forza considerato corretto.

“No, Leo. ‘Qual è’ si scrive senza apostrofo.”

Mio figlio Leonardo ha inserito un apostrofo dopo la parola ‘qual’ e il verbo essere durante un dettato.

“Perché?” – chiede lui.

Ottima domanda, devo ammettere. Nell’italiano moderno diciamo ‘quale’, mica ‘qual’. Che senso ha inserire questo buffo “punto di singolarità” nella nostra lingua?

“È così. È una regola ortografica. Lo so che sembra buffa. Imparala a memoria e cerca di ricordarla”

Leo mi crede sulla parola e non fa altre domande.

Eppure è una domanda assolutamente sensata. Il suo libro di testo delle elementari (Frutta Candita, Giunti Scuola, pag. 33) riporta una storiella di Scuola Holden (il Numero Sette, da “100 Storie per quando è troppo tardi“):

Il giorno prima della fine della scuola, Chiara, la maestra, ha chiesto a ciascuno di noi quale è la fiaba che ci è piaciuta di più.

Nell’italiano moderno si dice ‘quale’ e non ‘qual’. Provate a mettere il verbo essere al futuro e al condizionale e ve ne accorgerete anche voi.

Nessuno di voi oggi proferirebbe una delle frasi qui sotto, a meno che non vogliate passare come un eccentrico che parla una lingua bizzarra e arcaica:

  • Non so qual sarà il risultato.
  • …e qual sarebbe il suo desiderio?
  • Stavano pensando a qual fosse la scelta giusta.
  • Qual fu scelto?

Se la parola usata è ‘quale’, ne deriva necessariamente che “qual’è” sia un’ortografia assolutamente legittima: chi scrive intende elidere la parola ‘quale’ e non usare il desueto ‘qual’!

Come ulteriore osservazione, prendiamo la frase:

  • Qual’è, o quale sarebbe, il tuo desiderio?

Se non si mettesse l’apostrofo, si introdurrebbero due parole diverse con il medesimo significato in un contesto in cui la ripetizione è richiesta per raggiungere l’enfasi necessaria e dare senso alla frase.

Per quale motivo, allora, i grammatici sostengono che quell’apostrofo sia sbagliato?

La logica dei grammatici nostrani è questa. Nei secoli scorsi si usava in italiano la parola  “qual” e da ciò è derivata la forma senza apostrofo “qual è”. Dal momento che ‘qual’ esiste ancora come forma autonoma, da ciò deriverebbe che la forma “qual’è” sia scorretta.

Quella logica non regge, però. Se qual esiste ancora in italiano, si può certamente argomentare che “qual è” (senza apostrofo) sia corretto, ma, attenzione, non si può affatto concludere che sia errato usare l’apostrofo quando chi scrive intende elidere l’ultima ‘e‘ della parola quale.  Dall’elisione della parola quale deriva la correttezza dell’espressione “qual’è”, a meno di non voler forzare la mano con una convenzione innaturale e non supportata da nessuna logica, se non l’ossequio forzato a una lingua desueta che non esiste più.

Qualcuno chiederà: ma se la logica a supporto del “qual’è” è così forte, perché non lo usano autori famosi?

La cosa interessante è che lo hanno fatto e ancora lo fanno scrittori famosissimi. Collodi, Pirandello, Saviano e altri hanno optato per quella scelta:

Tu non le sai, povero ubriaco filosofo, queste cose; non ti passano neppure per la mente. Ma la causa vera di tutti i nostri mali, di questa tristezza nostra, sai qual’è? La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza.” (L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal)

Qual’è il piacere che volete da me?” (C. Collodi, Le avventure di Pinocchio)

Venendo ai tempi nostri, Roberto Saviano ha affidato il suo pensiero a un tweet:

Anche Roberto Saviano ritiene che “qual’è” vada scritto con l’apostrofo.

Se poi facessi riferimento all’uso su giornali e riviste, sia fisici che online, l’uso di “qual’è” con apostrofo è comunissimo.

Esempio di “qual’è” apostrofato usato nella lingua viva (source: Facebook)

In termini di adozione, quindi, l’espressione con l’apostrofo è adottata eccome. E lo sarebbe ancora di più se la Crusca non si ostinasse a dire che è ancora errata, costringendo i correttori di bozze italiani a correggere nei libri ciò che, ad avviso mio e di altri, non andrebbe corretto.

L’Accademia della Crusca

Vediamo cosa dice la Crusca sull’argomento.

L’esatta grafia di qual è non prevede l’apostrofo in quanto si tratta di un’apocope vocalica, che si produce anche davanti a consonante (qual buon vento vi porta?) e non di un’elisione che invece si produce soltanto prima di una vocale (e l’apostrofo è il segno grafico che resta proprio nel caso dell’elisione). Come qual ci sono altri aggettivi soggetti allo stesso trattamento: tal, buon, pover (solo nell’italiano antico), ecc. È vero che la grafia qual’è è diffusa e ricorrente anche nella stampa, ma per ora questo non è bastato a far cambiare la regola grafica che pertanto è consigliabile continuare a rispettare.

Tradotto: “qual’è” lo usano in tanti e ha senso logico, ma questo non è bastato a cambiare la regola.

E qui i conti non tornano. La Crusca stessa è l’autorità principale in grado di dire cosa è corretto e cosa no nella nostra lingua. Gli accademici fiorentini non possono porsi davanti al problema come se la soluzione dipendesse da qualcun altro. Sono loro che hanno il ruolo di dire, motivando il loro punto di vista, quale sia l’ortografia corretta di parole ed espressioni.

Pur indirettamente, anche la Crusca ammette che l’uso dell’apostrofo in “qual’è” ha una sua logica e una sua legittimità. In virtù di questo è legittimo aspettarsi che gli usi logici e attuali della lingua moderna vengano accolti nella lingua standard.  Trincerarsi dietro un “È così e basta!” significa non svolgere bene il proprio ruolo e disperdere la propria credibilità come massima autorità linguistica.

La lingua italiana appartiene a chi la usa. La Crusca deve mettere in guardia contro scivoloni abnormi dettati dall’ignoranza (vogliamo parlare di “piuttosto che” usato con valore disgiuntivo?), ma deve anche lasciare spazio a evoluzioni ragionevoli del nostro idioma. Quando un modo di scrivere certe espressioni, oltre a essere assolutamente logico, è anche adottato da molti, la Crusca dovrebbe omologarlo e dargli diritto di cittadinanza, senza arroccarsi dietro a bizantinismi come in questo caso.

La Crusca ha, più di ogni altro, la possibilità di dettare le regole della lingua italiana. Trovo ipocrita che essa sostenga che una costruzione sia sbagliata basandosi sull’argomento che non è abbastanza usata. Come fa una persona istruita a usare espressioni e forme che ritiene corrette se la Crusca afferma che sono sbagliate? Occorre necessariamente che qualcuno si prenda l’onere di andare contro il magistero dell’Accademia per un po’ di anni, magari sfidando orde di pedanti on-line (gente che magari non ha mai scritto nemmeno una storiella, ma che si sente autorizzata a denigrare il lavoro degli altri).

Le responsabilità della Crusca nell’era del web

Questo mi porta a parlare di un problema che, nell’era di internet, non è secondario. Come visto sopra (rif: “regola grafica che pertanto è consigliabile continuare a rispettare”), anche per la Crusca usare l’apostrofo è un erroruccio, e non un errore da penna blu.

Eppure molti italiani continuano a credere che si tratti di un errore ortografico catastrofico. Le conseguenze di ciò? Discussioni sul web, anche con figure di primo piano nei rispettivi campi, vengono fatte deragliare con facilità dal troll di turno. Costui spesso non ha argomenti, ma scaraventa la palla fuori dal campo mettendosi a schiamazzare sulla presenza dell’apostrofo in “qual’è”.

L’ex ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, preso di mira da un troll su Twitter per la presenza dell’apostrofo in “qual’è”

In casi come questi mi chiedo: una figura di conclamata competenza della classe dirigente nazionale si apre alla comunicazione diretta con tutti i cittadini e il primo che passa può sentirsi autorizzato a dileggiarlo per l’apostrofo del  “qual’è”? Trovo questo stupido e poco corretto. La Crusca dovrebbe smettere di prestare il fianco a questi comportamenti e sdoganare definitivamente l’elisione della parola ‘quale’.

Aggiungo una nota personale su un argomento limitrofo.

Se i professori hanno davvero tanta voglia di fare del bene alla nostra lingua, farebbero anzi meglio a portare un po’ d’ordine alle regole che sottendono all’uso del congiuntivo. Oggi più che mai la scelta tra congiuntivo e indicativo appare come una dottrina esoterica praticamente impossibile da spiegare agli studenti stranieri della nostra lingua, per non parlare dell’uso errato che ne sento talvolta fare anche dai difensori del congiuntivo!

Fine della nota personale.

D’ora in poi userò solo “qual’è” con l’apostrofo

Mi sono deciso anch’io. Se il problema è quello che “qual’è” potrebbe essere tranquillamente accettato, ma non lo è perché non lo si vede usato abbastanza, d’ora in poi lo userò io, e invito tutti quelli che leggono questo articolo a fare altrettanto.

Se qualcuno dovesse eccepire, porterò prontamente questo articolo all’attenzione dell’interessato. E se anche voi pensate che questa sia una cosa giusta da fare, la soluzione sapete qual’è.

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