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“Essere migrante? È un modo di essere, un’apertura al mondo. Questione di civiltà”

Riflessioni a margine di una tre giorni dedicata all'emigrazione e alle questioni di identità in occasione del simposio "Diaspore Italiane - Italy in Movement"

di Virginia Padovese

Un'immagine che simboleggia l'emigrazione italiana in America.

“Transnationalism and Questions of Identity” è il titolo che ha raccolto gli oltre 60 interventi di questa seconda parte del simposio, "una vera e propria maratona culturale di tre giorni", come l'ha definita il Dean del Calandra Institute Anthony Tamburri

Il simposio internazionale “Diaspore Italiane – Italy in Movement” nasce da una collaborazione fra tre organizzazioni profondamente legate alla migrazione italiana nel mondo: il CoAsIt di Melbourne, il Calandra Italian American Institute di New York e l’Istituzione Musei del Mare e delle Migrazioni di Genova.

“Si tratta di organizzazioni che, seppur molto diverse, si occupano dell’emigrazione italiana, delle comunità italiane all’estero, dell’identità e della cultura italiana in tutti i contesti in cui è stata condizionata da fenomeni di mobilità”, ha sottolineato Paolo Baracchi, responsabile dei progetti culturali del CoAsIt, per spiegare cos’hanno in comune i tre enti che hanno unito le forze per realizzare questo progetto.

L’iniziativa, che si sviluppa in tre appuntamenti nei tre diversi continenti dove hanno sede queste organizzazioni, ha richiamato accademici, ricercatori, ed esperti del settore, per affrontare un tema oggi più attuale che mai.

Transnationalism and Questions of Identity” è il titolo che ha raccolto gli oltre 60 interventi di questa seconda parte del simposio, “una vera e propria maratona culturale di tre giorni”, come l’ha definita il Dean del Calandra Institute Anthony Tamburri.

Per SBS Italian Radio ho seguito il primo appuntamento del convegno ad aprile a Melbourne, e il secondo qualche giorno fa qui a New York. Il terzo si terrà a Genova nel giugno del 2019.

È stato interessante intrufolarsi da giornalista tra accademici che insegnano, studiano e scrivono su un tema così attuale come quello della migrazione. La questione dell’identità del migrante è una questione che sento particolarmente vicina perché mi tocca in prima persona, essendo l’America il terzo continente nel quale mi trovo a vivere dopo aver trascorso i primi 28 anni della mia vita in Italia e i successivi 11 in Australia.

Identità

“Noi qui al Calandra Institute crediamo tanto che il concetto di identità cambi di generazione in generazione. Siamo italiani, ci sentiamo italiani, ma lo siamo in un modo diverso rispetto al 1850 o al 1920″, mi ha detto Anthony Tamburri appena l’ho incontrato. Di questi cambiamenti e dei processi che determinano la formazione dell’identità del migrante si è parlato tanto nei tre giorni successivi.  

A partire dall’intervento di Ernesto Livorni, docente di lingua e letteratura italiana, letterature comparate e studi religiosi presso la University of Wisconsin.

“Spesso diamo per scontato che l’identità sia un’entità data una volta per sempre, invece anche quando viviamo nello stesso luogo e cresciamo in maniera coerente in quello stesso ambiente, sempre con la stessa lingua, circondati dai soliti affetti, non ci rendiamo conto della fluidità dell’identità. Senz’altro, invece, siamo costretti a fare i conti con la fluidità dell’identità quando ci spostiamo da quei luoghi. Quindi possiamo dire che il fenomeno della migrazione costringe gli individui che la vivono a fare i conti con questo cambiamento della loro identità.”

“In realtà viene quasi più facile definirsi quando si emigra e si vive in un contesto diverso da quello in cui si è nati. Ci vediamo diversi e gli altri ci vedono in maniera diversa. Il che aiuta a fare una doppia operazione: di decostruzione prima, più dolorosa, e di costruzione poi. Costruzione che forse potrebbe essere altrettanto dolorosa, ma chi vive la migrazione tende a vedere questa seconda fase – quella del radicamento nel nuovo territorio – come l’aspetto luminoso e propulsivo. Dopotutto chi migra abbandona quei luoghi cari e quelle persone care, per costruire una nuova identità altrove. Poi ovviamente dovrà fare i conti con questa nuova identità, non soltanto costruita dall’individuo, ma soprattutto definita da coloro che incontra nel luogo di arrivo, dalle abitudini, dai costumi, dalla nuova lingua.”

Lingua

Anche da un punto di vista linguistico questa fluidità viene registrata. Giulia Guarnieri, docente presso il dipartimento di italianistica del Bronx Community College, ha analizzato il fenomeno del code-switching, ovvero il passaggio dall’inglese all’italiano o dall’inglese al dialetto,  nel linguaggio dell’emigrante, all’interno dello stesso discorso, spesso anche della stessa frase.

Nell’archivio di Ellis Island sono custodite oltre 2.000 interviste degli immigrati arrivati a New York tra la fine del 1800 e il 1950. Circa 240 di queste sono in italiano e Guarnieri ne ha studiate alcune.

“Il cambiamento di codice è un fatto di identità. A volte si usa il dialetto per spiegarsi meglio, per rimarcare un punto in particolare, per cercare una parola che non ha un vero e proprio equivalente nella seconda lingua. Oppure il dialetto viene usato quando c’é molta emotività, si parla del passato, della gioventù o si ricordano traumi. O ancora, in momenti intimi. È anche un indicatore di identità della provenienza.”

Mobilità o migrazione?

Se è vero che guardiamo all’emigrazione del passato con un occhio un po’ romantico: la vecchia foto in bianco e nero, il baule della nonna, la valigia di cartone, il riferimento agli affetti di famiglia nel dialetto d’origine, è altrettanto vero che l’emigrazione di oggi è un fenomeno dal quale in molti vogliono prendere le distanze. Pare che molti giovani che si sono trasferiti all’estero dopo la crisi finanziaria del 2008 non amino definirsi migranti. Preferiscono parlare di mobilità anziché di migrazione, dando al termine migrazione un’accezione in un certo senso negativa. Questo almeno è quanto emerge da uno studio condotto da Roberta Ricucci, docente presso l’Università di Torino, che oltre ad analizzare la situazione ha cercato di spiegarsi il perché di questa volontà di prendere le distanze dalle migrazioni del passato.

“Nella percezione di molti degli intervistati, soprattutto di quelli non altamente qualificati, la nozione di migrante è una nozione connotata negativamente. Loro si percepiscono, si vivono, si considerano si auto-identificano non con il concetto di immigrato. Dal loro punto di vista, partire è stata una scelta, una scelta personale, una scelta reversibile, una scelta – tra l’altro – in cui ricevono aiuto dalle famiglie e non mandano aiuto alle famiglie.”

“Non si vogliono riconoscere tra chi emigra perché nel dibattito più recente, al termine migrante è stata associata una narrazione negativa. Il migrante è colui o colei che ha bisogno e al migrante vengono assegnati nell’immaginario pubblico solo dei connotati negativi. I giovani intervistati vogliono prendere le distanze da questo concetto e dalla migrazione del passato.”

“La presa di distanza dal termine migrante è inferiore in chi è più qualificato, perché chi è altamente qualificato ha altre identità da giocarsi. In un’intervista può ammettere di essere un immigrato, tanto l’identità principale percepita nella vita quotidiana sarà quella della sua professione che andrà a coprire l’identità del migrante.”

Ricordare per capire

E qui è stato Pierangelo Campodonico, direttore dell’Istituzione Musei del Mare e delle Migrazioni di Genova, a farmi capire quanto sarebbe tutto più facile se riuscissimo a “combattere la tentazione nella nostra società di scordarci di quello che siamo stati: una comunità di migranti”. 

A giugno sarà proprio Genova a fare da padrona di casa alla terza ed ultima parte del progetto. Campodonico ha ricostruito per noi la storia del MuMA e ci ha parlato delle sue aspettative per gli appuntamenti di giugno.

“Il nostro museo nasce nel 2004 e nel rifacimento e nella riproposizione delle collezioni abbiamo scoperto una particolarità che era sempre rimasta un po’ in secondo piano: gran parte del nostro patrimonio modellistico narra una storia poco conosciuta, quella delle navi dell’emigrazione italiana. A partire da questo patrimonio poco conosciuto abbiamo potuto riprendere il filo di una storia che è la storia dell’emigrazione: queste navi erano quelle che avevano portato  i nostri progenitori in America Latina prima e poi successivamente a Ellis Island e negli stati dell’America del Nord. Quindi è stato quasi naturale realizzare una prima mostra un po’ sperimentale, relativa al mondo della navigazione, ma soprattutto alle condizioni con cui gli emigranti partivano dall’Italia alla fine dell‘800 e all’inizio del 900.”

“Ci sono tante storie dell’emigrazione di cui parlare. Così nel 2011 all’interno del Museo del Mare è nata una sezione permanente chiamata MEM – Memoria e Migrazioni.”

“Nel 2016 poi abbiamo creato la sezione “Italiano anch’io”. Parlando delle migrazioni è diventato quasi naturale fare dei paragoni tra l’emigrazione di ieri e l’emigrazione di oggi. Nel 1973 noi abbiamo l’inversione del dato demografico per quanto riguarda gli arrivi e le partenze. Sono più le persone che arrivano in Italia che quelle che partono. L’Italia dopo essere stata per un secolo dalla sua nascita un Paese di emigrazione inizia a diventare anche un Paese di immigrazione. Di qui la necessità di parlare anche di questo, di questi nuovi italiani che arrivano da diversi Paesi.”

“Al convegno di giugno a Genova parleremo di memoria ed amnesia. Di come dobbiamo combattere la tentazione nella nostra società di scordarci di quello che siamo stati: una comunità di migranti. Perché avere il senso di essere stati una comunità di migranti ci porta ad avere un atteggiamento differente nei confronti degli altri. È un modo di essere quello del migrante, un’apertura al mondo, quello che noi potremmo chiamare transnazionalismo, ed è quindi una grande questione di civiltà. Io credo che riflettere su questi argomenti e su questi problemi faccia bene soprattutto alle nostre società e ci aiuti a costruire un futuro diverso.”

Come ha ricordato in chiusura Anthony Tamburri, è fondamentale che riflessioni di questo tipo escano dalle aule di ricerca per arrivare alla gente. “Per colmare il vuoto tra il mondo accademico e quello non accademico, fatto di persone informate”.

E questo articolo è stato scritto proprio per questo.

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