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L’italiano e le carenze linguistiche: perché non è (solo) colpa della scuola

“La lingua italiana (per chi la sa usare leggendo, scrivendo o parlando) sta bene. Stanno male gli italiani che la sanno usare poco", disse Tullio De Mauro

Dizionario (Pixabay).

Oggi l’analfabetismo è praticamente scomparso ma esiste un gran numero di analfabeti funzionali, cioè, persone che sanno leggere ma non riescono a comprendere un testo scritto o un discorso formale. Per capire bene il problema dell’italiano odierno dobbiamo ricordare che, fino al tempo dell’unità d’Italia, l’italiano era la lingua di una piccolissima minoranza e quelli che parlavano e scrivevano in italiano in tutta l’Italia erano tra il 2,5% e il 10% dell’intera popolazione

Seguendo una discussione sul cattivo uso dell’italiano degli studenti mi sono decisa a scrivere questa riflessione sulla storia e il percorso della lingua italiana. I docenti si lamentano delle carenze linguistiche dei loro studenti di vario tipo: grammatica, sintassi, e lessico. Il problema della lingua scritta si affronta anche con l’inglese nelle scuole di New York, dove per rimediare hanno attivato corsi di recupero di scrittura e lettura con docenti specializzati. Dunque, un problema complesso e sociolinguistico. 

Il tema dell’uso dell’italiano corretto o errato è simile a quello affrontato in passato con la “questione della lingua”. Una storia vecchia che va di pari passo con quella della letteratura italiana: dal De vulgari eloquentia di Dante, alle Prose della volgar lingua del Bembo, il risciacquo dei panni nell’Arno del Manzoni, fino a giungere a Calvino e al neo-italiano industriale di Pasolini. L’unità linguistica iniziò con Dante, che attraverso la sua opera De Vulgari Eloquentia esaminò pregi e difetti delle diverse lingue parlate in tutta la penisola e in seguito l’italiano si sviluppò dal fiorentino, ma il percorso non fu facile. Nel 1861, il 90% della popolazione sarda veniva classificata come analfabeta, invece di classificarla di lingua straniera. A quei tempi la media italiana di analfabetismo era del 75%, con una minima del 54% in Piemonte, Lombardia e Liguria e una massima dell’86% nel Sud. Dall’Emilia al Lazio la media di analfabetismo andava dal 68% all’83%, il Veneto era al 65% e la Toscana il 74%. Nel 1911 la media italiana era scesa al 40%. In Sardegna era scesa al 58% mentre in Calabria era al 70%, in Piemonte l’11%, in Veneto al 25% e in Toscana al 35%. Nel 1951 la media italiana era scesa al 14%; 2,3% nel nordovest, 7-8% nell’Emilia e nel Veneto, 10-11% in Toscana e Lazio, 32% in Calabria, e 19% negli Abruzzi. Fino a sessanta anni fa l’80% della popolazione italiana parlava in dialetto o una lingua diversa dall’italiano. All’inizio del XIX secolo i dialetti italiani erano così diversi da essere reciprocamente incomprensibili, e verso di essi c’è sempre stato pregiudizio; la gente pensava che l’italiano standard fosse la lingua usata dalla borghesia mentre i dialetti venivano usati dagli agricoltori e dalla classe operaia.

Il 22 dicembre 1947 venne approvata la Costituzione con 453 voti a favore e 62 contrari, e nel  1948 entrava in vigore il diritto allo studio con l’articolo 34: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.” Ma in realtà il diritto non era garantito a tutti i ragazzi per vari motivi: l’accesso all’istruzione superiore e all’università era riservato ai ragazzi di famiglie agiate, mentre quelli provenienti da famiglie povere e da classe operaia e agricola erano una risorsa economica per la loro famiglia, quindi dovevano andare a lavorare e non potevano frequentare la scuola. E così, fino agli anni 50-60, molti bambini non finivano nemmeno la scuola elementare. Nel 1950, anche se il paese stava attraversando un periodo di ricostruzione infrastrutturale, economica, sociale e politica, meno del 20% della popolazione italiana parlava correntemente l’italiano nella vita quotidiana. L’analfabetismo e il semi-analfabetismo erano ampiamente presenti nella popolazione.

Eppure bisogna aspettare il decreto statale del 2007 affinché l’età di frequenza scolastica obbligatoria sia revocata dai 14 ai 16 anni e tutti gli studenti possano completare almeno 10 anni di istruzione composti da: 5 anni di scuola elementare, 3 anni di scuola media, e 2 anni di scuola superiore. Ed è compito sia delle scuole e sia delle famiglie fornire un’adeguata istruzione culturale e linguistica a tutti bambini e ragazzi. Comunque, non è stata la scuola a diffondere l’italiano in tutta la penisola durante gli anni, bensì l’introduzione della televisione nel 1954, anche se aveva un solo canale. I programmi televisivi cominciarono a essere trasmessi dalla RAI, l’emittente statale. Negli anni tra il 1958 e il 1962 la televisione divenne un modo per riunire le persone (pochissime persone avevano effettivamente un televisore in casa) e soprattutto un modo per seguire programmi culturali e linguistici.

Infatti, tra il 1960 e il 1968 la RAI trasmise uno spettacolo di pomeriggio che si chiamava “Non è mai troppo tardi”, presentato dal maestro Alberto Manzi, responsabile dell’alfabetizzazione della popolazione italiana che non aveva avuto accesso alla scuola ed era rimasta completamente analfabeta. Con il programma del maestro Manzi molti analfabeti hanno imparato a leggere e a scrivere e circa un milione e mezzo di italiani hanno ottenuto il certificato di istruzione primaria (quinta elementare). Eppure, mentre durante i primi 20 anni della sua esistenza la televisione dello Stato ebbe una funzione istruttiva, dagli anni ’80 in poi si concentrò su spettacoli con comportamenti banali, e a volte anche volgari e lontani dalla realtà, ed ebbe un effetto negativo sull’istruzione culturale delle generazioni più giovani. Il linguaggio della televisione è diventato molto più semplice, pieno di slang, privo di sintassi, e spesso errato, e impoverisce la lingua italiana. In altre parole, una forma di “populismo linguistico” progettato per attrarre i giovani e la massa di persone prive di un’istruzione culturale.

Nel 1970 apparve il libro “Lettere da una tarantata” con una nota linguistica dello storico della lingua italiana Tullio De Mauro che diceva: “non ha padronanza dell’italiano e trova quindi difficoltà a scrivere. Nelle sue lettere sono presenti numerosi errori ortografici e forti storpiature dialettali, ma lei non si scoraggia e si convince che l’importante è farsi capire”.  Lettere da una tarantata costituisce un importante punto di riferimento per capire la nascita e lo sviluppo dell’italiano popolare. In seguito, il libro diventerà un testo di riferimento per gli studi sull’uso dell’“italiano popolare unitario”; il libro raccoglie le 65 lettere che la protagonista Anna, contadina semianalfabeta, nata a Ruffano nel 1898, inviò tra il 1959 e il 1965 all’antropologa Annabella Rossi. Anna rappresenta per Tullio De Mauro l’incarnazione della volontà di comunicare delle classi inferiori. Egli ha apprezzato il suo stile, definendolo vivace e originale, e ha invece criticato l’italiano insegnato nella scuola, paragonandolo a un “rullo compressore” che rende la lingua piatta e vuota. 

L’etichetta di italiano popolare fu introdotta nel 1970 da Tullio De Mauro e Manlio Cortelazzo. Lo storico De Mauro lo aveva definito “il modo d’esprimersi di un incolto che, sotto la spinta di comunicare e senza addestramento, maneggia quella che ottimisticamente si chiama la lingua nazionale”. Cortelazzo invece lo aveva definito come “il tipo di italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto”. Alcuni studiosi, partendo dalla concezione di De Mauro, mettono in dubbio l’effettiva presenza di un italiano standard, e hanno valutato positivamente l’italiano popolare considerandolo la ricchezza di quelle classi sociali con una competenza linguistica minima, ma pura e autentica. Altri studiosi invece hanno seguito la concezione di Cortelazzo riconoscendo ampio vigore all’italiano standard, e hanno evidenziato l’inferiorità dell’italiano popolare, sostenendo la necessità di estirparlo.

Secondo gli studi di Tullio De Mauro le prime tracce di italiano popolare comparvero dopo l’Unità d’Italia, e il suo sviluppo sarebbe quindi avvenuto nel corso del Novecento, e che l’uso dell’italiano si è diffuso nel secondo dopoguerra. Nel 1974 solo il 25% della popolazione sapeva parlare e scrivere l’italiano, ma oggi il 90% degli italiani usa correntemente la lingua italiana, anche se il 44% degli italiani alterna lingua nazionale e dialetto. Il prof. Tullio De Mauro è stato anche ministro dell’istruzione e ha analizzato i problemi della lingua italiana nelle scuole. Egli ha evidenziato che il sistema scolastico italiano fu progettato tra gli anni 1923-25, e fino agli anni ‘60 le scuole venivano frequentate solo da ragazzi agiati che avevano libri nelle loro case, discussioni intelligenti, famiglie acculturate, e supporto, e dunque arrivavano nelle aule già dotati di un bagaglio di conoscenze mentre il resto del paese era analfabeta.

Oggi l’analfabetismo è praticamente scomparso ma esiste un gran numero di analfabeti funzionali, cioè, persone che sanno leggere ma non riescono a comprendere un testo scritto o un discorso formale. Per capire bene il problema dell’italiano odierno dobbiamo ricordare che, fino al tempo dell’unità d’Italia, l’italiano era la lingua di una piccolissima minoranza e quelli che parlavano e scrivevano in italiano in tutta l’Italia erano tra il 2,5% e il 10% dell’intera popolazione. In seguito la lingua italiana è arrivata a essere parlata da circa 60 milioni di abitanti sparsi in tutta la penisola, ma il veloce cambiamento ha assorbito tratti dei dialetti locali e dell’italiano regionale presentano alterazioni della morfologia e della sintassi dell’italiano standard, derivante dalla tradizione scritta e adatto agli usi formali. Questa evoluzione graduale della lingua italiana successe senza che la scuola riuscisse a stare al passo dei suoi cambiamenti, resi estremamente veloci anche dai mezzi di comunicazione di massa.

Inoltre, l’italiano e il dialetto sono due lingue diverse ma gli italiani, invece di concepire una divisione tra le due lingue, hanno continuato a mischiarle tra loro e così oggi abbiamo dialetti italianizzati, e un italiano dialettizzato e pieno di errori. Eppure, negli ultimi 50 anni molti termini regionali, dalla Toscana, dalla Lombardia, dal Veneto, da Napoli e dalla Sicilia, sono entrati nella lingua nazionale e non sorprende che i dialetti siano stati studiati da linguisti e usati nella letteratura e nella poesia. Però, nonostante l’italiano sia una lingua ricca di termini, espressioni idiomatiche e sfumature semantiche, e i dizionari più completi possono contenere da 80.000 a 250.000 voci, le ricerche condotte dallo storico della lingua italiana, Tullio De Mauro, alcuni anni prima della sua morte (1932-2017), hanno dimostrato che circa la metà della popolazione usa solo 3000 parole nella conversazione di tutti i giorni.

Tornando alla scuola, la riforma del 1962 ha istituito la media unica (mista) e l’accesso all’istruzione è cresciuto non solo per i ragazzi della buona borghesia ma anche per i figli degli operai e dei contadini. Purtroppo gli insegnanti non erano preparati al compito di accogliere e istruire i ragazzini delle classi più disagiate e quindi l’istruzione non tutti i ragazzi riuscivano a seguire la scuola; chi era agevolato imparava e gli altri rimanevano semianalfabeti. Arrivati agli anni ’70 le cose cominciano a migliorare ma il problema si era spostato alle medie superiori: prima il liceo era frequentato solo dal 6-7% dei ragazzi ma poi le percentuali sono cresciute velocemente e la scuola non riusciva ad adeguarsi al cambiamento. Anche oggi, nonostante il decreto del 2007, che obbliga dieci anni di istruzione, non tutti i ragazzi frequentano la scuola e completano 10 anni di studio. Spesso negli istituti mancano risorse, o le lezioni non sono aggiornate e gli studenti non riescono a sviluppare la capacità di pensiero critico. Oppure manca l’accesso alla tecnologia, come i tablet, o gli studenti con problemi di comprensione nella lettura non ricevono l’aiuto e il sostegno che avrebbero bisogno e interrompono gli studi.

Dunque, la lingua evolve e cambia e questo è stato da sempre dimostrato da studiosi, linguisti, e sociolinguisti. Nel 2013 De Mauro aveva affermato: La lingua italiana – per chi la sa usare leggendo, scrivendo o parlando – sta bene. Stanno male gli italiani che la sanno usare poco. Stanno male non per ragioni puristiche o astratte, ma perché conoscere male la lingua nazionale significa studiare male – se uno ci prova – altre lingue e significa avere una vita di relazione modesta, non capire tante cose che servono sul lavoro, nella produzione”.  Il grande e illustre prof. De Mauro aveva ragione, la lingua italiana è ricca di termini e, purtroppo, molti italiani conoscono un numero limitato  di vocaboli sia della lingua italiana e sia di quella regionale, e di conseguenza le loro abilità linguistiche sono e rimangono limitate.

Voglio citare le parole di un altro illustre linguista, Francesco Sabatini, filologo e lessicografo, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, autore di numerosi libri, e professore emerito all’Università degli Studi Roma Tre. Il prof. Sabatini è molto coinvolto in interventi e incontri-studio sulle problematiche linguistiche che rappresentato le attività di aggiornamento per i docenti, nei quali non solo indica l’uso corretto dell’italiano ma spiega anche l’origine di tanti modi di dire. Il prof. Sabatini ha sempre raccomandato ai docenti la didattica della “grammatica valenziale”, un modello di descrizione della frase diverso da quello proposto dall’analisi logica. Il modello inizialmente fu elaborato dal linguista francese Lucien Tesnière (1893-1954) e poi rielaborato da Sabatini. Il modello valenziale, unendo il concetto di sintassi al concetto di semantica, permette di studiare la grammatica che si fonda su due principi: considera decisamente come unità di osservazione la frase; individua nel verbo l’elemento centrale costitutivo della frase partendo dal lessico. La filosofia del prof. Sabatini mira alla promozione dell’insegnamento dell’italiano con un’impostazione didattica su basi più scientifiche, e da’ attenzione alle implicazioni pluridisciplinari, i quali possono essere di gran beneficio a chi vuole essere all’ avanguardia nella comunicazione verbale.

Nel 2017, in un articolo per il Corriere della Sera, il prof. Sabatini ha criticato il sistema d’istruzione italiano con queste parole: “I mali del nostro sistema di istruzione vengono spesso denunciati pubblicamente non dalla scuola, ma dall’Università e, a livelli più avanzati, dagli ordini professionali. Non si contano le lamentele dei professori di Giurisprudenza sull’incapacità degli studenti di quella Facoltà (la chiamo ancora così, anche se questa struttura è stata cancellata) di redigere la tesi o anche solo una tesina in un italiano accettabile. Alcuni docenti hanno deciso di eliminarle, perché sarebbero tutte da riscrivere. Fanno seguito le lamentele dei presidenti degli ordini forensi, nazionali e regionali, che denunciano l’impreparazione linguistica di molti giovani avvocati. Sui concorsi che riguardano questa categoria e anche quella degli aspiranti magistrati cali un velo pietoso (basta leggere le cronache dei giornali a ogni tornata di tali concorsi). Non si contano neppure le lagnanze per l’oscurità delle circolari ministeriali, dei testi normativi (perfino lo schema preliminare del decreto per l’esame di italiano nella maturità!), degli avvisi pubblici, criptici (che cos’è il «luogo dinamico di sicurezza» negli aeroporti, se non un «percorso di fuga» in caso di pericolo?) o pletorici (le Ferrovie dello Stato stanno consultando l’Accademia della Crusca per migliorarli)”.

Per concludere: se nei licei e nelle università l’italiano corretto lo sappiamo scrivere e parlare in pochi, non dipende dalle scuole o dai docenti ma dalle famiglie e dalla società. Le scuole sono aperte a tutti e oggi tutti hanno accesso alle università ma questo non garantisce a tutti gli studenti una correttezza ortografica grammaticale senza che essi si applicano a migliorare le loro carenze linguistiche e grammaticali. Molti ragazzi non hanno sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base nelle medie e nei licei e questa lacuna di apprendimento non si può più colmare nelle università.

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