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Giovanni Meli, il poeta siciliano ispirato dalle donne, tradotto da Gaetano Cipolla

Intervista con il "sicilianista" autore di un nuovo volume sul famoso poeta-medico palermitano del XVIII secolo così sensibile alla bellezza femminile

L'attrice Maria Grazia Cucinotta, tipica bellezza femminile siciliana che si può ritrovare nelle poesie di Giovanni Meli (Foto Nicolas Genin, Wikimedia Commons)

Gaetano Cipolla, Professore alla St. John's University di New York e profondo conoscitore della lingua siciliana, ci parla della poesia di Giovanni Meli, anche quella erotica: "“Lu labbru” fa parte di una serie di odi erotico-galanti scritte dal Meli per donne dell’aristocrazia palermitana con la quale venne a contatto esercitando la professione di medico. Si tratta di poesie erotiche di straordinaria leggerezza nelle quali Meli celebra la bellezza femminile, posandosi ora su “La vuci”, ora su “L’occhi”, “L’alito”, “lu pettu”, “Li capiddi” “lu neu”... Ma ci sono anche odi che riguardano temi sociali, in cui Meli condanna l’avarizia, le illusioni, la perversione degli uomini che non vivono secondo i consigli della natura..."

Gaetano Cipolla.

Sappiamo benissimo che la poesia siciliana ha ispirato illustri poeti del passato a scegliere di scrivere in italiano invece del latino, ma poco sappiamo di quanto la lingua siciliana sia ancora oggi un’ispirazione per molti scrittori siciliani e stranieri contemporanei. Su questo tema abbiamo intervistato un esperto appassionato della lingua siciliana, il professore Gaetano Cipolla, autore di numerosi libri in lingua siciliana, tra i quali ricordiamo “Learn Sicilian”, “Siciliana – Studies on the Sicilian Ethos and Literature” della collana Studi Siciliani, pubblicata da Legas. Il professor Cipolla non solo scrive in siciliano, ma traduce opere dal siciliano all’inglese; ha tradotto infatti in inglese molte opere di Giovanni Meli. Nel mese di settembre ha pubblicato un’edizione critica de La lirica di Giovanni Meli, per i tipi di Nuova Ipsa, Palermo. Un progetto ambizioso dedicato alla lirica del celebre poeta palermitano che contiene una ricca collezione di Odi, Sonetti, e Canzonette scritte in siciliano e tradotte in italiano per far conoscere il poeta palermitano e la lingua siciliana.

Giovanni Meli (Palermo, 6 marzo 1740 – Palermo, 20 dicembre 1815) fu un poeta e drammaturgo palermitano, il più famoso tra i poeti siciliani del suo periodo. Per il suo modo di vestire da prete venne chiamato Abate Meli, anche se non ricevette gli ordini sacerdotali. L’Abate Meli fu anche scienziato, medico, letterato, linguista, e anche commentatore critico della politica contemporanea. Un grande poeta che usò la lingua siciliana con orgoglio. Durante la sua vita esercitò la professione di medico, ma divenne famoso per le sue opere letterarie, le quali lo portarono a essere conteso dalle dame dell’aristocrazia palermitana. Meli era molto sensibile alla bellezza femminile ed ebbe vari amori che cantò nelle sue Odi e nelle sue Canzonette. In seguito, Meli fu imitato da altri poeti come Goethe, Leopardi, Foscolo e altri prosatori dialettali siciliani, e le sue opere furono tradotte in latino, greco, inglese, e francese.

Una statua di Giovanni Meli a Palermo

Professore Cipolla, come è nato il suo amore per la poesia siciliana e la lingua siciliana?

“È difficile isolare la scintilla che mi ha spinto a dedicare una buona parte della mia carriera alla promozione della lingua e della cultura siciliane. È stato un avvicinamento graduale iniziato alla NYU quando mi fu chiesto di recitare qualche poesia in siciliano. Ricordo di aver letto due poesie di Giovanni Meli. L’esperienza mi insegnò che la vera poesia è quella che produce i brividi in noi. E questo accade principalmente nella lingua “addutata dî patri” direbbe Ignazio Buttitta, cioè la lingua che si impara da bambini. Quella sera recitai “L’occhi” del Meli che comincia con “Ucchiuzzi niuri, si taliati /faciti cadiri /casi e citati”. Quell’“ucchiuzzi niuri”, tradotto in italiano non mi fa nessun effetto, mentre in siciliano evoca emozioni e ricordi sopiti, induce epifanie, entra nell’animo in maniera diretta e immediata, direi viscerale. Devo dire che pur avendo conseguito il Ph.D. in letteratura italiana sapevo ben poco sulla letteratura in siciliano. Avevo già raggiunto il rango di Associate Professor alla St. John’s University quando ho cominciato seriamene a dedicarmi allo studio della cultura siciliana. Nel 1987 fui eletto presidente di Arba Sicula che, come Lei sa, promuove la lingua e la cultura siciliane nel mondo, un lavoro che continuo ancora oggi”.

 Lei ha tradotto in inglese molte opere di Giovanni Meli, L’origini di lu munnu, il Don Chisciotti e Sanciu Panza, le Favole Morali, la Lirica, un lavoro che l’ha impegnato per anni.  Il motivo di questa sua scelta? 

Ho fondato una collana per Legas intitolata “Pueti di Arba Sicula” che finora ha pubblicato 17 volumi in formato bilingue (Siciliano/Inglese) per far conoscere i poeti siciliani nel mondo perché sono convinto che essi sono i migliori ambasciatori di un popolo. Le opere di Giovanni Meli fanno parte di questa collana perché Meli è non solo il più grande poeta siciliano ma anche perché ha saputo esprimere nelle sue opere l’essenza dello spirito dei Siciliani. Mel, come disse Giuseppe Pitrè, “fu la più perfetta incarnazione delle idee e aspirazioni dell’alto e medio ceto del secolo XVIII, e anche il più schietto pittore dei costumi del tempo…che deplora le miserie dei tempi”. Nelle sue opere esprime il contrasto permanente nel suo spirito tra idealismo e scetticismo. Il suo Don Chisciotti e Sanciu Panza è in effetti una proiezione del dilemma in cui si dibatte l’autore. Egli incarna l’idealismo di Don Chisciotti che auspica un mondo migliore per i poveri siciliani, che scolpisce su di un tronco le sue idee per una più equa distribuzione delle ricchezze, su una migliore applicazione della giustizia, sulla pace universale, ma incarna anche lo scetticismo di Sanciu Panza che crede solo a ciò che può toccare con le mani, che sa per esperienza che lo status quo siciliano non cambierà. Il contrasto tra le due tendenze dello spirito meliano è alla fine vinto da Sanciu che è il vero protagonista del poema, non Don Chisciotti, le cui sante idee vengono ridicolizzate dallo scudiero come deliri di un folle. Sanciu scrive l’epitaffio del padrone dicendo: 

La cinniri ch’è sutta sta balata

Fu spogghia d’un eroi di desideriu;

chi mai sappi cunsari na nzalata,

non ostanti pritisi in tonu seriu

di cunsari lu munnu…

 

Nell’aldilà Don Chisciotti per le sue follie viene condannato a raccogliere il vento con una rete per sei mesi e stare per le sue sante idee nei Campi Elisi per gli altri sei, mentre Sanciu guadagna un posto tra i filosofi”. 

La copertina del libro curato da Gaetano Cipolla

Nel mese di settembre ha pubblicato un’edizione critica de La lirica di Giovanni Meli per i tipi di Nuova Ipsa, Palermo. A quanto ho capito, fa parte di un progetto ambizioso iniziato qualche anno fa. 

“Sì, fa parte di un progetto assai ambizioso che ha come obiettivo la pubblicazione di tutto quanto scrisse Meli durante la sua lunga carriera, inclusi anche gli scritti scientifici. Meli oltre ad aver esercitato la professione di medico, fu anche scienziato. Infatti, fu il primo professore di chimica allo studio di Palermo prima che diventasse università. Il piano prevede undici volumi. Finora sono apparsi solo i primi cinque volumi. A me è stata assegnata La Lirica da pubblicare in tre volumi. Questo è il primo e include 46 Odi, 16 sonetti e 7 Canzonette. L’editore generale, il prof. Salvo Zarcone, è morto recentemente ma si spera di poter continuare il progetto, nato peraltro dal bisogno di offrire una valutazione più corretta della figura del poeta tenendo conto dei novi studi sul periodo in cui visse. 

La più famosa delle Odi di Meli, “Lu labbru”, che lei ha incluso nel suo libro, dimostra la finissima galanteria di Meli e trasmette un coinvolgimento erotico. Quali altre delle sue Odi trasmettono lo stesso coinvolgimento erotico?

“Lu labbru” fa parte di una serie di odi erotico-galanti scritte dal Meli per donne dell’aristocrazia palermitana con la quale venne a contatto esercitando la professione di medico. Si tratta di poesie erotiche di straordinaria leggerezza nelle quali Meli celebra la bellezza femminile, posandosi ora su “La vuci”, ora su “L’occhi”, “L’alito”, “lu pettu”, “Li capiddi” “lu neu”, ecc. senza mai uscire dai limiti del buon gusto. Giorgio Santangelo che ha curato Le Opere, dice che Meli “non scivola mai nella grossolana passionalità o nella licenziosità: egli ha saputo creare versi intensi di tenerezza e di sensualità, sorridenti e maliziosi ma che sono ad un tempo, fra i più casti della poesia arcadica.” Devo dire comunque che Meli sapeva scrivere versi assai più spinti, non tanto diversi da quelli del suo contemporaneo poeta catanese Domenico Tempo. Solo che non li pubblicò in vita.

Lei ha tradotto queste poesie in inglese, una cosa ovviamente non facile. Potrebbe darci un esempio?

Eccole un piccolo capolavoro: “La vucca”.

LA VUCCA

  Ssi capiddi e biundi trizzi

sù jardini di biddizzi,

cussì vaghi, cussì rari,

chi li pari nun ci sù.

  Ma la vucca cu li fini

soi dintuzzi alabastrini,

trizzi d’oru, chi abbagghiati,

perdonati, è bedda chiù:

  Nun lu negu, amati gigghia,

siti beddi a meravigghia;

siti beddi a signu tali

chi l’uguali nun ci sù.

  Ma la vucca ’nzuccarata

quannu parra, quannu ciata,

gigghia beddi, gigghia amati,

perdonati, è bedda chiù.

  Occhi, in vui fa pompa Amuri

di l’immensu so valuri,

vostri moti, vostri sguardi

ciammi e dardi d’iddu sù.

  Ma la vucca, quannu duci

s apri, e modula la vuci,

occhi… Ah vui mi taliati!…

Pirdunati, ’un parru chiù.

The Mouth

Oh, those braids of golden hair 

are a garden sweet and fair; 

they’re so beauteous and rare 

none comparison will dare.

But the mouth with eburnine,

pearly teeth so neat, so fine,

Golden Braids that all outshine,

please don’t mind, ’tis more divine.

My dear brows, I can’t deny 

you’re as lovely as the sky, 

you’re so lovely to the eye, 

all who see you simply sigh.

But the mouth’s a sugar beet 

when she opens it to greet, 

lovely brows that love entreat, 

please forgive me, ’tis more sweet.

Love has chosen you, dear eyes, 

just to flaunt his greatest prize. 

All your actions, all your sighs 

represent his flames, his guise.

But the mouth I so adore 

when her words begin to pour. 

Lovely eyes, why do you stare?

Please forbear … I’ll say no more.

 Quali altri tempi esplora il poeta nelle Odi? 

“Nel “Viaggiu retrogradu,” che è la prima ode che serve come introduzione al resto, il genio di Meli fa un viaggio immaginario a visitare i geni del passato e incontra cinque poeti che possiamo considerare come dichiarazioni del gusto e delle preferenze dell’autore, etichette utile per definire lo stile del Meli. I poeti antichi sono Pindaro, Saffo, Anacreonte, Teocrito e Dafni. I più importanti sono Anacreonte che cantò le gioie della vita, il brio, l’amore, il vino, e Teocrito, il poeta siracusano padre della poesia bucolica con la quale è collegato anche Dafni il pastore siciliano istruito dal dio Pan. Meli, come sappiamo fu chiamato il nuovo Anacreonte ed egli stesso si dichiara l’erede di Teocrito in un sonetto posto all’inizio di una delle sue opere più famose, la Buccolica. I temi connessi con questi poeti dominano le Odi. Ma ci sono anche odi che riguardano temi sociali, engagè, in cui Meli condanna l’avarizia, le illusioni, la perversione degli uomini che non vivono secondo i consigli della natura, la mancanza della pace e della tranquillità che furono per lui due qualità essenziali”.

Perché questo poeta del 700, Giovanni Meli, era nominato il più moderno dei siciliani?

“Meli faceva parte di un gruppo di persone progressiste che erano all’avanguardia a Palermo. Apparteneva alla massoneria internazionale e credeva nei suoi ideali umanitari. Si era formato durante l’illuminismo, Con le sue Favuli morali voleva promuovere un mondo razionale laico educando le masse secondo i nuovi principi scientifici. Voleva promuovere l’agricoltura in Sicilia seguendo le dottrine fisiocratiche secondo le quali l’unica vera ricchezza dell’uomo era la terra e che per migliorare le condizioni di vita dei Siciliani bisognava sviluppare un sistema più appropriato per far crescere la sua produttività. Meli comunque fu anche conservatore dal punto di vista politico. Non apprezzò Napoleone e la Rivoluzione Francese. Ma fu certamente un contestatore, un uomo dell’opposizione. Fu sempre della parte dei poveri e dei deboli. Pur dovendo frequentare i ricchi e nobili per poter sopravvivere non ebbe mai grande stima di loro. Avversione e necessità sono i due poli che delimitano la saggezza meliana. Se da un lato la sua formazione di scienziato e filosofo ancorato alla realtà e all’osservazione empirica gli ispirava avversione per quella superficiale e gaudente società aristocratica palermitana, dall’altro non poteva fare a meno di frequentarla perché la sua professione e la sua sopravvivenza dipendevano proprio da quella società; se il suo occhio di scienziato guardava con profonda avversione le ingiustizie sociali che affliggevano la Sicilia, non poteva sfogare i suoi sentimenti in maniera libera a causa della censura, delle inevitabili ripercussioni politiche ed economiche che si sarebbero abbattute su di lui; se il suo spirito si ribellava davanti ai soprusi, all’incompetenza e all’immoralità di certe azioni politiche doveva necessariamente dissimulare i suoi sentimenti, camuffandoli con le allegorie, con la finzione poetica, con le favole di cui sono protagonisti gli animali. Doveva presentarle come verità promulgate da bizzarri come Don Chisciotti o da animali, oppure come immaginati nel sogno, o non pubblicarle affatto pur condividendo i suoi veri pensieri con amici fidati e lasciandoli come documenti per i lettori futuri sulle sue carte manoscritte.

Meli non amò la rivoluzione ma fu certamente un rivoluzionario a modo suo. Le sue Favole morali sono una chiara e innegabile accusa contro i vizi e le ingiustizie del mondo”. 

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