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Il dialetto, la lingua madre di noi italiani da preservare con orgoglio

In occasione della Giornata Internazionale della Lingua Madre, una riflessione sull'evoluzione linguistica del nostro Paese e sull'importanza dei dialetti

Cartelli stradali bilingui, in italiano e friulano.

Il dialetto era la lingua madre di molti italiani sino a cinquant'anni in Italia, e la lingua italiana invece era quella che si imparava a scuola. Oggi la situazione è diversa, e anche se in Italia esistono moltissimi dialetti non sono quasi più parlati in famiglia o con gli amici. Eppure, molti dialetti italiani sono delle vere lingue plasmate nei secoli dai diversi popoli della penisola, e sono un vero patrimonio linguistico tutelato dall’UNESCO come minoranze linguistiche

La Giornata internazionale della Lingua Madre fu proclamata nel 1999 dall’articolo 2 dalla Conferenza Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza, e la cultura, e dal 2000 viene celebrata ogni anno il 21 febbraio per promuovere la diversità linguistica e culturale, il poliglottismo, per comprenderne storia e identità, e dare pari dignità a ogni cultura. “Le lingue madri, in un approccio multilinguistico, sono fattori essenziali per la qualità dell’istruzione, che è alla base dell’emancipazione di donne e uomini e delle società in cui vivono. Il multilinguismo è il nostro alleato per garantire un’istruzione di qualità per tutti, promuovere l’integrazione e combattere la discriminazione. Ogni aspirazione ad una vita migliore, ogni aspirazione allo sviluppo si esprime in una lingua, con parole precise per farla vivere e trasmetterla. Le lingue sono ciò che noi siamo, proteggerle significa proteggere noi stessi”!”, ha dichiarato Irina Bokova, Direttore Generale dell’UNESCO.

La data ricorda la tragedia avvenuta nel 1952 quando diversi studenti bengalesi dell’Università di Dacca rimasero uccisi mentre protestavano per il riconoscimento del bengalese come lingua ufficiale (il Bangladesh era allora parte del Pakistan). Nel 2007 la giornata della lingua madre è stata riconosciuta dall’Assemblea Generale dell’ONU, che sancisce che la diversità linguistica è un elemento importante della diversità culturale e occorre promuovere il rispetto e la protezione di tutte le lingue, in particolare quelle a rischio d’estinzione inclusi i dialetti. Infatti i dialetti sono un bene culturale immenso da studiare e preservare per continuare a sentire il legame con le radici della nostra cultura millenaria.

Il dialetto era la lingua madre di molti italiani sino a cinquant’anni in Italia, e la lingua italiana invece era quella che si imparava a scuola. Oggi la situazione è diversa, e anche se in Italia esistono moltissimi dialetti non sono quasi più parlati in famiglia o con gli amici. Eppure, molti dialetti italiani sono delle vere lingue plasmate nei secoli dai diversi popoli della penisola, e sono un vero patrimonio linguistico tutelato dall’UNESCO come minoranze linguistiche. La legge 15 dicembre 1999, n. 482, “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”, ha introdotto nell’ordinamento, “in attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i princìpi generali stabiliti dagli organismi europei ed internazionali” (art. 2), una disciplina di tutela delle lingue e delle culture minoritarie storicamente presenti in Italia, e specificamente delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo. Queste minoranze linguistiche sono rappresentate da circa 2.500.000 parlanti in 1.171 comuni di 14 regioni italiane.

La lingua madre si acquisisce e non si impara. Il legame tra la lingua materna e la costruzione dell’identità è legato agli affetti che struttura la mente del bambino durante gli anni formandone l’individualità. Il linguista e filosofo del linguaggio Tullio De Mauro (Torre Annunziata, 1932 – Roma 2017) parlando della tutela delle minoranze linguistiche aveva sottolineato che il plurilinguismo caratterizza la storia e la cultura della società contemporanea: Riconoscere le dignità delle parlate minori è un fatto di diritto civile, di rispetto dell’ambiente linguistico ma è anche un fatto pedagogicamente decisivo per l’apprendimento della stessa lingua italiana… Una lingua, voglio dire una lingua materna in cui siamo nati e abbiamo imparato a orientarci nel mondo, non è un guanto, uno strumento usa e getta. Essa innerva la nostra vita psicologica, i nostri ricordi, associazioni, schemi mentali. Essa apre le vie al con-sentire con gli altri e le altre che parlano ed è dunque la trama della nostra vita sociale e di relazione. […] Stiamo assistendo ad un rimescolamento etnico-linguistico senza precedenti nella storia umana [che spinge anche le scuole a] salvaguardare l’identità dei nuovi arrivati, favorire e promuovere il loro effettivo inserimento” (Tullio De Mauro, Seimila lingue nel mondo).

Attraverso la lingua la cultura parla, si esprime, e comunica la nostra identità. E anche se la definizione del dialetto si basa su un concetto puramente sociale, sociolinguistico, che parte dalla buona conoscenza del linguaggio regionale ed arriva alla lingua locale, in essa sono include le tradizioni storici, culturali, e l’identità di chi lo parla, poiché in un dialetto c’è un lungo e complesso percorso che rappresenta sia la lingua regionale che sia l’identità locale delle persone. I dialetti sono una viva e spontanea espressione linguistica socio-culturale che si acquisisce vivendo sul luogo per questo motivo la loro comprensione può essere una sfida per chi non ne conoscono la cultura di chi li parla. Nonostante ciò dobbiamo essere fieri dei nostri dialetti italiani perché sono lingue minorili italiane collegata a una storia antichissima che arricchisce la nostra cultura. Eppure, oggi i dialetti non sono più la lingua madre degli italiani, e secondo i dati pubblicati dall’Istat parla il dialetto in famiglia e con gli amici solo chi ha un basso titolo di studio.

Il report sulle lingue dell’Istat, aggiornato al 2015, stima che il 45,9% della popolazione di sei anni e più (circa 26 milioni e 300mila individui) si esprima prevalentemente in italiano in famiglia e il 32,2% sia in italiano sia in dialetto. Soltanto il 14% (8 milioni 69mila persone) usa, invece, prevalentemente il dialetto. Ricorre a un’altra lingua il 6,9% (all’incirca 4 milioni di individui, nel 2006 erano circa 2 milioni 800mila individui). Nel 2015 circa il 60,1% della popolazione con un’età maggiore o uguale a 6 anni parla una o più lingue straniere (34 milioni 370mila persone). La conoscenza delle lingue straniere è più diffusa al Nord rispetto al Sud: nel Nord-ovest il 66,2%, nel Nord-est il 65,7% mentre al Sud il 50,6% e alle Isole il 51,5%. Sono soprattutto le persone laureate di 25-44 a conoscere una o più lingue straniere (il 96%), mentre tra coloro che hanno conseguito la sola licenza media la percentuale è del 55,7%. Tra coloro che conoscono una o più lingue straniere il 48,1% conosce l’inglese, il 29,5% il francese e l’11,1% lo spagnolo. L’inglese è la lingua che viene usata soprattutto nello studio (45,4%) mentre il francese, lo spagnolo e il tedesco sono usati soprattutto nel tempo libero e per dialogare con amici e parenti.

Quindi, i dialetti non devono essere visti, o ascoltati, come un fastidioso ricordo di quando si era poveri o di quando l’italiano era la lingua delle persone istruite, ma apprezzati come un patrimonio tramandato di notevole ricchezza linguistica e come la lingua madre degli italiani. La lingua delle nostre emozioni è il nostro bene più prezioso, e nonostante il problema della lingua continui, non solo in Italia ma anche in altri parti del mondo, e le polemiche e i pregiudizi sulle lingue minori, legate a una realtà emotiva, siano ancora evidenti, concludo con la famosa frase del grande Nelson Mandela: “Parlare a qualcuno in una lingua che comprende consente di raggiungere il suo cervello. Parlargli nella sua lingua madre significa raggiungere il suo cuore”.

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