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Duecento anni insieme: “L’Infinito” di Leopardi, poesia senza tempo

La più famosa poesia di Giacomo Leopardi nel 2019 spegne duecento candeline. Una ricorrenza che sarà celebrata con importanti manifestazioni

Colle dell'infinito a Recanati (Wikimedia).

“L’infinito”, la poesia più celebre di Giacomo Leopardi, compie duecento anni. Il 2019 sarà denso di manifestazioni, ma anche di ricordi personali, perché questi versi hanno accompagnato le diverse età della nostra vita. E oggi conservano la magia di saper raccontare l’inquietudine eterna dell’uomo, sospeso tra bisogno di infinito e consapevolezza dei propri limiti

In Italia e all’estero, è previsto un fitto programma di manifestazioni nel 2019 per il bicentenario de L’infinito, la più nota delle poesie di Giacomo Leopardi. Dal Centro studi leopardiani di Recanati all’Accademia mondiale della poesia, una moltitudine di iniziative. Letture e riflessioni, ma anche musica, mostre, rappresentazioni teatrali, persino sperimentazioni culturali, ritrovi amicali e percorsi sportivi: uno sciame di occasioni eterogenee per festeggiare l’idillio che dopo due secoli continua a smuovere emozioni.

Quest’opera è legata ai ricordi della giovinezza, agli studi scolastici che ci permisero di conoscerla, sul momento costringendoci contro voglia a faticosi esercizi di memoria, come con tante altre opere. Oppure associata ai pensieri della maturità, quando i versi sono risuonati nella mente, mentre la curiosità ci portava a fare mille altre scoperte, leggendo per diletto o per professione.

Abbiamo aperto testi risalenti nel tempo o semplici novità di stagione, opere eterogenee, che spesso hanno avuto il potere di lasciare un segno, gioia o smarrimento, sorpresa o riflessione, senza che riuscissero però ad oscurarne, dei versi leopardiani, la magia. Per molti, si è creato un misterioso intreccio tra la poesia, così carica di luce ed ambiguità, e le vicende personali, dalla giovinezza sino alla maturità, creando suggestioni e spunti di riflessione.

Non vi è stata solo una differenza di stagioni della vita a mutare il punto di vista singolare su quei versi, ma un cambiamento più complesso e radicale, che ha riguardato lo sfondo sociale, e dunque letterario, di riferimento, mettendo in discussione la stessa ragion d’essere del fare poesia, e di farla a quel modo.

Motivi tutti che hanno moltiplicato i canoni di lettura del testo nel corso dei duecento anni e reso ancor più difficile – per ciascuno, individualmente – avvicinarsi ad esso. Impossibile farlo a cuore leggero, più spesso ci siamo avvicinati all’Infinito con timore e inquietudine, sentimenti naturali di chi sia consapevole di cimentarsi nella più improba delle imprese, il corpo a corpo con una delle vette più alte della poesia di ogni tempo.

Una esperienza, l’incontro con l’indicibile, da cui si esce ogni volta sfiniti e quasi smarriti, e tuttavia desiderosi di ricominciare un’altra volta, e poi ancora, al più presto, mai paghi dei pensieri raccolti, delle immagini evocate. E semmai conquistati da una voglia irrequieta di capire, mitigata ma non vinta dalla difficoltà di comprendere qualcosa in più, magari rassegnandosi nei momenti complicati a girarci intorno, tenendo a distanza Leopardi nell’impossibilità di afferrarlo tutto, ma senza mai perderlo di vista.

Scriveva Italo Calvino che classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire. Molteplici gli spunti possibili, coltivati dalla critica in tanto tempo: la riflessione storica sul Romanticismo, l’analisi lessicale-filologica delle parole, la critica letteraria dei versi. Soprattutto il valore autobiografico del testo, così rappresentativo della tensione vitale del poeta di Recanati, la sua perenne oscillazione tra il bisogno di infinito e l’impossibilità di raggiungerlo. Tra il desiderio di felicità che si vorrebbe non finisse mai perché, osservava il poeta, “dove trova piacere, l’anima aborre che sia finito”, e la percezione della difficoltà di realizzare il sogno di pienezza.

Ma, in un contesto pur così ampio e complesso, proprio nella connessione tra vita e parola, i versi leopardiani hanno la capacità di superare indenni un lasso di tempo tanto esteso, come due secoli, in cui tutto è mutato profondamente: il clima culturale, le audaci speranze coltivate dalle nazioni e dai singoli, le tragiche cadute storiche del ‘900, le odierne incertezze esistenziali ed economiche sui destini comuni.

Con L’infinito, il passare del tempo è stato lieve e clemente. Come raramente accade nella scrittura. E’ rimasta una fascinazione difficile da spiegare che non è soltanto lo spunto per leggere ancora il testo, approfondirne il significato, ampliando il già vasto campo dei studi leopardiani. Molto di più e anche di diverso: quei versi rinviano immediatamente a noi stessi, aprono uno squarcio sulla nostra esistenza, rivelandone oscurità e mistero. Bisogna lasciarsi interrogare, non solo stupire. E ogni tentativo di definizione ci rende perplessi ed insoddisfatti. Appaiono tanto riduttive le categorie con le quali spesso indichiamo gli atteggiamenti personali, o le sensazioni letterarie: contemplazione e disillusione, abbondono mistico e scetticismo incredulo, emotività istintiva e superficiale.

Non importa essere credenti od atei, neoromantici o postmoderni, rivoluzionari o conservatori. In comune possono tutti avere un irrinunciabile desiderio del tutto, e una realistica consapevolezza del possibile fallimento, insieme però alla convinzione di dover cercare strade nuove, e pur sconosciute, da percorrere. L’ambivalenza compiuto/infinito centra il cuore dell’inquietudine umana, l’eterno anelito ad una dimensione di pienezza e felicità, e l’irriducibile impulso a superare la caducità dell’esistenza.

Vi sono limiti alla conoscenza umana: “l’ermo colle e questa siepe .. il guardo esclude”. Sembrano invalicabili ma non sono ostili, meritano la nostra gratitudine perché proprio l’ostacolo ci suggerisce di non fermarci, di guardare oltre, al di là di ciò che si frappone tra noi e le più segrete aspirazioni.

Però la realtà ci impone un registro diverso, esige talvolta rinuncia ai sensi e completo abbandono all’immaginazione. “Nel pensier mi fingo”: solo il pensiero permette di esplorare quell’altrove misterioso che è nascosto e forse custodito oltre le numerose difficoltà in cui inciampiamo nel quotidiano. Non è un impedimento ulteriore “fingersi”, dunque immaginarsi soltanto, ciò che non è dato ammirare concretamente: anzi conduce a scoprire ed ammirare la vastità dell’orizzonte. “Al di là del porto c’è solo l’ampio mare. Mare eterno assorto nel suo mormorare”, cantava Fernando Pessoa.

Se esistono dei limiti, è possibile spaziare liberamente con la mente, e allora nulla ci è più precluso, la vista si fa ampia e profonda sino a svelarci le immagini del cuore: “gli interminati spazi, i sovrumani silenzi, la profondissima quiete”. Nulla è più concreto di un sogno. L’infinito non è frutto ingannevole di pura illusione, e questo modo così singolare ci permette di sperimentarlo. Ricordarlo durante il nostro viaggio nel presente è un’insolita bussola tra contraddizioni e stordimenti.

Possiamo anche provare un senso di smarrimento, quasi di vertigine, abitando questa dimensione, ma esso è frutto di meraviglia e pienezza, non di paura: ormai con “le morte stagioni”, tutte le età già trascorse, è cancellata ogni traccia di precarietà e di piccolezza, angustia e privazione. Avvertiamo l’incanto del silenzio, e con esso un brivido di eternità.

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