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Scheggia n. 3: mi chiamano il “Signorino” e vengo dalla Zona Espansione Nord

Il terzo di un ciclo di 46 racconti brevi, "Schegge", capaci di catturare l'attenzione del lettore e validi strumenti per lo studio dell'italiano

Foto di Nikita Volodko da Pixabay

Io ero Il signorino, per questo non mi hanno ucciso.
Sono nato allo ZEN, Zona Espansione Nord, e sono cresciuto per undici anni in mezzo a
quelle case, quelle strade, quei garage abusivi e tutta quella società che di legale non aveva proprio nulla.

Allo ZEN non entrava nemmeno la polizia, non osava. Ogni tanto ci aveva provato, gli abitanti avevano accolto i poliziotti con lanci di pentole, piatti e altro.

Quelli dello ZEN non si toccano. Mai.

Mia madre aveva dovuto interrompere gli studi al secondo anno delle superiori. Non era una cima, ma avrebbe continuato se i suoi genitori non fossero morti in un incidente automobilistico.

Lei aveva diciassette anni, ma era stata bocciata ed era indietro di un anno. Figlia unica. Fu accolta dalla zia materna, trovò un lavoro e smise di studiare.

Prima lavorò come commessa in un panificio, poi fu assunta in un supermercato. A venti anni aveva persino i contributi per la pensione di vecchiaia. L’avevano messa in regola e lavorava otto ore al giorno.

Sposò mio padre perché era rimasta incinta. Mio padre lavora in un’officina meccanica di automobili. È il capo squadra perché è bravo e lavora da quando aveva quindici anni.

Anche lui ha dovuto lasciare la scuola. Era iscritto in un Istituto Tecnico. Per questo è capo squadra.

Anche lui era alle superiori, più bravo di mia madre, non ha mai perso un solo anno, però quando suo padre è caduto da un’impalcatura ed è rimasto inabile allora si è messo a lavorare per campare la famiglia e poi per campare noi.

Mio nonno adesso ha la pensione di invalido e ci campa bene da quando mia nonna è morta, poverina; lei era casalinga.

Io nel pomeriggio frequentavo una scuola privata, sia alle elementari che alle medie.

Quando tornavo, la sera, restavo a casa a guardare la televisione. Non uscivo mai, nemmeno dopo le elementari. Mia madre lavora ancora dalla mattina al primo pomeriggio. Quando ero piccolo veniva a prendermi a scuola e mi portava da una signora che accoglieva diversi bambini. Tutti noi avevamo le mamme lavoratrici.

La signora ci dava un piatto di pasta e un frutto. Poi ci faceva fare i compiti.

La mattina la scuola pubblica vicino al posto di lavoro di mia madre, il pomeriggio la scuola privata vicino alla scuola pubblica. La mia giornata era chiusa tra tre strade e poi lo ZEN.

Da quando mia madre ha cambiato lavoro stiamo meglio. Per questo abbiamo cambiato casa, perché adesso possiamo pagare l’affitto.

Allo ZEN l’affitto era ridicolo, così diceva mio padre, e se anche non avessimo pagato non ci avrebbero cacciato mai. Tutti gli abitanti sarebbero scesi nella strada per difenderci.

Anche se noi non frequentavamo nessuno eravamo comunque dello ZEN.

Nessuno ha mai criticato i miei genitori, a casa mia non c’era mai nessuno per quasi tutto il giorno, nessuno poteva avere niente da ridire. Mio padre e mia madre erano persone educate e salutavano tutti i vicini di casa, ma non erano amici di nessuno.

C’era di tutto allo ZEN, dalle persone per bene, con un lavoro e uno stipendio regolare, alle persone senza un lavoro fisso ma con un sacco di soldi provenienti dal traffico di droga o di armi o altro.

I ragazzini della mia età vivevano in strada tutto il pomeriggio, in estate anche la sera, dopo cena.

Si conoscevano tutti perché erano anche compagni di scuola.

Nessuno di loro veniva a cercarmi a casa, la mia scuola non era la loro. Non sapevo che mi avevano soprannominato il signorino, ma sapevo che portavano rispetto ai miei genitori. Negli anni ho saputo che mia madre aveva detto a tutti che ero malato e non potevo stare per la strada, e non potevo giocare a correre. Ero malato. I malati si rispettano, sempre. Io non ero malato, ma mia madre non voleva affatto appartenere a quella società che viveva anche di illeciti. In parte aveva paura, in parte si sentiva diversa da loro.

Aveva accettato lo ZEN perché con papà non guadagnavano abbastanza per pagare un affitto in città e al tempo stesso mettere su famiglia.
Quando ci trasferimmo era giugno. La scuola era appena finita. Il giorno del trasloco era
sabato, papà aveva chiesto un permesso in officina, lui il sabato lavorava mezza giornata. Mamma il sabato lavorava soltanto poche ore. Da qualche tempo l’avevano licenziata, il supermercato aveva ridotto il personale. Poi aveva chiuso. Per fortuna lei aveva avuto la liquidazione.

Aveva trovato subito lavoro come badante presso una signora molto anziana e anche molto ricca. La proprietaria della nostra nuova casa. La signora Amalia. Ci aveva preso in simpatia e aveva capito che se mia madre avesse abitato in città, lei ne avrebbe tratto un beneficio maggiore, mai avesse avuto bisogno di qualche ora in più o di qualche notte da fare, in caso di malattia, vista la sua età.

Era vedova la signora Amalia, senza figli. Aveva molti appartamenti in quel quartiere e viveva con gli affitti e con la pensione del marito. Non aveva molte amicizie. Necessitava di una compagnia per fare la spesa e per la passeggiata mattutina, ma anche di qualcuno che cucinasse per lei.

Tre volte alla settimana una donna andava a fare le pulizie e a stirarle la biancheria.

La mamma le leggeva il giornale, l’accompagnava all’ufficio postale, in banca, ogni mese facevano insieme il giro degli appartamenti e dei negozi per ritirare gli affitti. Nessuno degli inquilini portava il mensile a casa della signora Amalia, voleva essere lei a ritirare presso ognuno le buste con le somme dovute.

Accadde il giorno prima dei miei esami di diploma.

Mamma mi aveva chiesto una mano d’aiuto. La signora Amalia adesso si spostava sulla sedia a rotelle e mamma il giorno prima, nel fare un brusco movimento, era rimasta con la schiena bloccata, il colpo della strega, muscoli contratti e dolore, impossibilità di fare qualsiasi sforzo. Mi aveva telefonato un’ora dopo essersi recata al lavoro, la nostra casa era poco distante dal palazzo della signora Amalia. Lasciai i libri sulla scrivania e scesi subito. Il tempo della strada, circa tre minuti, il portone era aperto, accadeva spesso e la mamma se ne lamentava sempre. Aveva una gran paura ad entrare in quel grande androne sempre in penombra. Salii le scale a piedi e bussai alla porta dicendo ad alta voce “Mamma sono io, apri”. Sapevo delle sue paure.

Mi aprì un ragazzo che mi tirò dentro casa. C’era un altro ragazzo che aveva una pistola in mano, uno zaino in spalla e teneva per un braccio mia madre.

La signora Amalia era nella sua stanza, ancora a letto.
Entrambi i giovani si scambiarono uno sguardo d’intesa.
Avevano rubato di tutto, dai gioielli all’argenteria. Lo zaino era pieno.
Forse non volevano uccidere nessuno, ma erano stati visti.
Avevano fatto male i conti, non sapevano che quel giorno mamma e la signora sarebbero
uscite più tardi. Nessuno si era appostato per avere la certezza che nella casa non ci fosse nessuno.

“È il signorino” disse quello che mi aveva fatto entrare.
“Se parli sei morto, tu non ci hai visti.” Disse l’altro.
Io non li conoscevo e non avrei mai potuto riconoscerli, loro invece si ricordavano di me.

Quello con lo zaino lasciò il braccio di mia madre, conservò la pistola dentro i pantaloni, aprì la porta ed entrambi uscirono.

Dissi la verità. Non li conoscevo.
Allo ZEN hanno detto che ero sempre stato uno di loro.

A proposito di...

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