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MUSICA LIRICA/ Vissi d’arte e d’amore

 

 Voce tra le più incantevoli e vellutate che si possano ascoltare, soprano lirico, capace com’è di passare con incredibile  facilità dai toni più drammatici e scuri a quelli più luminosi e belcantistici per eccellenza, notevole nell’estensione e assai abile nel fraseggio, un repertorio vastissimo e stupefacente che copre tutta la storia della lirica: è Angela Gheorghiu, artista esemplare, personalità decisa e determinata, passionalmente coinvolgente qualunque sia la creatura interpretata, simile anche nei lineamenti a una certa Maria Callas. Due dive in assoluto che certo non han bisogno di presentazione alcuna. Un debutto recente per la Gheorghiu alla Carnegie Hall e, soprattutto, un «Homage to Maria Callas» pubblicato dall’EMI Classics, a ricordarne la scomparsa avvenuta nel 1977, un album contenente favolose arie che hanno segnato i successi e i destini di entrambe, da Puccini (“Bohème”) a Gounod (“Faust”), da Bellini (“Il pirata”) a Leoncavallo (“Pagliacci”), da Saint-Saëns (“Samson et Dalila”) a Catalani (“La Wally”), da Bizet (“Carmen”) a Giordano (“Chénier”), da Cherubini (“Medea”) a Massenet (“Le Cid”), da Cilea (“Lecouvreur”) a Verdi (“Traviata”). Un’occasione per la Gheorghiu di mettere in mostra la naturalezza con la quale sa entrare nelle vesti di ogni donna ed esprimere i mille e più tratti che le rendono tutte a dir poco uniche: romanticismo, passionalità, seduzione, delicatezza, determinazione, carattere, etc., creature ora sognanti e forti, ora apparentemente deboli ma sempre capaci di raggiungere il loro fine, in grado di dare tutto di sé fino all’estremo sacrificio ma capaci anche di pretendere lo stesso dai loro partner. Eterno femminino a tutto tondo, in cui la Gheorghiu si trova a suo agio, sia da un punto di vista umano sia da quello squisitamente  artistico.

  Perché quest’“Omaggio alla Callas”?

«Devo confessarti, ed e la prima volta che lo faccio, che l’idea di quest’“omaggio” è di mio marito Roberto (il tenore Alagna, ndR), da sempre ispirato dal repertorio della Callas che io ho scelto poi per questo Cd. L’idea è stata poi subito accolta dall’EMI, che ha immediatamente caldeggiato questo ideale

“duetto”, reso anche possibile dal fatto che entrambe apparteniamo alla medesima scuderia discografica. Infine, e non da ultimo, perché per più motivi mi sento davvero assai vicina a questa straordinaria artista».

"Divina" la Callas, "divina" la Gheorghiu: cosa vi accomuna e cosa vi differenzia?

«La tua domanda mi fa venire i brividi. Ho capito solo adesso, infatti, quel che la piccola Angela Burlacu, nata ad Adjud, sia diventata oggi. Sono una cantante lirica, ma già a diciotto anni, a Bucarest, avevo diverse scritture, incisioni e videoclip al mio attivo. Studiavo ancora allora, e potevo considerarmi ormai una cantante professionista. Ho cominciato con la “Traviata”, la “Luisa”, la “Butterfly”, la “Bolena” e la “Rondine” – puoi trovarne versioni in Youtube. Ero, quindi, ormai pronta ad intraprendere una vera e propria carriera artistica. Ho cominciato a studiare

canto a 14 anni, all’Art Lyceum di Bucarest, con Mia Barbu. Ho ascoltato molto il bel cantare della rumena Virginia Zeani quando ne scoprii i dischi, più tardi vennero poi le sue incisioni con l’EMI, la Decca e la RCA.

Sono semplicemente rimasta sempre stupefatta della personalità di Maria Callas, ma anche sorpresa dalla sua capacità e dal suo coraggio nel risolvere alcuni problemi tecnici, dalla sua determinazione ad andare oltre gli insegnamenti basilari, cosa comunque da non consigliare certo a giovani cantanti. Capii allora che la tecnica da sola non basta, è importante sì, ma ci vogliono personalità e determinazione. Il timbro di voce è ciò che occorre per essere poi un personaggio sia in scena sia nella vita privata. Sono sempre stata affascinata dalla Callas. Che cosa abbiamo in comune? Preferirei che fosse il pubblico, gli ascoltatori, a decidere».

Grandi cantanti si nasce o si diventa?

«Artisti si nasce, non lo si diventa. Devi avere dentro qualcosa e saperlo poi usare, se vuoi essere artista. Devi inol- tre aggiungervi, come già detto, un certo timbro, una certa abilità e un carisma speciale; devi cioè essere differente,

andare al di là dell’ordinario. Sono cose queste che o le hai o non puoi acquistarle. E devi essere anche un po’ fortunata.

Devi avere il tuo “Ursitoare” a proteggerti, come nella “Bella addormentata”. Nella mitologia rumena l’Ursitoare si crede appaia tre notti dopo la nascita di una bambina, per determinarne il corso della vita, come una sorta di fato greco».

Che cosa la Callas e la Gheorghiu hanno da insegnare a chi aspira a diventare cantante d’opera?

«La capacità di darsi al pubblico, anche accettando enormi sacrifici. Spesso noi artisti paghiamo questi sacrifici tutta la vita. Un’artista infatti vende sogni. I soldi e la fama non necessariamente sono associati all’essere artisti. Anche quando avevo sei anni non pensavo mai ai soldi. Dio mi ha concesso questo grande dono da dare al pubblico, e lasciarlo sognare con me. Ho sempre desiderato cantare opera, perché credo sia una forma d’arte assai complessa e completa. Mi definisce come persona e mi soddisfa. Ma, ovvio, non si possono raggiungere certi livelli se non attraverso l’assiduo lavoro, lo studio costante e gli insegnamenti necessari. Il resto, poi, spetta al destino».

Che differenza c’è tra la lirica di 40-50 anni fa e quella di oggi?

«Oggi c’è indubbiamente più tensione. Ogni mossa, ogni movimento in scena vengono vivisezionati. Si aggiungano poi i continui viaggi e il quadro risulta più completo. L’intera nostra esistenza è segnata infatti dalla velocità. Ma mi sono ormai abituata a tutto ciò. Sono parte di questa generazione; e questa deve vivere con i fantasmi della generazione passata. Le incisioni fatte sono un esempio che tutti vogliono imitare, in modi e stili; è difficile far capire alle nuove leve che i gusti cambiano di generazione in generazione. Alcuni credono che suono ed immagine fossero migliori prima e non si capacitano con quello che sta accadendo oggi. E’ un po’ come tenere menti ed occhi chiusi. La differenza maggiore col passato sta poi nel fatto che oggi i nuovi direttori d’orchestra vogliono creare e imporre nuove esperienze, senza rendersi conto che quel che è "moderno" oggi sarà “vecchio”già domani; e ciò rende perciò immortali e davvero classiche le vecchie produzioni».

A chi la Gheorghiu somiglia di più? A Mimì, Nedda, Dalila, Carmen, Medea, Adriana, Violetta o a…?

«Mio Dio, a nessuna e un po’ a… tutte. Ognuna di esse è parte della mia anima, del mio essere, della mia personalità;

ma tutte restano però persone "altre", altre donne, in altri periodi storici. Cerco di immedesimarmi con loro il più

possibile, sulla scena o quando incido. Per me non c’è differenza alcuna ad interpretare queste creature nelle loro vesti d’epoca, o in edizioni concertanti o in sala incisione. E’ la stessa cosa sempre, e cerco al massimo di cogliere quel che si agita nel loro animo. Sai che Leo Nucci, Sir Georg Solti, e l’orchestra e coro della Royal Opera House avevano gli occhi lucidi quando provai a Londra la “Traviata”? E’ stata quella una grande lezione di vita per me».

C’è comunque, fra queste, una creatura alla quale lei si sente più vicina, e perché?

«Floria Tosca, senza dubbio, perché ella stessa era cantante lirica; e poi anche Adriana per il suo carattere vero e sincero, era anche lei un’artista. Pure Mimì mi è molto vicina, perché in Romania, da studentessa, ho vissuto una sorta di vita bohèmienne. Cantavo, piangevo e ridevo, e a volte soffrivo davvero anche la fame. La vita bohèmienne mi è sul

serio scorsa nelle vene».

Che cosa significa per la Gheorghiu essere in scena?

«Essere a casa! La scena è la mia casa. Per questo mi piace essere in teatro. E’ un rito ove si compendia e si svolge la mia vita. Solo la stanchezza o qualche malore mi costringono a cancellare di tanto in tanto qualche impegno; e ciò, credimi, mi fa soffrire molto. Il mio motto potrebbe essere "Vissi d’arte, vissi d’amore"».

Qual è il segreto della sua stupenda coloratura?

«Non è superba. Molte altre hanno infatti una coloratura migliore della mia. Io, forse, ho un modo particolare di cantarla. Infatti, a parte i quattro anni dai 14 ai 18 quando studiai con Mia Barbu, sono sempre stata autodidatta, sono sempre stata la mia allenatrice, la mia pianista, la mia maestra. E dell’altro, chiamalo se vuoi talento o conoscenza, devo solo ringraziare Dio».

Qual è il rapporto ideale con il maestro e l’orchestra di turno?

«Quando in entrambi c’è amore per l’arte e rispetto reciproco. In tali situazioni riesco a dare tutta me stessa. Ma se mi accorgo che un maestro "non accompagna i cantanti", oppure che lui "sta costruendo i caratteri a modo suo" – ho sentito dire ciò da  un famoso direttore d’orchestra italiano quand’era anche direttore musicale alla Scala – allora francamente non ci sto e gli dico "Caro, cambia mestiere, perché sembra che tu soffra un sacco!"»

La "ragazza Gheorghiu" nata in Moldavia e la "diva allora oggi realizzati e quali aspettano ancora d’esserlo?

«Quella ragazza che ero ad Adjud, in Moldavia (una regione rumena, da non confondersi con l’omonima nazione), veniva chiamata Gina dalla sua famiglia, Gina Burlacu, e tale era anche per la gente del paese ov’era nata. La differenza da allora è così grande che certe volte ho paura. E’ come trovarsi in vetta all’Empire State Building e guardare di sotto. Non mi sono mai fermata a pensare a tutto ciò; ho sempre e solo cercato di seguire il mio destino. Sono convinta di essere stata sin qui guidata da Dio e dal destino. Comunque voglio dirti, e con orgoglio, che la scuola che io frequentai allora, a 14 anni, oggi è denominata "The Angela Gheorghiu School"».

Vita privata e vita pubblica: come si conciliano nella Gheorghiu?

«Delle volte si conciliano bene, delle volte non tanto. Ma la vita privata è e deve rimanere privata».

Ha cantato parecchio in coppia con suo marito Roberto: continuerete a farlo anche nell’immediato futuro o ci saranno partner differenti?

«Ho cantato con Roberto e con altri. Non c’è differenza. Lui è mio marito nella vita reale, non in quella artistica».

Che significa oggi un’opera lirica? Che impeto può o dovrebbe avere l’opera in una società in crisi come la nostra?

«In Europa, in America? La crisi è "nostra" davvero, ovunque ci troviamo. Da un punto di vista lirico pure si può parlare di crisi, ma personalmente non me ne sento colpita più di tanto. L’arte dà un senso alla vita, è come l’ossigeno, l’acqua, è come l’idea di Dio. Nessuno può vivere senza di loro. Finché ci sara l’uomo ci sarà l’arte. Cerchiamo per-

ciò di non essere pessimisti, ma ottimisti; non dimentichiamo che l’arte è il cibo spirituale dell’umanità. E di ciò, credimi, io ne sono convinta davvero, con tutta me stessa».

Lo scorso 8 novembre c’è stato il suo “debutto” alla Carnegie Hall, nella "Lecouvreur" con Jonas Kaufmann diretta dal maestro Alberto Veronesi.

«Ero già stata alla Carnegie un’altra volta soltanto prima di questa “Lecouvreur”, ma da… spettatrice, ospite di Daniel Barenboim, Plàcido Domingo e Radu Lupu. Daniel era in scena mentre io, Plàcido e Radu eravamo in un palchetto. Alla fine Plàcido e Radu hanno suonato entrambi dei tango al pianoforte per me, a quattro mani. Non lo dimenticherò mai, è stato davvero un momento divino. La Hall è piena di storia e mi sento onorata di esserne entrata a far parte. Soprattutto poi cantando l’“Adriana” che ho presentato recentemente alla Royal Opera House in una nuova produzione, con lo stesso Kaufmann. Ci sarà presto di essa una versione in Dvd e potrai renderti conto anche tu di che magnifica produzione si sia trattato».

Quali gli impegni nell’area di New York per la stagione in corso?

«Niente a New York, ma la prossima primavera terrò un concerto-gala a Washington, D.C.».

Non resta quindi, in attesa di esso, per chi vive nel North East che godersi le arie favolose di questo “Omaggo alla Callas” e, idealmente, sognare in compagnia di due dive meravigliose nella lirica di sempre, Maria e Angela.

 

 

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