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MUSICA/ Rubacuori o dissoluto?

Nella foto, Mariusz Kwiecien/Don Giovanni circondato dalle sue donne

Nella foto, Mariusz Kwiecien/Don Giovanni circondato dalle sue donne

La Pbs propone il «Don Giovanni» mozartiano del Met (dello scorso ottobre) con Mariusz Kwiecien e Barbara Frittoli. Sul podio Fabio Luisi

Si può celebrare un compleanno anche un po’ in… ritardo; e quello di Mozart, lo scorso 27 gennaio, lo si può perciò ricordare anche questo pomeriggio quando la PBS (canale 13 nell’area metropolitana di New York) manderà in onda, alle 12:30, il «Don Giovanni», andato in scena al Met lo scorso autunno e trasmesso in mezzo mondo per la serie “The Met: Live in HD”. Chi lo abbia perso allora, al Lincoln Center o nei teatri collegati, o anche lo scorso giovedì sera sempre in tv, può godersi oggi l’“encore” di uno dei capolavori maggiormente messi in scena nelle Opera Houses nordamericane. Un perché quest’opera piaccia molto agli americani ci sarà certamente, dato che per scurezza, passionalità, bellezza musicale e bel cantare questo di Mozart può stare alla pari con tutti i più grandi capolavori lirici mai concepiti e composti; un “perché” che ognuno non farà certo fatica a trovare ascoltando e partecipando.

A dirigere l’orchestra e coro della Metropolitan Opera House c’è un cast d’assoluto rilievo guidato dal baritono polacco Mariusz Kwiecien nelle vesti del protagonista e che, tra gli altri, annovera anche la partecipazione di un’impeccabile Barbara Frittoli (Donna Elvira), delle deliziose Marina Rebeka (Donna Anna) e Mojca Erdmann (Zerlina) – entrambe al loro esordio newyorkese -, Ramón Vargas (Don Ottavio), Joshua Bloom (Masetto) e Luca Pisaroni (Leporello).

«Nella perfezione assoluta di un libretto, che consente a Mozart di toccare tutta la gamma dei sentimenti umani – ha scritto il critico Mario Bianchi -, sta la grandezza di quest’opera che ben si colloca agli albori del Romanticismo. Ogni carattere approfondito ed elevato a paradigma della lotta tra il bene ed il male connaturata però alla gioia incommensurabile di vivere intensamente ogni momento della propria vita. Gioia, pianto, gelosia, disillusione, amore, gioco, follia, inferno e paradiso si alternano – conclude Bianchi – in un perfetto incastro che ne fanno una creazione perfetta, assolutamente unica nel suo genere».

«Un’esperienza complessa della Morte in un’arte che ha il dono della grazia: ecco come definirei, in una sola frase, il “Don Giovanni”». La precisione di tale diagnosi è un buon viatico per un saggio pubblicato dalla milanese Adelphi, in cui Pierre-Jean Jouve sa di aver trovato lo «stile giusto» per un’impresa fra le più ardue e ammirevoli: scrivere di Mozart. Incoraggiato da Bruno Walter (incontrato a Salisburgo nel 1935), Jouve lavorò per anni a questa impresa, il cui esito è, per il lettore, un percorso illuminante che segue, scena per scena e parallelamente, la musica, il libretto e il teatro.

 

 

«Celebrazione in forma di anamnesi del genio mozartiano, il “Don Giovanni” di Jouve ci regala, fra l’altro, alcune riletture irresistibilmente tendenziose, quali l’elogio di Donna Anna, “innamorata del violatore”, o lo scatenato battimani per il finale “shakespeariano”, che trasforma il trionfo piuttosto sbilenco del sovrannaturale nella più naturale delle punizioni. E dietro ognuna delle sue righe mai imparziali Jouve accenna sempre un pudico, doveroso inchino all’inflessibile lucidità di Don Giovanni, che relega la colpa a blando corollario dell’evidente connivenza fra vittima e carnefice».

«Don Giovanni» (titolo originale: “Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni”) è la seconda delle tre opere italiane che il compositore salisburghese scrisse su libretto di Lorenzo Da Ponte (che era al servizio dell’imperatore d’Austria), il quale attinse a numerose fonti letterarie dell’epoca. Essa precede «Così fan tutte» e segue «Le nozze di Figaro», e venne composta tra il marzo e l’ottobre del 1787, quando Mozart aveva 31 anni. Commissionata dall’imperatore Giuseppe II, non andò tuttavia in scena per la prima volta a Vienna, bensì al Teatro degli Stati di Praga. Il filosofo danese Søren Kierkegaard scrisse un lungo saggio in cui afferma, citando Charles Gounod, che il «“Don Giovanni” è un lavoro senza macchia, di ininterrotta perfezione». Il finale, in cui Don Giovanni rifiuta di pentirsi, è stato argomento delle dissertazioni filosofiche e artistiche di molti scrittori, tra cui George Bernard Shaw, che nel Man and Supermanparodiò l’opera con un esplicito riferimento a Mozart.

Considerato uno dei massimi capolavori di Mozart, della storia della musica e della cultura occidentale in generale, il «Don Giovanni» – recitano in coro tutte le enciclopedie – riflette tutto il genio mozartiano e quello di un Settecento musicale giunto ormai all’apice del suo fulgore e alle porte dell’ormai prossimo Romanticismo. L’Opera America l’ha inserito al settimo posto per frequenza di rappresentazione al di qua dell’Atlantico.

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