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MUSICA LEGGERA/ Elisa, fragile kamikaze

Sedici anni di carriera, oltre due milioni e mezzo di dischi venduti: con “Steppin’ on Water” la nostra cantautrice scala la hit parade Usa

Fragile e tenace, insicura e testarda, timida e pagliaccio. Una complessità che emerge sin dalle prime battute scambiate con una delle cantautrici italiane più  famose e amate dal pubblico, Elisa (nelle foto). Sembra quasi che i 16 anni di carriera alle spalle e i 2 milioni e mezzo di dischi venduti siano dettagli di poco conto visto che l’artista di Monfalcone è tutt’altro che il prototipo della star/diva supertirata e dall’ego ostentato. La incontriamo nel cuore di Soho, quartiere storico di grande tendenza di New York City, Elisa (nome completo Elisa Toffoli), in questi giorni negli Stati Uniti per promuovere l’uscita del nuovo “Steppin’ on Water”, album nato a seguito di alcune coincidenze fortuite e pensato appositamente per il mercato americano dall’etichetta Decca/Sugar. E’ infatti il connubio cinema-musica che ha dato il via alla registrazione in studio del 7° album dell’artista che, per l’occasione, si è svestita dei panni di autrice “prestando” di fatto la sua voce per alcune canzoni della pellicola italoamericana “Un giorno questo dolore ti sarà utile” (Someday This Pain Will Be Useful To You) di Roberto Faenza. Appuntamento al Crosby Street Hotel, tempio del design e della raffinatezza del Lower Manhattan, dove la “pomposità” della location svanisce quando Elisa ci accoglie in tutta la sua semplicità e spontaneità. Giunta a NY dopo una prima tappa in Florida, al Miami International Film Festival, la cantante ci parla subito, quasi coccolando tra le mani il suo CD, di questa nuova sfida a stelle e strisce dopo l’uscita nel 2008 di “Dancing” e di “Heart” nel 2009 (in versione digitale). La scelta del titolo non è infatti casuale: “Steppin’ on Water” è sì una frase del brano “Apologize” ma soprattutto una metafora ironica di quello che potrebbe accadere se il pubblico americano risponderà positivamente al progetto. «Sarebbe come camminare sulle acque, un miracolo», ci dice ridendo. Un sogno che ha tutti i presupposti di essere realizzato visto che Elisa è già balzata all’ottavo posto della classifica dei dischi più venduti su Amazon, ottenendo anche grande successo nell’esibizione al ‘The Living Room’, uno dei locali storici nel Lower East Side di New York.

Dopo 3 anni torni negli States per questo nuovo progetto, “Steppin’ on Water”, anticipato dal singolo “Love is required”, colonna sonora del film di Roberto Faenza. Com’è nata l’idea del disco?

«È stata tutta una serie di coincidenze pazzesche. La lavorazione del film e della colonna sonora di Andrea Guerra è stata lunga, infatti ho ricevuto la prima chiamata per cantare “Love is Required” più di un anno fa. Quando mi hanno mandato la canzone sono rimasta subito affascinata dal testo e dalla musica. Si è creata subito una bellissima affinità tra noi e così Andrea mi ha chiesto se volevo cantare altre canzoni e io l’ho fatto, tra un camerino e l’altro perché ero in tournée. Nel frattempo il presidente della Decca, casa discografica di Andrea Bocelli qui in America, ha mostrato un forte interesse per questo tipo di musica che io generalmente non faccio. Io nel frattempo venivo da “Ivy”, che era un progetto acustico, per teatro, con voci bianche. Ma per una serie di coincidenze musicali mi sono ritrovata ad avere un repertorio country-folk che era adatto alla Decca e a questo tipo di mercato. E pensare che io da fuori nemmeno lo avevo notato, non lo immaginavo. E così mi hanno chiesto di far uscire l’album con le canzoni colonna sonora del film e altri brani estratti da “Ivy”».

Un ruolo importante lo ha ricoperto appunto Andrea Guerra, compositore di colonne sonore per Gabriele Muccino e Ferzan Ozpetek. C’è stata una sorta di empatia musicale fra voi che ti ha portato a “prestare” la tua voce per il progetto?

«Assolutamente sì, anche perché non l’ho fatto spesso, solo con Ligabue per “Gli ostacoli del cuore” e con Paolo Buonvino per “Eppure sentire” in “Manuale d’amore”. Ma in quel caso avevo scritto il testo, e se lo scrivi è ovvio che il brano lo senti già tuo, sei più coinvolta. C’è stata da subito una grande empatia sia musicale, con Andrea, che con i testi scritti da Michele von Buren. È la prima volta in 16 anni che faccio un’esperienza del genere».

Binomio musica/cinema a te molto familiare. Da “Casomai” di Alessandro D’Alatri a “Ricordati di me” di Muccino, hai spesso sperimentato la potenza di questi due linguaggi così diversi. Come ti approcci ad un testo o ad una musica quando questa deve diventare colonna sonora di un film? 

«Ho una personalità per così dire multipla, cioè tendo sempre a cambiare e ad essere camaleontica. Questo perché quando faccio una cosa sento l’esigenza che debba piacere, e talvolta diventa un problema. È una specie di mia caratteristica, se il progetto mi piace mi metto completamente a servizio e ne divento devota. Un kamikaze capace di adattarsi alle diverse esigenze».

Nel film “Un giorno questo dolore ti sarà utile” il protagonista è James, un ragazzino di NYC in piena crisi adolescenziale, costretto a vivere in una società in cui fa fatica a rispecchiarsi. Le sue valvole di sfogo sono la lettura, il cagnolino Mirò e la nonna anticonformista Nanette. Ti rispecchi un po’ in questo personaggio? E com’è stata la tua adolescenza?

«Sì, in parte mi rispecchio. Da piccola ero timidissima, soprattutto con i ragazzi, ma riuscivo anche ad essere l’esatto opposto, diventando una specie di clown. Ti dico solo che a 14 anni avevo una Harley Davidson 50, truccatissima, con cui andavo a fare motocross (scoppia a ridere). Tornando invece a James, mi ha fatto molta tenerezza e simpatia il personaggio. Io ho vissuto in un mondo, quello della provincia e della campagna, che non ti mette molte pressioni, ma anzi ti lascia il tempo di sognare, di immaginare una vita diversa, anche di rompere gli schemi. Questo, se nasci e cresci in una città come NY, è molto più difficile, sia perché sei costantemente bombardata da messaggi pubblicitari che ti impongono dei modelli, e sia per la società ti vuole al massimo. Per questo trovo che il film sia molto interessante, soprattutto per il pubblico americano.  A 18 anni ho vissuto a Berkeley, nella baia di San Francisco, per registrare il mio primo album e ho conosciuto tantissimi ragazzi che avevano sì una grandissima forza, ma anche un’estrema fragilità. Per questo dico che ci sono tantissimi James in giro».

Hai lavorato molto all’estero e collaborato con guru della musica come Glen Ballard, già produttore di Alanis Morissette e Anastacia, Matt Chamberlain percussionista dei Pearl Jam e David Bowie. Hai anche duettato con Tina Turner e Antony Hegarty di Antony and the Johnsons. Che differenze hai trovato nel con frontarti con artisti e professionisti americani?

«Io per natura mi sento molto filoamericana. È una mia caratteristica perché sin da piccola andavo verso una direzione parallela. Poi quando ho incontrato queste persone, dal grande talento musicale, ho visto anche il loro carisma, la loro umiltà e simpatia. Stranamente avevano caratteristiche tra loro simili e insieme si stava benissimo. C’era spazio per una risata, per una battuta, il lavoro non era affatto pesante. Era come una sorta di gioco, che in effetti va in contrapposizione con quanto detto prima. C’è di base una pressione che ti viene messa addosso ma il lato positivo è che la stessa ti dà una spinta pazzesca, “se vuoi, puoi” ti dicono qua. C’è quindi un po’ più di positività e leggerezza in più rispetto all’Italia. Ho notato che più le persone sono competenti, sanno quello che devono fare, sono sicure di se stesse, più si lavora in armonia e si sta bene. E con loro è stato così».

Dopo 16 anni di carriera alle spalle, di traguardi raggiunti sia dal punto di vista musicale che personale, Elisa ha ancora sogni nel cassetto e qualche paura?

«Forse la paura in assoluto che ho è quella di non avere niente di bello da dire. È una paura che ho dall’inizio, infatti l’ho detto anche in una delle mie prime canzoni, “Sleeping in your head”. Un’altra, latente ma sempre in agguato, è quella di considerami spesso un gradino al di sotto degli altri, di non potercela fare. Ma mi consola il fatto che anche altri colleghi, come Fabri Fibra che stimo moltissimo, abbiano le mie stesse insicurezze. Poi anche sulla voce, io studio tantissimo perché certe volte mi sento altalenante. In alcuni momenti la mia voce mi dà tanto, e ne sono orgogliosa, altre volte mi sembra di essere X, indefinita. Per quanto riguarda i sogni e i traguardi, da quando ho trovato Andrea (Andrea Rigonat, compagno e chitarristica di Elisa, ndR) e ho avuto Emma, sono molto più serena e tranquilla. Mi rendo conto di essere fortunata e se un disco vende di più o di meno so che comunque posso rimanere a galla, che posso farcela».

È strano avvertire quest’insicurezza in un’artista del tuo calibro. Soprattutto la paura di non avere nulla da dire. Il pubblico ti segue perché la tua musica riesce a “parlare”, a trasmettere qualcosa.

«Sì, perché alla fine vincono loro, queste verità che vogliono uscire anche se fanno male. E vengono fuori quando vogliono loro, non ti avvertono mai. Dopo le riconosci perché quando le scrivi ti fanno un certo effetto, riconosci che sono vere e che sono diverse da un’altra canzone che potresti scrivere a tavolino. Quando arrivano e le butti fuori sono come un petardo, dolorose a volte, perché possono piacere o no. In ogni caso sono vere».

Un’Elisa che negli ultimi tempi ha dato anche un’immagine un po’ diversa. Artista introspettiva, profonda, complessa come sta emergendo anche in questa intervista. Però anche divertente, estroversa e dalla risata contagiosa. Questo cambiamento è coinciso con una certa stabilità affettiva nella tua vita?

«Assolutamente sì, quando ho trovato Andrea e avuto Emma questa apertura c’è stata, l’ho sentita. Sono sempre stata così, infatti i miei migliori amici e chi mi conosce sin da piccola sanno cosa sono in grado di fare (ride). Sono un pagliaccio. Però credo che crescendo sono diventata molto più spigliata e se ho qualcosa da dire o fare lo faccio senza farmi troppi problemi».

Tra fare la mamma e scrivere i pezzi per il prossimo album, troverai tempo per rifare un tour come quello che nel 2008 ti ha portato un po’ in giro per l’America?

«Il progetto “Camminamento sulle acque” (scoppia in una risata) sta procedendo “step by step”, voglio vedere prima la reazione della gente. Per ora quindi nulla di pianificato e preferisco così perché discograficamente parlando il momento è un po’ particolare, e poi ho i miei impegni a casa e per il nuovo album. Inoltre non piace l’aggressività nel marketing, nel proporsi in un mercato nuovo, quello non fa per me. Se ci sarà una richiesta vengo anche remando».

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