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LIRICA/ Vivaldi dall’Alaska

La passione di Vivica Genaux? Prete Rosso e Barocco. Il Veneto come scelta culturale. Dalla “scuola” di Claudia Pinza al sodalizio artistico con Fabio Biondi

Pirotecnia vocale, colori di luminosità incredibile e sorprendente, gorgheggi mozzafiato: questa, molto in sintesi, Vivica Genaux (con l’accento  sulla prima "i"), mezzosoprano di coloratura, nata in Alaska (a Fairbanks; il padre, d’origine belgo-gallese, insegnava biochimica presso la locale università), ma “veneziana” per affinità culturali e vocazione artistica. Dotata d’una tecnica straordinaria, esuberante nella gioia degli arpeggi e dei gorgheggi, fulminante e aggressiva a tratti eppur capace d’una dolcezza disarmante, regina del bel canto, interprete barocca per eccellenza, non esita affatto a misurarsi con periodi e stili che solo all’apparenza sembrano cozzare con quelli in cui si sente più a suo agio. Non solo, quindi, Rossini e Vivaldi, Händel ed Hasse, ma anche Berio e Britten. Decine e decine di ruoli nel suo carnet lirico (soprattutto "en travesti"), ma anche una continuità di presenza sulle scene di mezzo mondo, di qua e di là dall’Atlantico.

L’attendono, tra l’altro, Udine in novembre per Berio, e poi la Grecia, New York, la Florida e la Pennsylvania ("Cenerentola"), Vienna e, l’estate prossima, la sua Alaska ("Carmen"). In questi giorni è in Francia, a Rouen, dov’è impegnata nelle prove di un ruolo "nuovo" per lei, quello della seducente creatura bizettiana, un’altra delle coinvolgenti eroine che andrà ad aggiungersi alle rinomate Angelina, Rosina, Giuditta, Galatea e altre. La raggiungiamo telefonicamente approfittando di uno dei pochi “break” che le vengono concessi. Ovvio, quindi, chiederle come sarà questa "sua" sigaraia.
«"Carmen" è una vera e propria sfida per me, non solo dal punto di vista linguistico ma anche “coreografico”. Non è una resa tradizionale – ma ci saranno i recitativi parlati – in quanto l’opera è spostata nei Balcani in guerra e il paese della protagonista viene sconfitto dai suoi nemici. È una donna fragile questa mia Carmen, non una mangia-uomini, una che ha sofferto molto e che, per reazione, dà sfogo ad una certa carica distruttiva. Si tratta di una nuova, originale chiave di lettura psicologica. È la vicenda di una persona libera, senza idee definitive e che agisce spesso d’istinto. In ciò è una creatura dei nostri tempi; non tanto quella cara all’esoticismo francese che della Spagna aveva una sua idea particolare».

Da Bizet a Berio (a Udine interpreterà un programma di sue canzoni), dal Rossini che l’attende in Florida al Barocco vivaldiano che tanto le è caro. Come se la cava con questa notevole differenza di stili e di umori musicali?
«Seguo solo la mia natura, con spontaneità e sincerità. Passare dal Barocco al Bel Canto, da Berio a Rossini, da Vivaldi a Bizet è solo come cambiare marcia. Mi trovo davvero a mio agio con ogni stile, col Settecento è come sguazzare per nove-dieci minuti in una Jacuzzi e gioire allo sciaquìo e agli spruzzi dell’acqua (specialmente con Vivaldi). Qui soprattutto, infatti, è un giocare con i colori e le emozioni che la parola procura, per poi osservarne e goderne tutti i suoi cambiamenti. È un pensare fluido, per il Barocco è come giocare, così anche per la “Carmen”, è un po’ come volare con le parole che dinanzi ti galleggiano».

È nata in Alaska e vive parte dell’anno non molto lontano da Venezia, a Motta di Livenza (Treviso). Scelta di vita, d’arte o entrambe le cose insieme?
«Mi piace la semplicità della campagna e dei piccoli centri veneti. Vi si respira sempre una cultura che in Alaska è impensabile, un sogno tra i ghiacci il solo pensarla. In Alaska, tra le nevi e il buio, si è lontani dagli altri, anche se si ha modo di confrontarsi con diverse culture. Nel Veneto è invece molto diverso. Non si possono paragonare le due realtà. In Italia anche quando esci a fare la spesa ti senti sempre o s s e r v a t a , "commentata"; in Alaska ti confronti assai spesso con la solitudine».

Quando e come ha imparato a parlare italiano così fluentemente?
«Ho cominciato nel ’92, con dei corsi universitari in Indiana (a Bloomington) e poi in Italia alla scuola di Claudia Pinza, figlia del grande Ezio. Corsi intensi di canto e dizione ogni estate, per anni, studiati appositamente per i cantanti d’altre lingue. I verbi, poi… Un anno per il presente, uno per il passato, uno per il futuro… e così via; insieme con lezioni di canto, con maestri come Nicola Rossi-Lemeni e Virginia Zeani».
Quest’autunno uscirà per la Virgin Classics "L’oracolo di Messenia" di Vivaldi [oltre a un "Tribute to Faustina Bordoni" – detta la “nuova Sirena”, considerata una delle maggiori cantanti del Settecento e moglie di Johann A. Hasse compositore e cantante considerato il massimo esponente dello stile dell’opera seria italiana del XVIII secolo – per la Sony Classical e a "Baroque Divas" per la Decca].

Che cosa il Prete Rosso ha da insegnare oggi? Che legame con la nostra realtà hanno i suoi miti e le sue fantasie?
«Quella del Barocco, e di Vivaldi in particolare, è musica moderna ed energetica. Affascinante per le sue melodie e cattivante per le sue contorsioni, con quei lenti da incanto. Non è affatto da considerarsi antica ed è davvero assai vicina al nostro essere contemporaneo. Perché, ad esempio, ti offre l’occasione di considerare lo stesso evento da diverse prospettive. Un’aria "da capo", infatti, è un continuo riandare da direzioni diverse verso lo stesso punto, e ciò è affascinante e ti dà modo di considerare una cosa da molteplici punti di vista. Sembra che ripeti la stessa cosa in continuazione ma non è affatto così. Eventi che ti toccano, che ti sconvolgono e sui quali non fai che arrovellarti col cervello, proprio come nella nostra vita d’ogni giorno. Sembrano personaggi ed avvenimenti lontani nel tempo, ma lo sono solo in apparenza; in effetti sono tormentati e dibattono le stesse cose che agitano il tuo cuore. Sono emozioni universali le loro, senza tempo né luogo, dall’amore al desiderio di vendetta, dalla sete di potere all’innocenza, dal terrore alleminacce, dalla gioia al dolore. Cose universali, insomma, appartenenti a tutti, sempre, senza definizioni di tempi né di geografie ».

Com’è il rapporto artistico con Fabio Biondi e l’Europa Galante da lui diretta?
«Fantastico. Semplicemente favoloso. Se c’è un artista oggi assai vicino a Vivaldi, questi è Fabio, senz’alcun dubbio. Il suo è un approccio unico, genuino. Lavorare con lui e col suo ensemble è semplicemente magnifico, ti offre la possibilità di penetrare in ogni piega della melodia e, quindi, di sentirla poi vicina e davvero tua».

Il segreto di una coloratura così luminosa?
«Non saprei – si schermisce quasi ridendo -, lo studio forse e la possibilità di cambiare direzione di fiato. Un po’ come suonare il violino. Essere cioè in grado di respirare e arrivare all’approccio giusto con la parola e il suo suono. Sono sempre stata affascinata dalla similitudine violino-voce. Da piccola ho studiato violino per nove anni, e Isaac Stern è stato per me impagabile per l’esemplarità e la lettura dei testi. L’esercizio della voce e il suonare il violino si somigliano più di quanto si possa pensare. Devi pensare la nota prima di cantarla o di suonarla; e ciò ho avuto modo di perfezionarlo anche grazie agli insegnamenti della Pinza, davvero impagabile e preziosa. È un po’ come studiare bene la geografia, fissare i particolari di una mappa, sapere perciò dove andare e per quale strada arrivarci; come guidare una vettura di Formula 1 o fare lo slalom sugli sci. Una mappa precisa nella testa che ti prende per mano e ti porta dove tu esattamente vuoi arrivare, con sicurezza, e poi ti offre altre suggestioni».

Cosa è la musica e cosa significa "cantare"?
«La musica è una forma d’esprimersi incredibile e cantare è per me una vera… ossessione, un modo per fuggire dal reale, per diventare e ritrovarsi persona diversa da quella che si era prima. È essere in libertà, è giocare. Il canto è una fuga per realizzare il meglio che si è e si ha dentro. Un sentirsi parte di tutto quel che ci circonda: natura, storia, umanità».

 

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