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CONTRIBUTI ITALIANI IN AMERICA/ La voce del funky nero

di Generoso D’Agnese
Nato a Montreal sessant’anni or sono, Gino Vannelli (di origini molisane) è da decenni la voce “bianca” di un particolare jazz

Era il 1969 quando in una anonima sala d’incisione di musica comparve un singolo realizzato da un giovane musicista canadese. Il disco si chiamava “Gina Bold” e l’artista Van Elli. Non ebbe particolarmente fortuna ma bastò a far notare il suo talento tra gli addetti del settore. E non poteva essere altrimenti. Van Elli, alias Gino Vannelli era infatti figlio d’arte e un precoce percussionista: nel Dna scorreva sangue e musica.Oggi Gino Vannelli rappresenta un’icona della musica internazionale e il suo percorso artistico continua nel solco di una linea che l’italo-canadese non ha mai abbandonato, a scapito del grande successo di pubblico che pure lo ha eletto protagonista di alcuni grandi exploit.

Stabilita la sua casa tra Portland (Oregon) ed Amsterdam, il musicista non ha mai smesso di cantare e suonare dal vivo ma da tanti anni è lontano dalle grandi produzioni musicali. Nato a Montréal il 16 giugno 1952 Gino è figlio di Russ Vannelli, barbiere di giorno e apprezzato musicista jazz di notte. Nipote di nonni originari di Campobasso (Molise), Vannelli fin da piccolo rivelò un grande talento per la musica, condiviso per altro con i fratelli Joe e Ross. A 12 anni suonava le percussioni nella rock band “Cobras” e dopo tre anni fondava il suo primo gruppo. Con il fratello Joe al pianoforte, Gino proponeva brandi dei Motown e qualche pezzo inedito, girando in lungo e in largo le città del Quebec. Ma con scarso successo di pubblico, poco incline ai virtuosismi jazz e blues del giovane artista.

Terminato il liceo e iscrittosi alla McGill University l’italo-canadese firmò il suo primo contratto professionale con la RCA e con il fratello si trasferì a New York. Nella metropoli americana il tentativo di imporre il loro sound non ebbe però tanta fortuna e i due fratelli decisero di tentare la fortuna a Los Angeles per far conoscere la musica “nera” cantata da un bianco e la musica jazz, soul ed esotica trasformata in pop Herb Alpert, già leader trombettista dei Tijuana Brass (loro è la sigla di "Tutto il calcio minuto per minuto"), e co-fondatore della A&M Records, decise di scommettere sul giovane canadese di origini italiane e nell’ottobre del ’73 finanziò il disco Crazy Life, che nonostante contenesse ottime sonorità, non si rivelò un buon investimento commerciale. L’anno seguente vide l’imperiosa ascesa di Barry White e la scoperta, da parte del pubblico americano, di nuove alchimie musicali. Una vera manna per Gino Vannelli, che, aiutato dal fratello Joe, incise “Powerful People”. Nello stesso anno trovò l’amicizia di Stevie Wonder, affascinato dal suo brano "Granny Goodbye", e pronto ad offrirgli spazio nel suo tour. Il primo vero grande successo arrivò però con "People Gotta Move", cui non fece seguito un analogo apprezzamento per "Storm At Sunup". Nel 1976 "The Gist Of The Gemini" fa di Gino Vannelli un artista ammirato da molti colleghi, che lo considerano non a torto uno dei più virtuosi talenti canori partoriti dal rock e apprezzato da parte della critica. Due anni dopo, con "Brother To Brother" , il ventiquattrenne artista realizza il suo capolavoro professionale dando vita a quello che ancora oggi è da considerare un caposaldo della musica pop rock e di chi vuole avvicinarsi al mondo jazz attraverso il pop.

E’ da questo album che viene tratto il brano del suo maggiore successo commerciale: “I Just Wanna stop”. La conquista di una straordinaria fama internazionale non fermò Vannelli nel suo percorso di ricerca musicale. L’italo-canadese lavorò alacremente per partorire nel 1981 l’album “Nightwalker” e si immerse nelle nuove sonorità degli anni ’80 con “Black Cars” (1985) inserendovi la coinvolgente “Hurts to be in love”. Nel 1987 incise invece “Big Dreamers Never Sleep”, album nel quale è presente il suo ultimo grande successo di mercato, “Wild Horses”. Gli anni ’90 segnarono una lenta eclissi di Gino Vannelli dal mercato di massa. La precaria situazione finanziaria (a seguito della cattiva amministrazione dei soldi incassati fino ad allora) costrinse l’artista a realizzare un album poco convincente come "Inconsolable Man" (1990) nel quale però spiccava l’interessante brano "Sunset on L.A.". Il momento poco felice spinse Gino a trovare risposte nell’esoterismo e nelle religioni orientali, oltre che ad abbandonare Los Angeles per trasferirsi con la moglie Patricia e il figlio Anton a Portland. In quello stesso anno l’artista partì per un tour mondiale che l’anno seguente venne trasformato in un disco live. Nel world tour i due fratelli si scoprirono ottimi talent scout. Grazie al loro intuito scovarono, tra gli altri, il batterista svizzero Enzo Todesco che sfoderò performance memorabili durante i loro concerti. Desideroso di prendere però le distanze dallo showbiz, Vannelli di rientro dal tour mondiale decise di assentarsi dagli studi di registrazione per cinque anni, per poi incidere il nuovo album "Yonder Tree" (1995) nei quale vestì i panni del jazz crooner intimista e riflessivo. Seguì nel 1998 "Slow Love" che ottenne una tiepida accoglienza frustrando definitivamente gli entusiasmi di un artista pronto a lasciare il mondo della composizione musicale per dedicarsi solo alla produzione e alla scoperta di talenti. Dopo alcuni anni di altalenante attività musicale live e di collaborazioni, l’idea di un nuovo progetto solista si concretizzò con il brano "Le parole di mio padre" interpretato in italiano con testo di Pino Daniele e presentato in anteprima al Concerto di Natale in Vaticano al cospetto di Papa Giovanni Paolo II, il 16 dicembre 2000. "Canto", "These Are The Days", "A Goog Thing", "The Best And Beyond" chiudono temporaneamente una carriera che l’artista sicuramente rinforzerà con nuove proposte. Oggi Gino Vannelli è amato da chi conosce la l’arte musicale. La sua produzione resta un riferimento per gli addetti ai lavori e la sua voce è un esempio di chi fa del canto uno strumento espressivo. E il suo nome rimarrà un altro simbolo del poliedrico talento italoamericano.

 

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