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Gli hipster di Williamsburg sbarcano in Italia

La band DIIV

La band DIIV

I DIIV, band simbolo della nuova scena indie, si esibiscono in questi giorni a Padova e Modena. Pop orecchiabile con un occhio al kraut e alla psichedelia

Arrivano finalmente in Italia i DIIV, una delle band simbolo della nuova scena di Brooklyn, con una data a Padova (16 luglio, Radar Festival) e una a Modena (17 luglio, Sun Agostino) .

La band nasce nel 2011 come progetto parallelo di Zachary Cole Smith, allora chitarrista dei Beach Fossils, quartetto indie-rock a bassa fedeltà esploso un anno prima con l’omonimo esordio. Cresciuto nella rassicurante periferia del Connecticut, ottiene in regalo una chitarra dal compagno della madre, redattrice di Vogue da poco divorziata con un chitarrista dalle fortune alterne. Zachary va a vivere per qualche tempo a New York e poi sulla West Coast mentre è in tour coi Beach Fossils del suo caro amico Dustin Payseur. Alla fine decide di abbandonare la band per mettere definitivamente le basi a Brooklyn, dove per mesi vive in un appartamento semi-fatiscente senza acqua corrente.

Smith sceglie inizialmente il nome Dive come tributo al brano dei Nirvana del suo idolo e modello di adolescenza Kurt Cobain: “Il titolo richiama l’idea di immersione in una realtà alienante come quella di New York, ci piace anche perché tutti i membri della band hanno un segno d’acqua come segno zodiacale”. I Dive hanno un impatto molto orecchiabile e immediato come i Beach Fossils, ma la ritmica fa la differenza. I quattro guardano un po’ di più al kraut e alla psichedelia, hanno dei vaghi rimandi agli anni Ottanta, tra chitarre new wave e groove incalzanti in levare, le melodie lievi e sognanti e non mancano influenze etniche anomale, come quelle del chitarrista maliano Baba Salah, spesso citato tra le fonti di ispirazione.

Mi imbatto in un loro live per la prima volta nell’ottobre del 2011, a Williamsburg, dove aprono a un concerto a sorpresa dei Beach Fossils. Giocano in casa, la platea in visibilio nonostante in pochi conoscano i loro primi inediti. È il 285 Kent, luogo di culto dei concerti indipendenti di Williamsburg aperto qualche anno fa in un ex deposito lungo la Kent Avenue, la strada che costeggia l’East River. Il 285 Kent non ha nemmeno un’insegna fuori dalla porta, i concerti non costano mai più di 10 dollari e i prezzi del bar sono i più popolari tra i live club della città. Presto il club diventa uno dei punti di riferimento della scena di Brooklyn e i Dive ci suonano praticamente sempre, quando non suonano qualche miglio più a est nella zona industriale di Bushwick, allo Shea Stadium, altro club intimo molto do it yourself. Lo si capisce subito dal vivo: i Dive non sono una meteora e rischiano di diventare più famosi e celebrati dei Beach Fossils. Completano la formazione l’amico del college Andrew Bailey, alla chitarra, Colby Hewitt, ex batterista degli Smith Westerns Colby Hewitt (di cui abbiamo parlato la scorsa settimana nella nostra rubrica) e il newyorkese Devin Perez, una sorta di p.r. inserito nei giri più influenti della Brooklyn che conta. I primi due brani registrati ufficialmente come demo, Sometime e Human gli valgono un contratto con la Captured Tracks, etichetta di Brooklyn tra le più valide e apprezzate nell’alveo dell’indie pop americano.

Arriva un altro ottimo inedito, How Long Have You Known, celebrato come uno dei brani più belli della stagione. I Dive ora si chiamano DIIV per evitare beghe legali con una sconosciuta band belga industrial degli anni Novanta. La sostanza non cambia: lo stesso Smith è celebrato come nuova icona hipster newyorkese. Anemico, esile, outfit extra-large da spaventapasseri un po’ grunge, casco di capelli biondo e movenze da emulo di Kurt Cobain. Nell’estate del 2012 arriva l’attesissimo esordio, Oshin, preceduto dall’irrequieto singolo Geist. Il brano Doused diventa un tormentone un po’ ovunque, accompagnata da un video che alterna immagini di un concerto al 285 Kent a un’esterna in cui Smith scorazzare in fuga senza meta per le strade del quartiere L’album è osannato dalle riviste specializzate, i DIIV suonano sono ospitati persino al David Letterman Show e attirano l’attenzione dei The Vaccines, band inglese popolarissima in Europa che li porta con sé di spalla in Gran Bretagna e nel resto d’Europa.

        

Un altro nome nuovo tra i più seguiti in tutto il mondo, i Japandroids, decide di portarseli in giro in Canada e Stato Uniti e i DIIV finiranno presto per calcare i palchi dei principali festival americani. Smith sembra essere travolto da questo successo inaspettato. In un’intervista ammette il suo senso di disgusto per le logiche dell’industria discografica e per i ritmi della vita da rockstar. Come suoi colleghi e modelli di vita più illustri, si rifugia nella droga e nei 5 metri quadri della sua stanza di Brooklyn e decide di cancellare il tour europeo. La sua relazione con la losangelina Sky Ferreira, ventenne cantante electro-pop e modella hipster, lo fa finire sui giornali, indirettamente gli fa da biglietto da visita per un servizio fotografico per Saint Laurent Paris. I riflettori e la Ferreira finiscono per salvargli la vita, come ammette nelle interviste più recenti. Dopo alcuni mesi di crisi, decide di tornare in Europa coi tre compagni di avventure per una ventina di date e torna a comporre canzoni per il secondo album. Pare ne abbia scritte almeno 40-50 e che la principale fonte di ispirazione sia Elliott Smith, il compianto cantautore simbolo degli anni Novanta, morto suicida dieci anni fa.

Vederli dal vivo in Italia sarà come immergersi idealmente, per una notte, nella scena di Williamsburg.

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