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Lou, maestro di coraggio

Mai sceso a compromessi, Lou Reed ha rappresentato il prototipo dell’artista che fa davvero ciò che vuole. Tra musica di qualità, testi intellettuali e un rapporto con le droghe sempre venato di autodistruzione

È morto Lou Reed, 71 anni spesi a scrivere alcune delle migliori pagine della storia del rock, e a raccontare la sua città, New York (v. l'omoaggio de La VOCE a Lou Reed e al suo rapporto con New York). In maggio aveva subito un trapianto di fegato, e a luglio era stato ricoverato a Long Island per disidratazione. Ma nonostante questo, aveva trovato ancora la forza per andare a Cannes, invitato al Festival della creatività, dove aveva portato la sua commovente testimonianza di vita: “Non mi faccio una ragione del tempo che passa. Solo ieri avevo 19 anni. Sono caduto, mi sono rialzato, sono caduto ancora…”.

Nato al Beth El Hospital di Brooklyn il 2 marzo del 1942, in una famiglia della piccola borghesia ebraica, sposato con l’artista multimediale Laurie Anderson, Lou Reed aveva inciso il suo ultimo lavoro, Lulu, due anni fa, assieme ai Metallica. Strano connubio, questo, fra uno degli artisti più intellettuali del rock americano, scoperto da Andy Warhol, che produsse il suo disco d’esordio con i Velvet Underground, e un gruppo heavy metal, per realizzare un doppio cd ispirato ai due romanzi di Frank Wedekind Lo spirito della terra e Il vaso di pandora (scritti a cavallo fra la fine del XIX secolo e i primi anni del XX). Ma Lou aveva abituato il suo pubblico a questo e altro.

Nell’opera di Lewis Alan Reed, unanimemente considerato il poeta del “lato oscuro del rock”, si dipana in fin dei conti la grande epopea americana, quella stessa che gli scrittori americani dell'ultima generazione, come Don De Lillo, raccontano nei loro libri. La maggiore fonte di ispirazione, comunque, è sempre stata New York. In primis fu la Factory di Andy Warhol, il padre della pop art, con i suoi personaggi eccentrici, schizoidi, "disturbati", (compresi i transessuali di Walk on the wild side, la sua canzone più celebre). In primis furono anche le droghe, con una canzone maledetta, Heroin, costruita su una progressione di due accordi, così lucida e così poco compresa, o con il tossico di I’m waiting for the man, che aspetta il pusher al 125 della Lexington. Il resto lo fecero la viola distorta di John Cale, un gallese trapiantato nella Grande Mela, già allievo di La Monte Young, la voce di Nico, la cantante e attrice tedesca che aveva recitato anche ne La dolce vita di Fellini, i rimandi a cose come la Venere in Pelliccia di Sacher-Masoch che all’epoca di solito non erano materia delle canzoni pop. Warhol disegnò la banana sbucciabile della copertina del disco, pubblicato nel 1967, e ideò uno show multimediale per il gruppo, L’Exploding Plastic Inevitable. E i Velvet Underground entrarono nella leggenda. Per quanto, all’inizio, il grande pubblico li abbia praticamente ignorati: troppo lontano il loro messaggio dall’ottimismo hippy e dalle “buone vibrazioni” che arrivavano dalla California.

Nella sua lunga carriera solista, tenuta a battesimo nei primi anni ’70 da David Bowie, Lou Reed è occasionalmente approdato anche ad altri lidi, ad esempio a Berlino, assurta a metafora della crisi di una coppia, di menti divise, di cuori divisi, come da un Muro. Ma alla fine, sempre a New York Lou è tornato. Con una serie di dischi che sono stati, anche, un vero e proprio diario pubblico, in cui l'artista raccontava e si raccontava, un diario popolato da innumerevoli personaggi che vanno dal Delmore Schwartz, suo professore alla Siracuse University (il poeta e autore de Nei sogni cominciano le responsabilità, morto dimenticato in un alberghetto della Bowery) ai vari Little Joe, Candy Darling e così via, senza dimenticare i suoi amori, comprese le due mogli, Sylvia Reed, musa e "assistente" negli anni '80 delle disintossicazioni e del riposizionamento artistico, e l'attuale, amatissima, Laurie Anderson (The adventurer), con cui realizzava spesso spettacoli e reading in giro per il mondo. Costituiscono una parziale eccezione proprio gli ultimi 2 lavori, entrambi ispirati alla letteratura: The Raven che musica i racconti di Poe, ma lo fa anche per confrontarsi con il demone con cui Lou ha sempre combattuto, quello dell'autodistruzione, e appunto l'ultimo Lulu, un omaggio a Wedekind, che tuttavia si chiude con una canzone, di nuovo, molto personale e autobiografica, Junior dad.

È senz'altro un'opera al nero, quella che ci lascia Lou Reed, anche se qui e là schizzata di humor e di momenti "leggeri" (in fondo, alla base di tutto, c'è la grande lezione del rock n roll). Un'opera densa di disperazione e di morte (pensiamo già solo a due dischi fondamentali del periodo "più recente", diciamo così, Magic and Loss, che racconta la perdita, a breve distanza l'uno dall'altro, di due amici, Rotten Rita e Doc Pomus, e Songs for Drella, scritto assieme a John Cale dopo la scomparsa di Warhol). Anche in questo Lou è moderno, nel suo descrivere le nevrosi e le pulsioni mortifere della nostra civiltà, condite di dipendenze di vario genere, non solo l'eroina, anche l'alcol di The last shot, o la sessualità "malata", trasgressiva (e in fondo oggi così normale) di Venus in furs e Kicks. Ma Lou Reed ha anche scritto splendide canzoni d'amore, cosa che spesso viene dimenticata. Da Perfect day a Coney Island baby a Heavenly Arms è stato non meno incisivo di Bob Dylan, ad esempio, anzi, rinunciando al simbolismo del cantautore del Minnesota ha acquistato qualcosa sul piano della poetica "pura" (quella che ha nel dato di realtà il suo punto di partenza), e senza cadere nel trabocchetto della misoginia (così tipica delle rockstar).

Nella grande epopea americana di Lou Reed i fatti del mondo (quello esterno al micro-macrocosmo delle strade di New York) e la politica ci sono entrati invece di striscio: il Vietnam evocato in Billy (nella figura di un suo compagno di università, molto più bravo di lui, divenuto medico, partito per il sud est asiatico e tornato con il cervello a pezzi, tanto che "era come parlare ad una porta"), l'assassinio di Kennedy a Dallas (The day John Kennedy died), certi accenti polemici contenuti in New York, fino alla sua recente comparsata a fianco di Occupy Wall Street. Come per tanti artisti, la cronaca viene generalmente filtrata dal dato biografico, diventa vita vissuta in presa diretta, prima di trasmutare in arte. E rimanendo sempre alla larga dai proclami. Il segreto di tanta longevità? Usare una musica apparentemente semplice (i famosi tre accordi, in realtà è stata spesso molto sofisticata, specie per gli standard odierni, per non parlare delle dissonanze velvettiane), una musica concepita originariamente per fare ballare i giovani, e buttarci dentro contenuti propri dell'arte matura, della letteratura, in particolare. Un'accoppiata riuscita a pochi altri come a lui, che gli venne in parte suggerita, come ha raccontato più volte, dallo stesso Schwartz, che avrebbe espresso irritazione per i testi delle canzoni che si sentivano alla radio nei primi anni '60. "Cosa succederebbe se unissi questa musica a dei testi diversi?", pare si sia chiesto Lou, che con Schwartz aveva studiato Joyce.

Lou Reed tornava spesso volentieri anche in Italia, dove pure, alla metà degli anni ’70, all’epoca degli autonomi e delle contestazioni ai cantanti a suon di molotov, se l’era vista brutta. Chi scrive lo ha visto l’ultima volta al Vittoriale di Gardone, ovvero in quella che fu la casa di D’Annunzio, nel luglio del 2011. Un concerto che stupì tutti per la sua energia, nel corso del quale, con una band parzialmente rinnovata (e ringiovanita), eseguì straordinarie versioni di brani come The bells e Street Hassle. In Italia poteva contare su molti fans e sull’ammirazione di personaggi come Fernanda Pivano, di cui era diventato amico. Per molti Lou Reed è stato, nel corso degli anni, un “maestro di coraggio”, per usare la bella espressione che Allen Ginsberg adopera nei confronti di Walt Whitman nel suo omaggio poetico Un supermarket in California. L’ammirazione che il mondo della musica gli ha sempre riservato, del resto, è enorme, e arriva fino alle band degli anni 2000, come Strokes o Killers. Mai sceso a compromessi, Lou ha rappresentato il prototipo dell’artista che, per quanto è possibile, fa davvero ciò che vuole, e così facendo, riesce ad arrivare al cuore di tante persone diverse, persone che magari, nel corso della loro esistenza, non hanno vissuto le stesse esperienze “estreme” del musicista, ma che nei suoi versi si sono nondimeno rispecchiate. Un tipo di artista sempre più raro, nel panorama odierno, dominato dai reality e dalle major.

 

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