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Marcello Nardis: una voce italiana per Verdi e Wagner

Il 28 dicembre la Carnegie Hall di New York ospita il Verdi/Wagner Anniversary concert con il tenore romano Marcello Nardis accompagnato dal pianista Bruno Canino, insieme per un inedito recital di arie e Lieder. La VOCE ha intervistato il tenore noto al grande pubblico anche come interprete Shubertiano

È tutto italiano l'appuntamento che concluderà la stagione dei concerti da camera in questo 2013 il 28 dicembre alla Carnegie Hall di New York si terrà il Verdi/Wagner Anniversary concert con il tenore romano Marcello Nardis accompagnato dal pianista Bruno Canino. Insieme per terminare con un inedito e raffinato recital di arie e Lieder, tra cui i Wesendonck-Lieder nella versione italiana di Boito, per festeggiare il bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi e di Richard Wagner.

Marcello Nardis é votato alla musica vocale da camera e al repertorio operistico, noto al grande pubblico anche come interprete Shubertiano per le celebri interpretazioni dei Lieder. Laureato in greco antico, archeologia e prossimo alla laurea in musicologia l'artista oltre che ad esser raffinato interprete è anche uomo di grande cultura che presenta sapientemente al mondo l'immagine della nostra migliore Italia.

I Lieder più antichi vengono fatti risalire all'età carolingia. Come ci si appassiona al giorno d'oggi ad una forma espressiva che viene daun mondo così antico? 

I Lieder, cui siamo soliti riferirci, a voler molto generalizzare, appartengono al periodo romantico. Le composizioni da camera per voce e pianoforte costituiscono una forma che da Haydn, Mozart, Beethoven ha trovato la piena consacrazione proprio nel XIX secolo grazie a Schubert, Mendelssohn, Schumann, Brahms, Wolf e che, attraverso il Novecento (basta pensare a Mahler e Strauss), si è spinta,tuttora vitalissima, fino alla più vicina contemporaneità. Lied letteralmente vuol dire canto: questo termine come ‘contenitore semantico’ ha una ampia valenza a seconda delle prospettive interpretative che intendono seguirsi nella sua definizione. 

É forse nella natura della sua formazione che si spiega dove nasce la necessità di esprimere se stessi attraverso la parola ed il suo significato più profondo? Nel Lied é sempre la parola il punto di partenza e la sua stessa centralità?

Probabilmente una certa dimestichezza con lo studio delle lingue e, più specificamente, con la glottologia e la filologia, sia greca che latina, mi hanno agevolato l’approccio a questo repertorio. Lo studio del rapporto magico che lega il segno grafico al suono e al significato mi ha sempre molto interessato. La parola – o l’intero verso –  contiene già, prosodicamente, una sua musica, un suo andamento: ‘accento’ viene dal latino ad cantus… (che poi è un calco semantico del greco pros-odìa). Il suono del pianoforte (o dell’orchestra), la voce stessa del cantante sono la ‘farcitura sonora’ che amplifica il detto poetico, che è – e rimane – il punto di partenza. 

È molto interessante  interpretare medesimi testi poetici musicati da compositori differenti: accorgersi di come una identica base poetica di partenza, a seconda delle specifiche sensibilità creative,  abbia potuto produrre capolavori musicali tanto diversi tra loro.

L'incredibile capacità di cantare e suonare al contempo che lei ha dimostrato di avere e di padroneggiare pienamente, la si può leggere come una sorta di modernizzazione del linguaggio?

Più che di linguaggio, parlerei, semmai, di modernizzazione della dimensione performativa. Una modernità, lo ripeto spesso, a cui lo stesso pubblico ‘domestico’ di Franz Schubert o di Karl Löwe era già perfettamente abituato. Il compositore suonava al pianoforte ed intonava con la voce i versi. Ho ripreso questa consuetudine, cercando di restituire in sala di concerto la resa ‘intima’ che poteva aversi in un salotto viennese: ho semplicemente ‘ritoccato’ le proporzioni. Non bisogna dimenticare che io nasco come pianista; non ho dovuto compiere un grande sforzo per gestire il canto, sedendo allo strumento. Ricordo che quando preparavo l’ VIII di pianoforte, il mio maestro, Rodolfo Caporali, mi esortava durante l’esecuzione delle fughe del clavicembalo ben temperato a ‘intonare le risposte’ mentre suonavo: ecco, direi che a distanza di anni ho perfezionato il suo sprone!

Il virtuosismo rischia forse di allontanare dagli altri e relegare ad un percorso solitario?

Non mi sento un virtuoso: e, felicemente, in nessun senso! Al di là della battuta, non credo che la versatilità, la dimestichezza con qualsivoglia espressione musicale, pure ai massimi livelli,  implichi necessariamente un allontanamento dal reale. Al contrario! Avere il senso della concretezza, della condivisione è importantissimo. Lo stereotipo del divo inaccessibile è tramontato da tempo, direi. Oggi è poi di moda essere ‘social’ a tutti i costi. Per il mio gusto anche troppo. Ritengo che il giusto sia nel mezzo: un distacco dalla ‘quotidianità’ può essere benefico altrettanto quanto la consapevolezza della dimensione anche ‘pratica’ dell’arte. Cerco di ricordare a tutti, a me per primo, che il ‘bello’ va condiviso il più possibile.

Quanto poi al momento della esibizione, naturalmente, si è sempre soli su un palcoscenico: con un direttore davanti o un pianista al proprio fianco. In questo mio percorso sono stato fortunatissimo, avendo avuto compagni di viaggio, anche tra i colleghi cantanti, che sono stati  e sono tuttora preziosissimi ed insostituibili amici, oltre che veri punti di riferimento.

Lei è in grado di cantare per ben tre ore di seguito rendendo naturale un impegno fisico che invece èeccezionale. Come si arriva a simili risultati?

Progressivamente e con una buona dose di spregiudicatezza, una dote che aiuta la riuscita di molte imprese connesse alla dimensione artistica! Certamente le maratone schubertiane sono occasioni volutamente ‘eccezionali’: lunghe kermesse in cui propongo la esecuzione ininterrotta dei tre cicli di Schubert. È un impegno non indifferente sul piano della concentrazione, della memoria, ma Schubert scrive talmente bene per la voce che si arriva in fondo senza accorgersene. Sono iniziative che hanno il merito di attirare l’attenzione, anche in forza della intrinseca ‘spettacolarità’, sul repertorio liederistico e consentire all’ascoltatore un approccio non usuale, una immersione ininterrotta, quasi una ‘apnea’ che porta alla scoperta non-fisica di fondali emozionali il più delle volte inesplorati.

La disciplina è una necessità nella formazione e durante tutto il percorso. Secondo lei la si consegue apprendendola o la si possiede a priori? Ecosa consiglierebbe ai giovani che vorrebbero seguire il suo stesso tracciato?

Solo il talento lo si possiede a priori, la facilità può essere una prerogativa personale, quasi involontaria; tutto il resto lo si conquista (e lo si mantiene), sempre, con lo studio e la organizzazione scrupolosa delle risorse: tecniche, culturali e fisiche. Il senso della disciplina, intesa come rigore e come moderazione, definisce e struttura la personalità dell’artista ed accompagna e sostiene ognuno di noi in questo lavoro.

Non mi sento di dare consigli e non credo, francamente, di aver tracciato ancora chissà quale percorso da seguire. Mi viene riconosciuto ad oggi il primato del maggior numero di concerti vocali dedicati a Schubert in Italia: sono fiero di questo risultato. Quanto al ‘tracciato’, è sano imparare dai molti errori che inevitabilmente si commettono. Essi costituiscono uno ‘scarto’ necessario prima di trovare la giusta rotta e saperla mantenere. 

Se fosse una donna quale aria avrebbe voluto interpretare? 

Più che arie specifiche potrei rispondere con i primi personaggi femminili che mi vengono in mente: Semiramide, Elektra, Salome, Ariadne, Kundry, Lady Macbeth…

Cosa rappresenta per un artista esibirsi a New York alla Carnagie Hall, è un punto di arrivo o di partenza? Il pubblico americano in cosa si distingue da quello italiano ed europeo?

È un grande onore: certamente un punto di arrivo, una conferma importante della qualità e della verità di certe scelte artistiche intraprese, ma anche una partenza: verso contesti, situazioni  e scenari nuovi che mi si stanno aprendo, in un ambiente lavorativo che, personalmente, sento molto affine. Il pubblico che interviene ad una Liederabend usualmente conosce bene cosa si attende: di solito non sono quasi mai spettatori improvvisati, ma veri e propri cultori del ‘genere’. Il pubblico americano, sempre parlando per estensione, mantiene una curiosità e una freschezza per certi versi  davvero sorprendente, forse dovuta anche al costante rinnovamento dell’offerta musicale che è qui garantita, dalle principali Società di concerto, sempre ai massimi livelli.

Cosa si aspetta dal prossimo futuro?

Dall’immediato inizio anno, un maggiore relax: dedicarmi di più alla sfera personale, vivere di più la natura che mi circonda, recuperare un po’ di sport e godermi le amicizie. Per qualche settimana senza l’assillo quotidiano dell’agenda e dei programmi da preparare.

 

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