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Angel Olsen, la nuova musa del distacco

Una biografia difficile dà vita a composizioni sempre sul filo del dramma. Questa country girl contemporanea non disdegna dissonanze e sonorità graffianti, ma resta minimale, scettica, quasi fredda, tanto che a tratti sembra cantare nello specchio

Angela Babbler nasce da una famiglia numerosa di St. Louis, ma inizia a suonare dopo essere stata adottata da una nuova famiglia, a soli tre anni. La madre e lo zio le regalano una tastiera prima della sua partenza. Da allora la sensibilità musicale, al pari del dolore e del senso di distacco, segneranno per sempre le sue composizioni costantemente sul filo del dramma.

Già sedicenne mette in mostra le sue straordinarie doti canore racimolando qualche spicciolo grazie a intimissime performance live nei caffé dove lavora per sbarcare il lunario. Chitarrista folk, compositrice a tutto tondo si ispira alla tradizione folk americana, ma non disdegna contaminazioni che svariano dal cantautorato di muse francesi come la Hardy e la Piaf, alle cavalcate dal gusto latino tipiche del songwriting del Sud-Ovest degli Stati Uniti.

                     

Nel frattempo si trasferisce a Chicago dove tra un lavoretto e l'altro continua a coltivare la sua passione di cantaturice. Nel 2010 la svolta quando è coinvolta in tour da uno dei folksinger simboli del Midwest, Will Oldham, alias Bonnie Prince Billy, che la vuole nella sua band e la ospita nell'LP Wolfroy Goes To Town. Diventa membro della The Cairo Gang del cantautore californiano Emmett Kelly. Poi ancora, con un'altra star del nuovo folk, Marissa Nadler, incide una cover di Richard e Linda Thompson, My Dreams Have Withered And Died, che fa presto il giro del web. Il suo nome inizia a circolare nei circuiti che contano, dal vivo raggiunge già picchi di inaspettata intensità.

Queste collaborazioni diventano la meritata rampa di lancio per il suo primo album solista, il meraviglioso Half Way Home, uscito nel 2012 per Bathetic.

Il suo approccio è molto minimale, quasi da cameretta, ai classici sfondi rurali e periferici del genere, preferisce l'introspezione. A tratti sembra che parli allo specchio cercando di sputar fuori il suo stato d'animo, da ragazza dai trascorsi non facilissimi. Senza, con ciò, risultare mai inaccessibile anche alle orecchie meno abituate a certe sonorità.

La critica la incensa, i paragoni con le grandi icone del folk a stelle e strisce si sprecano. Ma nei panni di Angel Olsen, lei trova la sua dimensione ideale. Suona e si fa conoscere nei principali festival statunitensi, nel 2013 incanta la folla al Pitchfork Music Festival di Chicago, città dove si stabilisce prima di cercare nuovamente una nuova dimensione periferica ad Asheville, in North Carolina. Nella chiesa sconsacrata di Echo Mountain ,insieme al batterista Josh Jaeger e al bassista Stewart Bronaugh, inizia a pensare al suo secondo album, nel gennaio del 2013. Le composizioni si arricchiscono di nuovi elementi, la tavolozza dei colori si arricchisce di distorsioni e sonorità più graffianti e sporche, figlie dei Velvet Underground come dei Giant Sand. Il disco viene ultimato in 10 giorni nella torrida estate del North Carolina, alla produzione ci sono le mani duttili ed esperte di John Congleton, già al lavoro con Okkervil River, David Byrne, St. Vincent e il mitico Bill Callahan.

Il primo estratto di questo Burn Your Fire For No Witness che esce a febbraio per la prestigiosa etichetta dell'Indiana Jagjaguwar, si intitola Forgiven/Forgotten e dà subito un'idea della svolta. L'eterea voce di Angel Olsen si fa più ruvida e dannata, si avvicina a quei territori del pop rumoroso e del twee anni Ottanta in cui si dimostra sorprendentemente a suo agio. Due mesi dopo arriva un altro estratto, Hi-Five, più in linea con le sue composizioni acustiche, ma ancora sporcato da incursioni elettriche da country girl contemporanea che non disdegna dissonanze.

Angel sembra aver reagito, ma a modo suo, a partire dai testi, continua a conservare sempre quel distacco freddo e scettico.

 

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