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Lucius, il revival anni Sessanta dell’indie di Brooklyn

Dal Berklee College of Music di Boston a Ditmas Park due voci sorelle (ma sono solo amiche) conquistano pubblico e critica. Giocano sulla somiglianza e su grandi armonie vocali e cantano brani che si piantano subito in testa. Echi di Shangri-Las e Nancy Sinatra catapultati nell’indie pop newyorchese

“Wow. Credo sia stata la miglior performance musicale mai vista in vita mia. Sono dei musicisti incredibili. So che dopo questo mi considererete un hipster mancato di sessant’anni”. Non è un recensore di tutti i giorni a spendere queste parole di elogio. Né il classico blogger dello sterminato panorama indie. È il celebre economista newyorchese Paul Krugman sul suo blog del New York Times ad aver sparso la voce sui Lucius. La band di Brooklyn negli ultimi mesi è diventata uno dei fenomeni più gettonati nell’eterogenea scena indipendente della Grande Mela grazie a show esaltanti tra Brooklyn e Manhattan. Hanno suonato di spalla ai Wilco e sono finiti su uno spot Mercedes, i loro concerti nella East Coast vanno di sold out in sold out.

A marzo grazie all’etichetta Mom + Pop sarà finalmente distribuito anche in Europa e nel resto del mondo Wildewoman, album d’esordio uscito negli USA lo scorso ottobre. L’album è stato celebrato dai critici del New York Times e gli esperti della National Public Radio americana, grazie ai quali Krugman, alla fine dello scorso anno ha scoperto le gesta della band. Dan Molad, Peter Lalish e Andrew Burri accompagnano le due voci femminili Jess Wolfe e Holly Laessig.

Frangette bionde, stesso taglio, stessi abiti di scena le fanno sembrare sorelle gemelle, in realtà sono solo due amiche ventottenni, un tempo colleghe al Berklee College of Music di Boston e appassionate di soul, motown e rock’n’roll d’annata. Si conoscono a un party dove scoprono influenze comuni che vanno dai Fleetwood Mac a David Bowie, passando ovviamente per i Beatles. La loro prima esperienza insieme è, non a caso, una riproposizione di Happiness Is A Warm Gun dal White Album della band di Liverpool, per entrambe uno dei dischi più significativi della storia della musica. Una volta laureate si sono spostate, come ogni aspirante artista indie che si rispetti, a Brooklyn.  Un po’ fuori dall’epicentro della scena indie, si stanziano a Ditmas Park, estremità occidentale di Flatbush. Condividono un palazzo vittoriano con altri otto amici tra musicisti più o meno in erba. Nella casa c’è un pianoforte e le due si appassionano presto alla scrittura a quattro mani. Si unisce a loro il batterista Dan Molad (oggi marito di Jess) che introduce alle due Lucius gli altri due amici Andrew e Peter. Tutti e tre, peraltro, studenti sempre dello stesso college di Boston, qualche anno prima, quando le due amiche erano ancora giovanissime.

Le due ragazze avevano iniziato scrivendo canzoni folk introverse un po’ tristi – come hanno ammesso più volte – ma grazie all’arrivo dei tre il progetto di Jess e Holly diventa via via più ruvido, chiassoso e movimentato. Non a caso, dopo l’EP omonimo d’esordio datato 2012, arriva nel 2013 un EP dal titolo emblematico Lucius Get Noisey (i Lucius diventano rumorosi). Niente paura, si parla sempre di pop, la loro vena melodica è indubbia. Semplicemente la cura degli arrangiamenti dei tre nuovi membri dà ai Lucius un suono più pieno e coeso, a tratti festaiolo. L’estetica e l’immaginario portano sempre alla mente suggestioni dalle tinte Sixties. Pare che le due vadano persino dal parrucchiere insieme per curare al dettaglio l’acconciatura che, da una certa distanza, sul palco le rende quasi non distinguibili. Stesse pose, stesse moine, grandi armonie vocali e brani che si piantano subito in testa. Echi di Shangri-Las e Nancy Sinatra sono catapultati nell’indie pop newyorchese con tutte le sue armonie e contaminazioni dal retrogusto tribale e metropolitano. Due voci in una o un’unica voce in due, fate voi.

 

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