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Dal South Dakota al vuoto della California, EMA arriva in Italia

Il futuro è vuoto, il web ha creato opportunità, ma anche un corto circuito tra hype e valore della proposta musicale. È questo uno dei temi ricorrenti di The Future’s Void, ultimo album di Erika M. Anderson uscito per Matador, storica etichetta indie di New York. A partire dal 25 maggio, la musicista sarà in Italia con tre date

EMA torna in Italia a presentare il suo ultimo lavoro The Future’s Void per tre date a Padova (Macello, 25 maggio), Roma (Circolo degli Artisti, 26 maggio) e Marina di Ravenna (Hana-Bi, 27 maggio). C’era già passata ormai tre anni fa quasi da perfetta sconosciuta, ci ritorna dopo aver guadagnato le copertine di magazine musicali europei e italiani, senza alcuna concessione con il mainstream, malgrado la sua appariscente chioma da bionda ossigenata e il look da drugo di Arancia Meccanica dei suoi ultimi servizi fotografici.

EMA è un acronimo molto semplice. Sta per Erika M. Anderson, trentenne nata nella desolazione del Midwest, a Sioux Falls, meno di duecentomila abitanti, ma a tutti gli effetti la città più grande del South Dakota. Suo padre è un cacciatore impiegato dell’ente di protezione ambientale della contea, controlla l’equilibrio tra le specie nei boschi, ma ha un ottimo gusto musicale. Grazie a lui, da piccola Erika si avvicina all’affascinante mondo dei Talking Heads e della new wave, impara a suonare la chitarra con la frustrazione di non poter mai esprimere le sue potenzialità in un’area musicalmente periferica, se si esclude una vaga tradizione folk e la musica eredità del patrimonio dei Nativi. Difficile essere considerata in una città dove persino la musica folk era indietro di anni e, come ha raccontato, avere la testa rasata e un look mascolino con t-shirt wave-industrial e anfibi equivaleva a essere etichettati come anarchici ambientalisti. Così, a soli diciassette anni, come molte sue coetanee ribelli, Erika punta alla California. Si avvicina al noise-rock entrando nel giro degli Amps For Christ di Henry Barnes, collettivo sperimentale di stanza a Claremont, East Los Angeles. È qui che Erika fa gavetta iniziando a costruire la sua contraddittoria immagine di potenziale icona da copertina, con un chiaro background da chitarrista aggressiva e avvezza al rumorismo. Nel 2006 conosce il suo futuro ragazzo, Ezra Buchla con il quale va a vivere a San Francisco. Insieme a Corey Fogel, batterista della band noise-pop The Mae Shi, dà vita a un nuovo progetto di folk vagamente rumorista, i Gowns.

La California trasmette vibrazioni troppo positive per la band che decide di registrare il suo primo esordio, nel 2007, nell’isolamento della città d’origine di Erika. I Gowns rilasceranno un altro album, riscuotono un buon successo nella critica specializzata, ma Erika inizia a pensare a un progetto in cui dar sfogo alla sua vocazione a un cantautorato dissacrante, cacofonico ma in un certo senso più orecchiabile, sulla scia di PJ Harvey.

Il suo primo LP da EMA arriva nel 2011, si intitola Past Life Martyred Saints e, almeno in Nord America, è subito consacrazione. Erika sa scrivere canzoni, il tema del distacco dalla terra d’origine e dell’illusione di realizzarsi altrove pervade le sue composizioni. Il suo timbro vocale a tratti ricorda addirittura Courtney Love, inevitabilmente risente di echi di una Patti Smith più sgraziata e viscerale. Ma EMA non fa semplicemente rock, le sue canzoni sono ruvide e spigolose. California, abrasiva liturgia psichedelica contenuta nell’album, diventa uno dei pezzi indie dell’anno. Un testo a metà strada tra cut-up letterari e sensazioni autobiografiche che si apre con un “Fuck California, You Made Me Bored” (“fottiti California, mi hai fatto annoiare”).

Non è una persona facile, Erika, i suoi testi sono crudi e crepuscolari, parlano senza filtri di storie fatte di violenze, suicidi, disagio e depressione. Anche in California, così come in South Dakota, avverte un senso di inadeguatezza. Diventare un personaggio conosciuto, anche nel mondo indipendente, ha delle ripercussioni simili a quelle del mondo delle star. L’esposizione mediatica è diversa, si esprime in un numero di riferimenti sui blog, in numero di like e condivisioni su Facebook e sugli altri social. Anche per questo, dopo il lungo tour che accompagna l’album dell’esplosione, EMA si fa da parte, si decolora i capelli, se ne va in giro per Oakland da sola in cerca di nuove fonti di ispirazioni.

Il futuro è vuoto, il web ha creato opportunità, ma anche un corto circuito tra hype e valore effettivo della proposta musicale degli artisti emergenti. È questo uno dei temi ricorrenti di The Future’s Void, uscito per Matador, storica etichetta indie di New York, ma scritto e composto in casa, lontana da studi di registrazione. Sempre nello stile di EMA, paradossalmente con una maggiore propensione elettronica e sintetica, nonostante la visione critica sui lati negativi dell’era digitale (Satellites, 3Jane). L’era della catarsi e della purificazione presente nell’album precedente sembra ormai superata, per Erika è arrivata la fase della riflessione. La sua vena creativa, musicalmente parlando, non sembra averne risentito. Il suo futuro, almeno quello, sembra tutto fuorché vuoto.

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