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Quanta Italia in quell’opera

La presentazione della stagione lirica dell'Arena di Verona va in Eurovisione. L'opera classica è affiancata dal musical moderno mostrando un senso di continuità storica di un genere che non ha confini e che allo stesso tempo è tutto italico

Lo spettacolo sta per iniziare. Prima delle parole scritte, lasciamoci trasportare dalle belle immagini di questo grande evento.

Di cosa stiamo parlando? Del gala di apertura del più importante festival lirico estivo al mondo, quello che si svolge a Verona nella meravigliosa ambientazione dell’Arena. Parliamo, innanzitutto, dell’opera italiana ambasciatrice della nostra cultura in tutto il mondo.

Verdi, Puccini, Leoncavallo, Rossini, Donizetti, Mascagni, Bellini ma anche i settecenteschi Metastasio, riformatore del melodramma, Alessandro Scarlatti, Baldassare Galuppi, Domenico Cimarosa e tanti altri che, insieme all’organizzazione delle scuole locali dell’opera veneziana, romana e napoletana, hanno dato luogo, nel corso degli anni, a gran parte delle arie più conosciute e ascoltate della lirica mondiale. La cultura italiana è indiscutibilmente permeata dall’opera, diffusasi, apprezzata e copiata in tutto il mondo.

L’opera – abbreviazione di opera in musica – è infatti, termine italiano utilizzato internazionalmente per designare l’azione scenica insieme alla musica e al canto. Il melodramma, altro modo di identificare l’opera, nasce, infatti, in Italia. Ha le sue primissime radici nel XVI secolo da un gruppo di intellettuali fiorentini, denominati Camerata de' Bardi, dal nome di Giovanni Bardi, un mecenate che li ospitava. Si ritiene che la prima opera musicata fu la favola pastorale Dafne, scritta nel 1594 dal librettista Ottavio Rinuccini, in ambito fiorentino, con le musiche di Jacopo Corsi e Jacopo Peri.

Nel 2013 è stata fatta richiesta ufficiale all’Unesco affinché l’opera italiana diventi patrimonio – immateriale – dell’Umanità. Aspettiamo una risposta che crediamo debba essere positiva.

Siamo consapevoli che esistono altre grandi tradizioni operistiche, come quella francese di Jean-Baptiste Lully (di origini fiorentine, il nome originale era Giovanni Battista Lulli) Charles Gounod, Georges Bizet e Jules Massenet; quella tedesca di Carl Maria von Weber e Richard Wagner, e potremmo aggiungere Mozart. Tuttavia, l’opera senza il riferimento italiano è come il Cattolicesimo senza Roma e il Vaticano; è come la musica pop-rock senza i Beatles e i Rolling Stones, come la cucina italiana senza la pasta.

Venire a Verona ad ascoltare tali opere nell’anfiteatro romano assume un sapore unico e irripetibile. Non a caso ogni estate gli spettatori arrivano da tutte le parti del mondo pur di assistere ad uno spettacolo: per poter dire “c’ero anche io”, per godere delle scenografie, della musica e del bel canto, perché amanti del genere, o semplicemente perché si tratta di una di quelle cose da fare almeno una volta nella vita.

bolleL’occasione del gala di presentazione delle opere in programma, trasmesso in diretta Eurovisione, è stato un bellissimo modo per divulgarle anche ad un pubblico meno avvezzo. Il format scelto è stato quello di inscenare alcuni momenti delle arie più famose della Carmen, dell’Aida, della Madama Butterfly e di Romeo and Juliette. Per motivi di tempo sono state escluse la Turandot e Un ballo in Maschera. Il programma areniano 2014 del festival prevede anche Placido Domingo che canta Verdi, Roberto Bolle & Friends in uno spettacolo di danza classica e i Carmina Burana.

Mi pare vincente l’idea di affiancare all’opera classica quella più moderna – che alcuni considerano troppo popolare e quindi “volgare” – non solo per far avvicinare il grande pubblico ma per mostrare un senso di continuità storica per un espressione artistica che gode di tanto successo. In effetti, sul palco dell’Arena si è esibito Ted Neeley in un brano estratto da Jesus Christ Superstar che tornerà in scena in Arena in ottobre, all’ora del tramonto, dopo quarant’anni esatti dal debutto. Successivamente quello che è tutt’oggi uno dei più grandi successi mondiali di opera moderna, tradotto in numerose lingue, Notre Dame de Paris, scritto da Riccardo Cocciante.

Anche l’accostamento Anastasia, cantante pop/soul, con il trio Il Volo, i cosiddetti “tre tenorini”, molto conosciuti negli Stati Uniti, dove riempiono teatri, mi è sembrato una miscela coinvolgente. L’italica O’ Sole mio dovrebbe aver scosso gli animi dei molti italiani sparsi in Europa.

Insomma, è stato uno spettacolo che potremmo definire italico, perché ibrido, un mescolamento creativo ed intelligente capace di andare al di là di coloro che ritengono che l’opera debba rimanere sul piedistallo, raggiungibile solo dagli eletti. L’opera italiana è di tutti e non ha confini e la sua commistione con altre opere contemporanee, l’incrocio di lingue e linguaggi e un posto unico al mondo dove vederle ci rende orgogliosi di poter offrire al mondo intero uno spettacolo da non perdere.

 

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